La Rassegna della settimana: #1 Istat: la popolazione italiana scende a 55 milioni nel 2050 e l’età media supera i 51 anni. Cresce la partecipazione al lavoro ma si riduce la forza lavoro disponibile. #2 Banca d’Italia: gli shock di innovazione legati all’intelligenza artificiale spingono al rialzo produzione, occupazione e salari riducendo i prezzi ma spostano il reddito verso il capitale. #3 Bruegel: la capacità di calcolo per l’AI nell’Unione europea è il 5% del totale mondiale, contro il 78% degli Stati Uniti. Il freno sta nei permessi e nella rete elettrica. #4 Council on Foreign Relations: i vertici dei laboratori AI statunitensi chiedono di rallentare i sistemi capaci di auto-migliorarsi, dopo un attacco informatico e avvertimenti sui rischi esistenziali dell’AI.
L’Italia perderà oltre 13 milioni di residenti nell’arco dei prossimi 55 anni, un calo che nessuno scenario previsivo riesce a scongiurare. Il declino demografico si accompagna a un progressivo invecchiamento della popolazione trainato dall’ingresso delle generazioni del baby boom nelle età anziane. Le famiglie aumentano di numero ma si riducono nella dimensione media per effetto della crescente diffusione delle persone sole. È quanto emerge dal report “Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro – Base 1/1/2025” dell’Istat. (Leggi)
L’intensità dell’intelligenza artificiale nei brevetti statunitensi produce, con ritardo, aumenti duraturi di produttività, occupazione e salari insieme a un calo dei prezzi al consumo. I brevetti a maggiore contenuto di intelligenza artificiale hanno qualità superiore rispetto a quelli ICT e automazione a cui appartengono con effetti macroeconomici più ampi mentre la quota di reddito da lavoro si riduce e la ricchezza si concentra ai vertici della distribuzione. È quanto emerge dal working paper “The macroeconomic effects of AI technology shocks”, collana Temi di discussione della Banca d’Italia, a cura di A. Gazzani e F. Natoli. (Leggi)
Il ritardo europeo nella capacità di calcolo per l’AI non dipende dalla scarsità di capitali privati ma dalla lentezza dei permessi e dai colli di bottiglia nella rete elettrica. Le gigafactory pubbliche contribuirebbero solo al 4% della capacità attesa al 2031, mentre il privato finanzia già la quasi totalità dei progetti. È quanto emerge da “How can Europe address its pressing artificial-intelligence compute infrastructure shortfall?”, a cura di B. Martens e T. Schenk, Bruegel. (Leggi)
Il rallentamento della corsa all’intelligenza artificiale si scontra con la logica del dilemma del prigioniero che lega i laboratori statunitensi, restii a fermarsi senza garanzie reciproche, e con la competizione strategica con la Cina. È quanto emerge dall’analisi “Why AI’s Biggest Rivals Are Suddenly Calling for Restraint” di C. Martin per il Council on Foreign Relations. L’autore ricostruisce le cause dell’improvvisa convergenza tra i vertici del settore, gli effetti sui mercati finanziari e la posizione dell’amministrazione statunitense, evidenziando come l’esito della vicenda dipenda in larga misura dagli equilibri con Pechino. (Leggi)
GENERAZIONI ANZIANE: IL PESO DEI BABY BOOMER
La popolazione residente in Italia passa da 58,9 milioni al 1° gennaio 2025 a 58,7 milioni nel 2030, 55,0 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080 nello scenario mediano. Le nascite restano stabili a 355mila unità fino al 2030 per poi scendere a 335mila nel 2050 e 281mila nel 2080. I decessi salgono da 652mila nel 2025 a 708mila nel 2030 e raggiungono un picco di 869mila nel 2058. Il saldo naturale resta negativo per l’intero periodo previsivo toccando il livello più basso di -570mila nel 2059. Il saldo migratorio con l’estero resta positivo ma scende da 296mila persone nel 2025 a 204mila nel 2050 prima di risalire a 221mila nel 2080. Il Nord è l’unica ripartizione con una crescita della popolazione nel breve periodo, passando da 27,5 a 27,7 milioni entro il 2030. Il Mezzogiorno registra il calo più marcato, scendendo da 19,7 a 12,3 milioni tra il 2025 e il 2080.
L’età media della popolazione italiana sale da 46,9 anni nel 2025 a 48,0 anni nel 2030 fino a raggiungere 52,1 anni nel 2080. La quota di individui con almeno 65 anni passa dal 24,7% del 2025 al 34,5% nel 2050 e al 36,8% nel 2080, mentre la popolazione in età lavorativa scende dal 63,4% al 53,2% nello stesso arco temporale. La popolazione di 85 anni e più sale dal 4,1% all’8,4% tra il 2025 e il 2080. Il numero di famiglie aumenta da 26,7 milioni nel 2025 fino al massimo di 27,9 milioni nel 2043 per poi scendere a 27,6 milioni nel 2050. Le persone sole aumentano da 10,0 a 11,6 milioni, con una crescita più marcata tra le donne, che passano da 5,3 a 6,3 milioni. Nel 2050 le coppie senza figli superano per la prima volta a livello nazionale le coppie con figli, che scendono dal 28,1% al 21,1% delle famiglie. La dimensione media familiare scende da 2,20 a 1,98 componenti tra il 2025 e il 2050.
Il tasso di attività tra i 15 e i 64 anni sale dal 66,7% del 2025 al 71,0% nel 2050, con un incremento di 4,3 p.p. sostenuto soprattutto dalla componente femminile, che passa dal 57,8% al 64,2%. Il tasso maschile cresce in misura più contenuta, dal 75,6% al 77,2%, riducendo il divario di genere da 17,9 a 13,0 p.p. Le differenze territoriali restano ampie: il Nord-est mantiene il tasso più alto, vicino al 76% nel 2050, mentre il Mezzogiorno sale dal 56,4% al 61,4%, mantenendo un divario di circa 14 p.p. rispetto al resto del Paese. La forza lavoro tra i 15 e i 64 anni scende comunque da 24,8 a 21,4 milioni, con una riduzione di 3,4 milioni di persone. Gli attivi uomini passano da 14,1 a 12,2 milioni e le donne da 10,7 a 9,2 milioni. La popolazione tra i 65 e i 74 anni cresce fino al 2039, raggiungendo 9 milioni, per poi scendere a 7,5 milioni nel 2050. Il tasso di attività di questa fascia d’età sale dall’11,8% al 16,5%, portando gli attivi da 817mila a 1,2 milioni.
L’AI IMPONE UNA RICOMPOSIZIONE DEL MERCATO DEL LAVORO
Lo studio ricostruisce quattro decenni di dati sul contenuto di intelligenza artificiale dei brevetti statunitensi dal 1980 al 2019 costruendo una misura mensile dell’intensità dell’intelligenza artificiale nell’innovazione e isolando gli shock tecnologici a essa riconducibili. Gli aumenti dell’intensità di intelligenza artificiale si comportano come shock di offerta positivi con effetti che si manifestano dopo un certo ritardo e si protraggono nel tempo. La produttività totale dei fattori aumenta insieme a produzione, occupazione, ore lavorate e salari mentre i prezzi al consumo diminuiscono. Gli shock legati all’intelligenza artificiale spiegano circa il 25% delle fluttuazioni di prodotto e occupazione su un orizzonte di cinque anni.
I brevetti a elevato contenuto di intelligenza artificiale si distinguono per una qualità superiore rispetto al brevetto medio statunitense e rispetto ai brevetti ICT e automazione a cui in gran parte appartengono ricevendo più citazioni ed esprimendo un valore tecnologico ed economico più elevato. Gli shock legati all’intelligenza artificiale generano perciò effetti aggregati più ampi di quelli associati a shock più generali di ICT e automazione. Sul piano occupazionale i guadagni riguardano la gran parte dei settori, compresi quelli più esposti, e dei livelli di istruzione a eccezione dei lavoratori privi di diploma di scuola superiore. Il mercato del lavoro attraversa una fase di ricomposizione con più licenziamenti compensati da un numero maggiore di nuove posizioni.
A differenza degli shock tecnologici generali, storicamente neutri sulla ripartizione del reddito, gli shock legati all’intelligenza artificiale riducono la quota di reddito da lavoro e accrescono la disuguaglianza di ricchezza. La quota detenuta dal decile più ricco della popolazione statunitense aumenta in modo persistente mentre quella della metà più povera si riduce, coerentemente con un canale di rivalutazione delle attività finanziarie e reali possedute soprattutto dalle famiglie più abbienti. Una serie più recente, circoscritta ai brevetti direttamente riconducibili all’intelligenza artificiale generativa, produce gli stessi effetti qualitativi della serie storica più ampia. Il campione utilizzato si ferma al 2019 e precede la diffusione di massa delle applicazioni più recenti.
Banca d’Italia – The macroeconomic effects of AI technology shocks
https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/temi-discussione/2026/2026-1542/index.html
UE E AI COME ACHILLE E LA TARTARUGA
L’Unione europea dispone di circa due gigawatt di capacità di calcolo per l’AI, il 5% del totale mondiale. Gli Stati Uniti ne controllano il 78%, la Cina l’11%. Le previsioni al 2031 non cambiano questi rapporti: la quota europea salirebbe al 5,6%, quella cinese al 15%. La produzione di chip avanzati resta concentrata nello stabilimento taiwanese di TSMC, vincolato dalla capacità di ASML nei Paesi Bassi. Questo collo di bottiglia rende l’allocazione dei chip tra le aree geografiche un gioco a somma pressoché zero. Nvidia domina grazie al software CUDA, che rende difficile il passaggio verso chip alternativi come le TPU di Google.
La risposta politica europea passa per le AI Gigafactories e per il regolamento Cloud and AI Development Act. Il fondo InvestAI punta a mobilitare 20 miliardi pubblici per cofinanziare 200 miliardi privati destinati a cinque impianti dedicati ai modelli di frontiera. Il loro contributo alla capacità totale prevista al 2031 si fermerebbe al 4%, mentre il 96% dei progetti è già finanziato da capitali privati. Il regolamento introduce quattro livelli di garanzia di sovranità che vincolano la localizzazione di infrastrutture, personale e dati. Criteri troppo stringenti rischiano di alzare i costi e ridurre la concorrenza, rallentando la costruzione che si intende accelerare.
Il vincolo più rilevante non riguarda i capitali ma la velocità di attivazione degli impianti e l’accesso alla rete elettrica. Negli Stati Uniti un data center entra in funzione in media 24 mesi dopo i permessi, contro i 42 della Germania. Le Data Centre Acceleration Zones, con permesso aggregato unico, vanno nella direzione giusta ma mancano di meccanismi di applicazione verso le autorità locali. I fondi per le gigafactory potrebbero diventare incentivi per le aree più rapide nei permessi, insieme a investimenti sulla rete nei mercati già congestionati di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino. Conviene spingere gli hyperscaler statunitensi ad assegnare più chip a data center europei.

VIA L’AI DAL PARADISO TERRESTRE
L’appello a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è arrivato da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, con un saggio pubblicato nel fine settimana. Nel giro di ventiquattro ore i vertici di OpenAI, Google e xAI hanno condiviso la stessa posizione, un fatto raro tra aziende in aperta concorrenza. L’attacco condotto in estate contro la piattaforma Hugging Face da agenti AI capaci di aggirare autonomamente un ambiente controllato, occultando il proprio comportamento, ha inciso sulla percezione del rischio. Si aggiunge un rapporto di Anthropic su tentativi di utilizzo dei propri modelli per ricerche legate ad armi biologiche, insieme alla crescente diffusione dell’uso quotidiano dell’AI.
Il concetto di auto-miglioramento indica la capacità dei modelli di progettare i propri successori senza l’intervento umano, un traguardo che solleva interrogativi sul mantenimento del controllo su sistemi più capaci dei loro creatori. Nel dibattito emerge una distinzione tra pausa e ritmo controllato: un blocco totale è ritenuto impraticabile, mentre un rallentamento lascerebbe il tempo di costruire le misure di sicurezza necessarie. Le aziende restano bloccate in una dinamica assimilabile al dilemma del prigioniero, nessuna è disposta a frenarsi senza la certezza che le concorrenti facciano altrettanto, mentre si preparano a quotazioni in borsa di valore superiore ai mille miliardi di dollari. Le azioni legate all’AI hanno perso terreno e l’amministrazione Trump ha definito infondati i timori sulla sicurezza.
La possibile affermazione della Cina nella corsa all’intelligenza artificiale è considerata dagli ambienti della sicurezza nazionale statunitense una posta con conseguenze pressoché illimitate. I modelli cinesi risultano, secondo i principali benchmark, indietro di pochi mesi rispetto a quelli statunitensi, un divario che riduce l’incentivo di Pechino a rallentare in assenza di un’intesa reciproca. Il ministero della Sicurezza di Stato cinese ha comunque espresso preoccupazione per i rischi che l’AI pone al sistema politico del Paese, mentre il portavoce degli Esteri ha definito l’appello di Amodei un tentativo di allarmismo. L’incontro tra Trump e Xi Jinping a Washington resta un’occasione per verificare la disponibilità di un dialogo bilaterale sul tema.
Council on Foreign Relations – Why AI’s Biggest Rivals Are Suddenly Calling for Restraint
https://www.cfr.org/articles/why-ais-biggest-rivals-are-suddenly-calling-for-restraint




