La Rassegna della settimana: #1 OECD: la crescita mondiale scende al 2,9% nel 2026 e sale al 3,0% nel 2027, tra rincari energetici legati al conflitto in Medio Oriente e spinta degli investimenti in intelligenza artificiale. #2 Istat: rivista al rialzo la crescita del PIL 2025 a +0,6% in volume e 2024 a +1,1%. Il deficit scende al 3,1% del PIL con avanzo primario allo 0,8%, mentre pressione fiscale e debito salgono al 42,9% e al 136,7%. #3 ECFIN: dazi USA poco incisivi sull’export UE, mentre import cinese a basso prezzo, rincari energetici e dollaro debole colpiscono l’Est europeo e le attività dell’area euro investite negli Stati Uniti. #4 Brookings: contare le mansioni esposte all’AI non orienta le politiche del lavoro: servono sostegno a chi perde il posto, formazione con le imprese, apprendistati e assicurazione salariale.
Il conflitto in Medio Oriente spinge di nuovo al rialzo petrolio e gas, l’inflazione del G20 arriva al 4,1% e i rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine toccano i massimi da oltre quindici anni, mentre la spesa legata all’intelligenza artificiale sostiene investimenti e commercio e compensa in parte il rallentamento dei consumi. È quanto emerge dal rapporto intermedio di settembre 2025 dell’Economic Outlook “Weathering Successive Shocks” dell’OCSE. (Leggi)
Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,6% in volume grazie alla domanda interna al netto delle scorte, che ha apportato 1,6 p.p., mentre domanda estera netta e scorte hanno sottratto 0,7 e 0,3 p.p. La revisione dei conti porta al rialzo anche il 2024, a +1,1%. Il deficit pubblico è sceso al 3,1% del PIL con un avanzo primario dello 0,8%, la pressione fiscale è salita al 42,9% e il debito ha raggiunto il 136,7%. È quanto emerge dal comunato Istat “Conti economici nazionali. Prodotto interno lordo e indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche Anni 2010 – 2025”. (Leggi)
Le esportazioni verso la Cina hanno sottratto fino a 1,1 p.p. di crescita cumulata a Germania, Austria, Slovacchia e Bulgaria tra il 2022 e il 2025, mentre degli 8.300 miliardi di euro di aumento delle attività azionarie dell’area euro negli Stati Uniti tra il 2021 e il 2024, 6.500 derivano da rivalutazioni che il dollaro debole può erodere. È quanto emerge dalla pubblicazione “Spillovers in the EU. Trade, Valuation Changes, and Uncertainty” di E. Aruqaj, A. Bodea, M. Salish e M. Výškrabka, Direzione generale Affari economici e finanziari della Commissione europea. (Leggi)
Che l’AI sappia svolgere un compito non vuol dire che le imprese lo automatizzino: a fine 2025 i modelli riuscivano nel 65% dei compiti che richiedono a una persona tre o quattro ore, e ai costi attuali le aziende statunitensi automatizzerebbero appena il 23% delle attività di visione artificiale eseguibili dall’AI. Conta come cambia il valore della competenza e l’intervento pubblico va mirato a chi perde il posto e ai settori ad alta produttività. È quanto emerge da “Workforce policy for the age of AI” di G. Ben-Ishai e N.C. Thompson, Brookings Institution. (Leggi)
INCERTEZZA SU PETROLIO, CONFLITTI E IA
Nella prima metà del 2026 l’economia mondiale è cresciuta a un ritmo annualizzato del 2,6%, contro il 3,6% della seconda metà del 2025. La produzione è calata bruscamente nei Paesi coinvolti direttamente nel conflitto in Medio Oriente, mentre altrove l’impatto è stato attenuato da ampie scorte di petrolio, forniture esterne al Golfo e sostegni pubblici. Gli investimenti in data center e apparecchiature tecnologiche hanno spinto il PIL di Stati Uniti, Canada e Australia e le esportazioni asiatiche. A settembre i prezzi dell’energia sono risaliti per le nuove interruzioni nel Golfo e le minacce alle navi nello stretto di Bab al-Mandab. Le scorte di gas europee sono ai minimi stagionali da oltre quindici anni e la riserva strategica di petrolio statunitense è al livello più basso dal 1982.
Le stime indicano una crescita mondiale del 2,9% nel 2026 e del 3,0% nel 2027, con il Brent ipotizzato in picco a 105 dollari al barile a fine 2026 e in calo a 85 dollari di media nel 2027. Gli Stati Uniti crescono del 2,2% e del 2,1%, l’Area euro dell’1,0% in entrambi gli anni, la Cina del 4,5% e del 4,2%, l’India del 7,1% e del 6,5%. L’Italia si ferma allo 0,9% e allo 0,6%, con un’inflazione al 3,0% e al 2,6%. L’inflazione del G20 sale dal 3,4% del 2025 al 4,1% del 2026 per poi scendere al 3,6%. Per la Federal Reserve è previsto un ulteriore rialzo dei tassi nel quarto trimestre, fino al 4-4¼%, con aumenti moderati anche nell’area euro, in Australia e in Corea.
Uno scenario con petrolio e gas più cari del 24% e del 31% rispetto alle ipotesi, carenze di energia per le imprese, un El Niño molto forte che alza del 10% i prezzi alimentari e un calo delle borse del 15% ridurrebbe la crescita mondiale di 0,7 p.p. nel 2027 e aumenterebbe l’inflazione di 1,1 p.p. Pesano anche possibili nuovi rialzi dei rendimenti sovrani e ritorni dell’intelligenza artificiale inferiori alle attese, mentre una rapida soluzione del conflitto sosterrebbe l’attività. I governi sono chiamati a concentrare gli aiuti energetici sui più vulnerabili e a fissarne la scadenza, dato che solo metà delle misure è mirata, e a rafforzare i conti pubblici con piani pluriennali. Il calo dei punteggi PISA rende urgente investire in istruzione e competenze.
PIL RIVISTO AL RIALZO
Il PIL 2025 a prezzi correnti vale 2.265.003 milioni di euro, 6.954 milioni in più della stima di marzo, con un incremento nominale del 2,5% e reale dello 0,6%, contro lo 0,5% stimato in precedenza. L’Istat ha rivisto i conti nazionali del biennio 2024-2025 e ricostruito le serie dal 2010, recependo anche le riserve poste da Eurostat sul reddito nazionale lordo, che riguardano l’energia elettrica prodotta dalle famiglie e le operazioni degli operatori Iva non residenti. La crescita in volume del 2024 passa dallo 0,8% all’1,1%. Nel 2025 la domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 1,6 p.p., metà dai consumi e metà dagli investimenti, mentre scorte e domanda estera netta hanno sottratto 0,3 e 0,7 p.p. Il deflatore del PIL è salito dell’1,8%.
Dal lato della spesa, i consumi finali nazionali sono aumentati dell’1,0% e quelli delle famiglie residenti dell’1,2%, con incrementi più marcati per informazione e comunicazione (+3,0%) e servizi assicurativi e finanziari (+2,8%) e cali per istruzione (-3,4%) e servizi sanitari (-2,5%). Gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 3,9%, trainati dai mezzi di trasporto (+10,4%), le esportazioni dell’1,7% e le importazioni del 4,2%. Il valore aggiunto è salito dello 0,5%, con le costruzioni a +2,6%, l’agricoltura a +0,8%, l’industria in senso stretto a +0,4% e i servizi a +0,3%, mentre la manifattura ha perso lo 0,3%. Le unità di lavoro sono aumentate dell’1,2%, i redditi da lavoro dipendente del 3,9% e le retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente del 2,6%.
Sul versante dei conti pubblici, l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è pari a 69.736 milioni di euro, il 3,1% del PIL contro il 3,4% del 2024, valore invariato rispetto alla notifica di aprile. Il saldo primario resta positivo con 17.422 milioni, pari allo 0,8% del PIL. Le entrate totali sono cresciute del 4,9%, spinte dai contributi sociali (+10,0%) per la fine degli esoneri a carico dei lavoratori dipendenti e dalle entrate in conto capitale legate al Pnrr, più che raddoppiate. Le uscite sono aumentate del 4,1%, con la spesa per interessi a +2,0% dopo il +9,9% dell’anno prima e le uscite in conto capitale a +14,1%. La pressione fiscale raggiunge il 42,9%, 0,7 p.p. in più del 2024 mentre il debito, stimato dalla Banca d’Italia, arriva a 3.095.888 milioni, pari al 136,7% del PIL.
DAZI USA INEFFICACI. A RISCHIO GLI INVESTIMENTI IN UE
Nel 2025 i dazi statunitensi, con un’aliquota effettiva vicina al 9-10%, non hanno modificato in modo sostanziale le vendite europee negli Stati Uniti, i cui volumi annui sono tornati sui livelli del 2024 dopo l’anticipo primaverile degli acquisti, pur calando in circa metà degli Stati membri. L’effetto sulla crescita è restato fra -0,1 e 0,15 p.p. nella maggior parte dei Paesi, con perdite fino a 0,5 p.p. in Slovacchia. Più persistente è la pressione cinese: i volumi importati dalla Cina sono saliti del 10% nel 2024 e del 9% nel 2025 con prezzi in calo, fino a +60-80% in Lettonia, Lituania, Bulgaria e Romania, e hanno spiegato in media 0,2 p.p. della crescita dei consumi privati. Il calo dell’export verso la Cina ha sottratto fra 0,4 e 1,1 p.p. di PIL cumulato a Germania, Austria, Slovacchia e Bulgaria.
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran iniziato a febbraio 2026 ha fatto salire i prezzi a termine del petrolio di circa il 45% e del gas del 40%. L’UE acquista dal Golfo il 12% del petrolio e il 4% del gas importati, ma i rincari si trasmettono lungo le filiere. Nel 2026 il deflatore dei consumi salirebbe di 0,8-1,4 p.p. in Lituania, Slovacchia, Polonia e Cechia e il saldo commerciale perderebbe in media 0,6 p.p. di PIL, fino a 2 p.p. a Malta, in Croazia, Slovenia e Cipro, contro i 3 p.p. persi dall’UE nel 2022. Il Dispositivo per la ripresa e la resilienza, dotato di 650 miliardi di euro, genererebbe 891,7 miliardi di PIL cumulato nel 2020-2030, di cui 189,6 in Italia e 142,7 in Spagna, e il 40% dell’effetto deriva da ricadute transfrontaliere, che in Germania portano l’impatto al doppio della quota assegnata.
Il cambio euro-dollaro è salito da 1,03 a gennaio 2025 a quasi 1,20 a inizio 2026, con un calo del dollaro del 6% in termini effettivi nominali. L’area euro, creditrice netta per circa il 10% del PIL, detiene negli Stati Uniti il 30% delle attività esterne. Dell’aumento di 8.300 miliardi delle attività azionarie fra il 2021 e il 2024, 6.500 derivano da rivalutazioni esposte a una correzione dei listini. In circa un terzo degli Stati membri l’incertezza riduce gli investimenti, soprattutto quando è comune all’UE, con un calo medio di 0,7 p.p. in dieci trimestri contro 0,2 p.p. per gli shock nazionali. I macchinari reagiscono prima dell’edilizia residenziale, Spagna e Polonia trasmettono incertezza, Cipro, Portogallo e Grecia la ricevono, mentre Germania, Francia e Italia restano al riparo.
DG ECFIN – Spillovers in the EU. Trade, Valuation Changes, and Uncertainty
CHI GUADAGNA E CHI PERDE CON L’IA UNA RASSEGNA RAGIONATA
Negli Stati Uniti la quota di trentenni che guadagna più dei genitori è scesa dal 92% dei nati nel 1940 al 50% dei nati nel 1984, mentre la produttività cresce più dei compensi reali. L’AI può ampliare le opportunità o aggravare le perdite, ma la quota di mansioni di una professione che un sistema potrebbe eseguire dice poco sugli effetti concreti. Gli studi divergono su quali professioni siano più esposte e l’adozione dipende da affidabilità, durata dei compiti e costi di integrazione. Moltiplicare per dieci la durata di un compito riduce le prestazioni dei modelli dell’11%: il supporto sanitario, con compiti di poco più di un’ora, ottiene i risultati migliori, lavori legali e d’ingegneria, oltre le venti ore, i peggiori. Robotica e piattaforme di microlavoro sono partite anch’esse dalle attività brevi e scomponibili.
Automatizzare un compito non significa peggiorare la condizione di chi lo svolgeva. Nel quadro di D. Autor e N.C. Thompson (NBER WP 33941/2025) conta come l’AI modifica il valore delle capacità che distinguono il lavoratore. Se nella contabilità assorbe registrazioni e inserimento dati ma resta incerta su consulenza fiscale e analisi, i salari salgono e l’occupazione cala. Se trattasse in modo affidabile le patologie comuni viste dal medico di famiglia, aprirebbe l’attività agli infermieri specializzati, con più posti e paghe più basse. Occorre capire quando fidarsi dei modelli, che migliorano i risultati entro i propri limiti e li peggiorano oltre. Il tasso di errore si dimezza circa ogni 2,5 anni e nel 2029 il successo potrebbe arrivare al 93% nei compiti testuali professionali.
Le priorità sono due. La prima sono i lavoratori espulsi, per i quali nelle fasi di alta disoccupazione la perdita di reddito ha raggiunto 2,8 anni di retribuzione e, tra i salari bassi, resta del 13% sei anni dopo. La seconda sono i settori ad alta produttività, verso cui va facilitata la mobilità. La formazione deve essere specifica per ambito, pratica e costruita con le imprese, distinguendo le professioni in cui l’AI riduce i posti da quelle in cui comprime le paghe. Gli apprendistati permettono alle imprese di osservare chi sa usare l’AI e correggerne gli errori, e vanno finanziati in base ai risultati. Un’assicurazione salariale federale, sul modello del Trade Adjustment Assistance, sosterrebbe chi accetta un impiego pagato meno.




