La Rassegna della settimana: #1 OECD: l’interoperabilità sanitaria genera un valore stimato tra il 2,70% e il 6,64% della spesa sanitaria annua nei paesi #2 NBER: la sostenibilità fiscale dipende meno dallo stock di debito pubblico e più dal costo del suo servizio, che assorbe risorse fiscali immediate e ne condiziona la sostenibilità. #3 INPS: il terzo capitolo analizza il sistema pensionistico italiano nella transizione demografica, tra struttura delle prestazioni, comportamenti di uscita dal lavoro e crescita dei pensionati lavoratori. #4 UPB: le retribuzioni lorde reali dei dipendenti privati italiani si sono ridotte tra il 1990 e il 2026 mentre l’Irpef ha ampliato progressivamente il sostegno ai redditi più bassi, raddoppiando la propria capacità redistributiva.


Il 17,5% dei costi sanitari deriva da errori diagnostici legati anche a carenze di interoperabilità. È quanto emerge dal working paper “Interoperability in healthcare: Towards an interconnected future” di R. Fellner, Y. L’Heureux, J. Köhr, E. Sutherland e A. Velazquez Pelaez, OCSE. Lo studio analizza le pratiche di condivisione dei dati sanitari nei paesi OCSE. L’81,5% dei medici ritiene che una interoperabilità inadeguata comprometta la sicurezza dei pazienti e il 15% segnala una riduzione della fiducia nel sistema sanitario quando è costretto a ripetere le proprie informazioni cliniche. (Leggi)

I surplus primari risultano associati al costo del servizio del debito con maggiore intensità rispetto al rapporto debito su PIL, che perde capacità esplicativa una volta considerato tale onere. È quanto emerge dal working paper NBER “From Stocks to Flows: Debt Service and Fiscal Sustainability” di B. Eichengreen, M. Menuet e G. Donnat per il National Bureau of Economic Research. Lo studio analizza due secoli di dati fiscali degli Stati Uniti, dal 1800 al 2023, insieme a un campione di dodici economie avanzate. Le risposte fiscali si rafforzano quando le condizioni di finanziamento peggiorano. (Leggi)

Nel 2025 i pensionati in Italia erano circa 16,4 milioni, per una spesa pensionistica complessiva di 371 miliardi di euro, mentre l’età media alla decorrenza delle pensioni di vecchiaia e anticipate ha raggiunto 64,7 anni. Rispetto al 2024, l’importo medio lordo mensile dei redditi pensionistici è aumentato dell’1,3%. È quanto emerge dal terzo capitolo “Pensioni e transizione demografica: struttura, comportamenti e prospettive” del XXV Rapporto Annuale dell’INPS. (Leggi)

Le retribuzioni lorde per dipendente si sono ridotte del 6,6% mentre in Francia e Germania sono cresciute oltre il 30%. È quanto emerge dalla Nota di lavoro N. 1 “La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche” realizzato dall’Ufficio parlamentare di bilancio. La nota ricostruisce l’andamento dei salari e della progressività fiscale in Italia dal 1990 al 2026.  Le riforme dell’Irpef hanno attenuato la dispersione dei redditi netti rispetto a quelli lordi, sostenendo in particolare i lavoratori a tempo parziale e gli operai. (Leggi)

GRANDI RISPARMI IN SANITÀ DALL’INTEROPERABILITÀ

L’interoperabilità sanitaria rappresenta la capacità dei sistemi sanitari di scambiare e utilizzare i dati in modo sicuro e coordinato lungo l’intero percorso di cura. Le interviste condotte con rappresentanti di quindici paesi e con organizzazioni di standardizzazione individuano tre ostacoli principali: pratiche incompatibili di condivisione e de-identificazione dei dati, segnalate dal 70,6% degli intervistati, frammentazione infrastrutturale tra le regioni, indicata dal 66,7%, e governance frammentata tra le istituzioni, riportata dal 60,8%. A questi si aggiungono la scarsa fiducia culturale negli investimenti digitali, la distanza tra visione strategica e attuazione pratica e l’assenza di modelli di sostenibilità economica per le organizzazioni che sviluppano gli standard tecnici, spesso basate sul lavoro volontario.

Il valore economico dell’interoperabilità è stato quantificato in diversi studi nazionali con risultati compresi tra il 2,70% e il 6,64% della spesa sanitaria complessiva. In Canada il beneficio annuo stimato ammonta a 9,4 miliardi di dollari canadesi, pari al 2,7% della spesa sanitaria, mentre in Finlandia l’istituto Sitra stima un risparmio di circa 1,95 miliardi di euro l’anno, equivalente al 6,6% della spesa nazionale. Nel Regno Unito il Servizio Sanitario Nazionale prevede benefici pari al 4,3% della spesa annua distribuiti su un orizzonte decennale grazie a big data, intelligenza artificiale e medicina personalizzata. Il costo dell’inazione appare superiore a quello dell’investimento poiché gli errori diagnostici incidono per il 17,5% sulla spesa sanitaria complessiva.

Le opportunità di azione individuate dagli intervistati riguardano prioritariamente la modernizzazione delle infrastrutture di interoperabilità, segnalata dal 70,83% dei partecipanti, la standardizzazione dei set di dati e dei vocabolari in repository comuni, indicata dal 64,6%, il rafforzamento della collaborazione transfrontaliera tra le parti interessate, riportata dal 60,4%, e lo sviluppo di quadri giuridici per la condivisione internazionale dei dati, segnalato dalla stessa quota. Il paper sottolinea che le difficoltà principali non sono di natura tecnica ma riguardano la governance, la fiducia tra gli attori coinvolti e la leadership necessaria a orientare il sistema verso un modello centrato sul paziente in cui i dati vengono raccolti una sola volta e riutilizzati con le opportune tutele.

OECD – Interoperability in healthcare: Towards an interconnected future

https://www.oecd.org/en/publications/interoperability-in-healthcare_eb71b7be-en.html

I FLUSSI NODO CRUCIALE PER LA SOSTENIBILITÀ DEL DEBITO

Le analisi tradizionali sulla sostenibilità del debito pubblico si concentrano sul rapporto tra debito e PIL e sul differenziale tra tasso d’interesse e crescita. Lo studio propone un approccio alternativo basato sul vincolo di bilancio del governo espresso in termini di flussi anziché di stock. I governi non pagano lo stock di debito in quanto tale, versano interessi, e la pressione fiscale deriva dal costo del servizio del debito, non dall’ammontare complessivo delle passività. Tale costo dipende dalle condizioni di finanziamento, dalla struttura delle scadenze, dall’inflazione e dal premio per il rischio sovrano, per cui livelli di debito identici possono generare pressioni fiscali diverse tra i vari paesi.

Per gli Stati Uniti gli autori costruiscono una serie annuale continua dal 1800 al 2023, che consente di seguire l’aggiustamento fiscale attraverso i principali regimi monetari e istituzionali. Le stime mostrano che il coefficiente del rapporto debito su PIL risulta piccolo e statisticamente non significativo, mentre il costo del servizio del debito entra con segno positivo e significativo. Un aumento del 10% del costo del servizio del debito si associa a un incremento del surplus primario di circa il 2,8%. L’associazione si rafforza quando il differenziale tra tasso d’interesse e crescita diventa positivo. Gli shock al servizio del debito generano aumenti persistenti del surplus primario negli anni successivi, mentre gli shock allo stock di debito producono risposte più deboli.

L’analisi si estende a un campione di dodici economie avanzate nel periodo 1800-2023. Anche in questo contesto il rapporto debito su PIL perde significatività una volta introdotto il costo del servizio del debito, che resta positivo e significativo. Un aumento del 10% del costo del servizio del debito si associa a un incremento del surplus primario di circa l’1,35% nel campione internazionale. La relazione si rafforza quando il differenziale tra tasso d’interesse e crescita diventa sfavorevole. Il confronto tra il periodo precedente e successivo al 1913 mostra un cambiamento nella natura dell’aggiustamento fiscale, con correzioni brevi nell’Ottocento e correzioni più graduali e persistenti nell’epoca moderna, sostenute da mercati finanziari più ampi e da una maggiore capacità di gestione del debito pubblico.

NBER – From Stocks to Flows: Debt Service and Fiscal Sustainability

https://www.nber.org/papers/w35459

L’IMPORTANZA DI AUMENTARE L’ETÀ DELLA PENSIONE

Le proiezioni Eurostat indicano per l’Unione europea un picco della popolazione entro la seconda metà degli anni Venti, seguito da un calo progressivo, con l’Italia tra i Paesi in cui l’invecchiamento risulta più avanzato. L’indice di dipendenza degli anziani cresce in tutti i principali Paesi europei, ma nel 2025 registra in Italia il valore più elevato. Il capitolo sottolinea l’importanza della pressione previdenziale effettiva, legata anche a occupazione e continuità contributiva, età effettiva di pensionamento e permanenza al lavoro dopo la pensione. Al 31 dicembre 2025 i pensionati italiani erano circa 16,4 milioni, per un importo lordo complessivo di 371 miliardi di euro. Le donne, il 51% dei pensionati, percepivano il 44% dei redditi pensionistici, un importo inferiore del 34% rispetto agli uomini.

L’età media alla decorrenza delle pensioni dei lavoratori dipendenti è salita da 61,7 anni nel 2012 a 64,7 anni nel 2025, con le pensioni di vecchiaia stabili intorno ai 67 anni dal 2020 mentre le anticipate sono più sensibili ai canali di flessibilità come Quota 100, Quota 102 e Quota 103. Le indennità di disoccupazione, passate da mobilità ad ASpI e poi a NASpI, hanno allentato il legame diretto con la prossimità al pensionamento per i lavoratori anziani coinvolti in licenziamenti collettivi. Le indennità di accompagnamento dipendono anche dalla durata di permanenza nella prestazione, più lunga per le donne. Dal 2016, con la Legge n. 76 sulle unioni civili, sono state liquidate 622 pensioni ai superstiti, per il 78,1% a beneficiari uomini.

Il fenomeno dei pensionati lavoratori, ovvero i pensionati che percepiscono anche redditi da lavoro, riguarda circa l’8% dei percettori di pensione da lavoro e coinvolge un numero crescente di persone, passato da 40 mila nel 2019 a quasi 158 mila nel 2023. L’attività si avvia, nell’80% dei casi, nell’anno stesso del pensionamento, spesso nella stessa impresa di provenienza, e si associa a una quota crescente di contratti part-time, dal 35% nel 2020 a oltre il 44% nel 2023. Il reddito complessivo si riduce del 3% nel primo anno per i pensionati lavoratori, contro il 9% per chi non lavora più. Le imprese che li impiegano sono più diffuse al Nord e di dimensioni maggiori.

INPS – XXV Rapporto annuale

https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-annuali/xxv-rapporto-annuale.html

L’IRPEF HA CAMBIATO LA PROPRIA NATURA

Tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno equivalente sono calate in Italia dell’1,6% a fronte di aumenti superiori al 30% in Francia e Germania e del 50,5% negli Stati Uniti. L’analisi condotta sui microdati amministrativi INPS mostra un calo medio del 2,2% tra il 1990 e il 2018 e del 6,6% fino al 2026, con il decimo percentile in contrazione del 40,8% e il novantesimo percentile in crescita del 3,3%. La diffusione dei contratti part-time, passati dal 4,1% al 30,2% degli occupati, spiega gran parte di questa polarizzazione: l’indice di Gini calcolato sulle retribuzioni lorde sale da 0,330 nel 1990 a 0,403 nel 2026. Il settore dei servizi registra una perdita media del 20,9% mentre industria e costruzioni guadagnano il 16,5%, e gli impiegati a tempo pieno crescono più degli operai negli stessi termini lordi.

Il sistema dell’Irpef sui redditi da lavoro dipendente ha attraversato una trasformazione che ha spostato il carico fiscale dai redditi bassi verso quelli medio-alti. L’introduzione del bonus Irpef nel 2014, la sua estensione nel 2018 e nel 2020, la riduzione degli scaglioni nel 2022 e nel 2024 e la trasposizione dello sgravio contributivo nella struttura dell’imposta nel 2025 hanno ampliato la no-tax area da 8.527 a 16.347 euro a prezzi 2026. La soglia di reddito al di sotto della quale il prelievo del 2026 risulta più favorevole rispetto al 1990 si colloca a 35.100 euro annui: circa l’83,7% dei lavoratori dipendenti percepisce redditi inferiori a tale soglia. Nel 2026 il 40,0% di operai e impiegati versa un’Irpef nulla al netto del bonus, contro poco meno di mezzo milione di lavoratori nel 1990.

La scomposizione dell’indice di Reynolds-Smolensky attribuisce alle riforme fiscali circa l’80% dell’aumento della capacità redistributiva dell’Irpef registrato tra il 1990 e il 2026, contro il 7,4% del drenaggio fiscale e il 13,5% dell’effetto legato al mutamento della composizione occupazionale. Le politiche rivolte ai redditi bassi e medi spiegano 4,3 punti dei 3,7 punti complessivi di crescita dell’indice, parzialmente compensati dagli interventi sui redditi alti. L’indice di Kakwani (misura della progressività di un’imposta) passa da 13,1 a 39,6 mentre l’aliquota media effettiva sui redditi da lavoro dipendente scende di 3,7 p.p. Gli autori segnalano che il modello attuale, fondato su una base imponibile ristretta e su una disparità di trattamento tra lavoro dipendente e altre categorie reddituali, presenta margini limitati per ulteriori interventi redistributivi senza una revisione dei regimi sostitutivi proporzionali e un contrasto più incisivo all’evasione fiscale.

UPB – Nota di lavoro n. 1/2026 La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche

https://www.upbilancio.it/it/nota-di-lavoro-n-1-2026-la-dinamica-retributiva-e-il-ruolo-dellimposta-sul-reddito-delle-persone-fisiche/