La Rassegna della settimana: #1 CER: il mercato europeo del CO2 è sotto pressione per un possibile indebolimento in nome della competitività industriale, ma è necessario invece un rafforzamento per decarbonizzare l’industria pesante. #2 HAS: gli intermediari della filiera farmaceutica trattengono circa un terzo della spesa netta annua in farmaci grazie a contratti di compenso legati al prezzo di listino. #3 ECFIN: la fascia d’età 30-44 anni esercita l’effetto maggiore sulla nascita di nuove imprese nell’Unione europea. L’invecchiamento demografico rischia di frenare la dinamica imprenditoriale nei prossimi anni. #4 LSE: I ministri della salute con laurea in medicina non incrementano la spesa sanitaria totale ma la riallocano verso la prevenzione.


Il prezzo delle quote di emissione nell’Unione europea si attesta oggi intorno a 75 euro per tonnellata di CO2, contro il picco di 100 euro del 2022. È quanto emerge dal rapporto “A stronger carbon market is necessary for a more competitive European industry”, a cura di E. Cornago, pubblicato dal Centre for European Reform. Le emissioni industriali coperte dal sistema si sono ridotte in modo disomogeneo tra i settori dal 2013 a oggi, con il comparto chimico tra i più lenti e la carta e cellulosa tra i più rapidi. Dieci Stati membri, tra cui Austria, Cechia, Italia e Polonia, hanno chiesto alla Commissione europea un allentamento del sistema. (Leggi)

Le pharmacy benefit manager (PBM) decidono quali farmaci vengono coperti dai piani sanitari statunitensi e a quali condizioni economiche. I contratti che legano il loro compenso a una percentuale del prezzo di listino favoriscono i farmaci più costosi a scapito di generici e biosimilari più economici. È quanto emerge dal commentario “The cost of misaligned incentives in the pharmaceutical supply chain”, pubblicato su Health Affairs Scholar, a firma di G. Joyce dello Schaeffer Center for Health Policy & Economics della University of Southern California. (Leggi)

Le imprese nascono con maggiore frequenza dove la popolazione tra i 30 e i 44 anni pesa di più sul totale dei residenti. È quanto emerge dallo studio “Demographic Change and Business Dynamics in the EU”, condotto da I. Fedotenkov e A. Vandeplas per la DG ECFIN. L’analisi copre ventotto paesi dell’Unione europea nel periodo 2008-2020 e collega la struttura per età della popolazione al tasso di natalità delle imprese. I risultati mostrano un andamento a campana lungo le coorti d’età, con il picco positivo registrato dalla fascia 30-44 anni. L’innalzamento del livello di istruzione potrebbe attenuare in parte gli effetti dell’invecchiamento sulla dinamica imprenditoriale nei prossimi anni. (Leggi)

I ministri con background medico non aumentano la spesa sanitaria complessiva ma destinano una quota maggiore di risorse alla prevenzione, con un incremento dell’11%-14% rispetto alla media campionaria. È quanto emerge dallo studio di M. Antonini, J. Costa-Font, N. Marchi e D. Winberg, “Do Medical Health Ministers Make Different Health System Choices?” pubblicato dalla London School of Economics and Political Science. La ricerca analizza le scelte di spesa sanitaria dei ministri della salute con formazione medica in un gruppo di paesi OCSE. Lo studio rileva inoltre una riduzione del tasso di mortalità generale nei paesi con ministri medici. Le coperture vaccinali contro il morbillo mostrano un segno positivo privo di significatività statistica. (Leggi)

RAFFROZARE IL MERCATO DEL CO2 CONVIENE

Il sistema di scambio delle quote di emissione dell’Unione europea pone un prezzo sulle emissioni di gas serra e copre circa il 40% delle emissioni complessive del blocco. Alcune associazioni industriali, in particolare nei settori chimico e siderurgico, chiedono un indebolimento del meccanismo per ragioni di competitività, mentre le imprese che hanno già investito nella decarbonizzazione mettono in guardia contro modifiche che comprometterebbero la base economica di tali investimenti. Gli Stati membri risultano divisi sul tema. Dieci paesi, tra cui Austria, Repubblica Ceca, Italia e Polonia, hanno chiesto alla Commissione un allentamento delle regole. Spagna, Francia e Germania si dicono favorevoli a una riforma moderata mentre i paesi nordici continuano a sostenere il meccanismo nella sua forma attuale.

Dal periodo successivo alla pandemia, il prezzo delle quote di emissione ha superato i 60 euro per tonnellata raggiungendo un picco di 100 euro nel 2022 per poi attestarsi intorno a 75 euro. Le emissioni da combustione, legate soprattutto alla produzione elettrica, sono scese del 60% dal 2013 grazie al passaggio dal carbone al gas e all’espansione delle rinnovabili, mentre le emissioni industriali si sono ridotte più lentamente. La maggior parte delle emissioni dell’industria pesante beneficia ancora di quote gratuite, concesse per prevenire la delocalizzazione della produzione verso aree con politiche climatiche meno stringenti. Tra il 2026 e il 2034 la quota di allocazioni gratuite sarà progressivamente azzerata, in parallelo all’introduzione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere sulle importazioni.

I proventi delle aste delle quote di emissione hanno raggiunto 38,8 miliardi di euro nel 2024, con il 63% destinato ai bilanci nazionali e il resto a fondi europei per l’innovazione e la modernizzazione energetica. Solo il 5% delle risorse nazionali, pari a 820 milioni di euro, è stato destinato a sostenere investimenti nella decarbonizzazione dei processi industriali, contro quote del 20-25% riservate a energia, edifici e trasporti. Il rapporto indica nel passaggio da allocazioni gratuite ad aste il principale strumento per rafforzare il segnale di prezzo verso l’industria e propone di condizionare le quote gratuite residue a piani di investimento in tecnologie a basse emissioni, insieme a un uso più mirato dei proventi per sostenere la transizione dei settori più esposti.

CER – A stronger carbon market is necessary for a more competitive European industry

https://www.cer.eu/insights/stronger-carbon-market-necessary-more-competitive-european-industry

I COSTI NASCOSTI DELLA SPESA FARMACEUTICA USA

La spesa farmaceutica statunitense calcolata sui prezzi di listino ha raggiunto 917 miliardi di dollari nel 2023, un valore che riflette pochissimi pagamenti effettivi poiché la quasi totalità degli acquirenti beneficia di sconti. La spesa netta, al netto degli sconti, si è fermata a 650 miliardi di dollari, con uno sconto medio del 29% sul prezzo di listino. Tra il 2018 e il 2023 la spesa netta è cresciuta a un ritmo del 5,2% annuo, un tasso contenuto rispetto alla crescita del numero di prescrizioni e alla percezione pubblica di un’impennata dei costi. I produttori farmaceutici hanno incassato 435 miliardi di dollari nel 2023, pari a circa due terzi della spesa netta complessiva. La differenza, 215 miliardi di dollari, è stata trattenuta da grossisti, farmacie, Pharmacy benefit management (PBM) e piani sanitari senza la possibilità distinguere esattamente la quota di ciascun soggetto lungo la filiera distributiva.

I grossisti applicano un margine medio del 3% sul prezzo di listino dei farmaci prima di distribuirli a farmacie, ospedali e strutture di lungo periodo, un mercato dominato da tre operatori che coprono oltre il 90% della distribuzione nazionale. Ancorare il loro compenso al prezzo netto anziché al prezzo di listino avrebbe ridotto i ricavi lordi da 27,5 a 19,5 miliardi di dollari nel 2023, con un risparmio stimato di 8 miliardi di dollari. Le farmacie al dettaglio, soprattutto quelle indipendenti nelle aree rurali, affrontano margini in calo e chiusure crescenti negli ultimi cinque anni a causa della concorrenza e della riduzione dei rimborsi da parte dei PBM. Il costo medio di dispensazione di un farmaco si colloca tra 10 e 12 dollari a prescrizione, una cifra coerente con la tariffa fissa di 10,50 dollari applicata in molti programmi Medicaid statali e con il modello di prezzo costo-più adottato dalla Cost Plus Drug Company di Mark Cuban.

Il compenso dei PBM legato al prezzo di listino incentiva la scelta di farmaci più costosi e favorisce sconti non dichiarati, commissioni nascoste e recuperi successivi alla vendita. Un compenso fisso di 4 dollari per prescrizione, con un bonus fino al 25% legato alla qualità del servizio, avrebbe generato ricavi netti per i PBM pari a 27,6 miliardi di dollari nel 2023, esclusi i pagamenti dei produttori per servizi accessori come l’analisi dei dati. Applicando questo criterio a grossisti, farmacie e PBM la spesa farmaceutica complessiva si sarebbe potuta ridurre di 95,4 miliardi di dollari, quasi il 15% della spesa netta, senza incidere sugli incentivi dei produttori a investire in innovazione. Le proposte legislative in discussione a livello federale e statale puntano ad aumentare la trasparenza delle pratiche commerciali dei PBM, un settore che ha già mostrato in passato capacità di adattare le proprie fonti di ricavo alle critiche ricevute.

HAS – The cost of misaligned incentives in the pharmaceutical supply chain

https://academic.oup.com/healthaffairsscholar/article/3/7/qxaf126/8173270

MENO IMPRESE IN UN MONDO ANZIANO

Lo studio analizza il rapporto tra struttura demografica e tasso di ingresso di nuove imprese in ventotto paesi europei nel periodo 2008-2020, Regno Unito incluso fino al 2020. La popolazione è suddivisa in coorti di quindici anni, dagli 0-14 anni fino agli over 75, con la fascia 0-14 anni utilizzata come gruppo di riferimento. Uno spostamento di un punto percentuale dalla fascia 0-14 alla fascia 30-44 produce un aumento del tasso di natalità delle imprese compreso tra 1,4 e 2,5 p.p. a seconda della specificazione del modello. Anche la fascia 15-29 anni mostra un effetto positivo e statisticamente significativo. Le coorti più anziane, comprese quelle 60-74 e 75+, presentano coefficienti positivi rispetto al gruppo di riferimento 0-14 anni, sebbene per la fascia più anziana la significatività statistica risulti meno robusta. Il tasso medio di natalità delle imprese si è ridotto o è restato stabile nella maggior parte dei paesi europei tra il 2008 e il 2019.

La fascia 30-44 anni combina un’elevata partecipazione al mercato del lavoro con capitale umano accumulato attraverso l’esperienza lavorativa, condizione che favorisce anche l’accesso al credito necessario per avviare un’attività. I lavoratori più anziani risultano meno propensi ad abbandonare un impiego stabile per intraprendere un percorso imprenditoriale mentre il costo di assunzione di personale più maturo riduce ulteriormente la convenienza di aprire una nuova impresa. Gli individui anziani inattivi mantengono livelli di reddito e di spesa superiori rispetto ai bambini e ai giovanissimi, sostenendo la domanda di mercato per nuove attività. L’invecchiamento della popolazione è inoltre associato a una minore domanda di prestiti da parte degli anziani, condizione che allenta la pressione sul credito disponibile per i nuovi imprenditori. La crescita del PIL reale esercita invece un effetto positivo e significativo sul tasso di natalità delle imprese in tutte le specificazioni che la includono.

Le stime restano coerenti quando le coorti sono inserite una per volta nel modello insieme agli effetti fissi di paese e periodo, confermando il profilo a campana con il massimo nella fascia 30-44 anni. La quota di popolazione con almeno un diploma di scuola secondaria mostra un legame positivo con il tasso di natalità delle imprese in tutte le specificazioni testate. Gli autori indicano che l’innalzamento del livello di istruzione delle nuove generazioni potrebbe attenuare in parte gli effetti negativi dell’invecchiamento sulla dinamica imprenditoriale nei prossimi anni. Tra le implicazioni di policy figurano misure volte a sostenere la partecipazione al mercato del lavoro in tutte le fasce d’età, il rafforzamento del capitale umano e un più agevole accesso al credito per i nuovi imprenditori. Lo studio suggerisce infine di approfondire il legame tra struttura demografica, natalità delle imprese e istituzioni del mercato del lavoro nelle ricerche future.

ECFIN – Demographic Change and Business Dynamics in the EU

https://economy-finance.ec.europa.eu/publications/demographic-change-and-business-dynamics-eu_en

MINISTRI DELLA SALUTE MEDICI È MEGLIO?

I medici che assumono incarichi ministeriali portano con sé una formazione clinica centrata sul paziente, distinta dalla logica gestionale degli amministratori sanitari o dall’orientamento collettivo degli specialisti di sanità pubblica. Questa impostazione può favorire un’attenzione alle terapie individuali oppure sostenere approcci basati sull’evidenza scientifica e sul contenimento dei costi. I medici occupano una posizione dominante nella gerarchia sanitaria rispetto a infermieri e altri professionisti, con possibili effetti sull’allocazione delle risorse verso servizi curativi piuttosto che preventivi. Lo studio analizza dati longitudinali relativi a trenta paesi OCSE nel periodo 1993-2014, incrociando informazioni sui ministri della salute con indicatori di spesa e di performance dei sistemi sanitari nazionali. I ministri con laurea in medicina rappresentano circa il 31% del campione analizzato.

I risultati mostrano che i ministri con formazione medica non modificano in modo significativo la spesa sanitaria complessiva rispetto al PIL. L’effetto principale riguarda la composizione della spesa, con una quota di risorse destinata alla prevenzione superiore dell’11%-14% rispetto alla media del campione. La spesa farmaceutica pro capite mostra una variazione positiva ma non significativa. Sul fronte della struttura del sistema sanitario, la presenza di un ministro medico non produce variazioni rilevanti nella densità di medici di base, mentre la densità di medici specialisti e di infermieri mostra stime negative. Questi risultati contrastano con evidenze raccolte a livello regionale, dove i ministri medici tendono ad ampliare il personale ospedaliero. A livello centrale sembrano orientare le risorse esistenti verso la prevenzione senza espandere la capacità complessiva del sistema. Le variazioni riguardano il modo in cui le risorse vengono impiegate più che l’entità delle risorse stesse.

Sul piano degli esiti di salute, la presenza di un ministro medico è associata a una riduzione del tasso di mortalità generale, pari a circa 0,11 decessi ogni 1.000 abitanti. Le coperture vaccinali contro il morbillo mostrano un segno positivo che non raggiunge la soglia di significatività statistica. L’analisi per sottogruppi indica che l’effetto sulla spesa preventiva si attenua nei paesi federali, dove l’autorità ministeriale sulla sanità è condivisa con i livelli regionali. Nei paesi di dimensioni demografiche minori emergono pattern diversi, con un aumento sia della spesa sanitaria complessiva sia della densità del personale infermieristico, un andamento compatibile con dinamiche di prossimità e reti professionali informali. Le stime restano stabili anche escludendo gli Stati Uniti dal campione e nei confronti tra sistemi parlamentari e presidenziali.

LSE – Do medical health ministers make different health system choices?

https://researchonline.lse.ac.uk/id/eprint/138250/