La Rassegna della settimana: #1 Istat, Insee, Destatis: nel primo trimestre del 2026 i tre principali paesi dell’area euro hanno registrato andamenti del PIL divergenti. #2 NBER: la produttività manifatturiera statunitense ha smesso di crescere dopo il 2010, con un crollo dal +3,3% annuo del periodo 1987-2010 al -0,3% del periodo 2010-2023. #3 Banca d’Italia: nel 2025 la crescita mondiale ha superato le attese al 3,4%, ma il conflitto nel Golfo Persico ha rovesciato il quadro con prezzi energetici in forte rialzo. #4 OECD: il conflitto in Medio Oriente ha indebolito le prospettive di crescita dell’Italia, già modesta, portando il PIL al +0,5% nel 2026.


Nel primo trimestre 2026 il PIL reale è cresciuto dello 0,3% sia in Italia che in Germania, mentre la Francia ha registrato -0,1%. In termini tendenziali l’Italia ha segnato +0,8%, la Germania +0,4% e la Francia +1,1%. Le esportazioni italiane sono salite del 2,2% e quelle francesi sono calate del 3,5%. In Germania il valore aggiunto totale è cresciuto dello 0,1%. La media dell’area euro si è attestata a +0,1% congiunturale. È quanto emerge dai comunicati “Conti economici trimestrali. Prodotto interno lordo, valore aggiunto, consumi, investimenti, domanda estera”, dell’Istat, “Gross domestic product – detailed results on economic performance in the 1st quarter of 2026”, dello Statistisches Bundesamt (Destatis) e “In Q1 2026, GDP slightly fell back (-0.1%)”, dell’INSEE. (Leggi)

Nel decennio 2000-2010 la manifattura USA ha perso 5,8 milioni di posti di lavoro, mentre la quota delle importazioni sul valore della produzione interna è salita dal 28% al 39,4% nello stesso arco di tempo È quanto emerge dal WP NBER “Does the Import Invasion Explain the Mysterious Disappearance of Productivity Growth in U.S. Manufacturing?” di R. J. Gordon e K. Ryu. L’industria dell’abbigliamento ha registrato un calo dell’output del 71%, quella tessile del 50% e quella del mobile del 38%. Il tasso di penetrazione delle importazioni nel comparto informatico e dell’elettronica ha raggiunto l’84% nel 2018, secondo solo all’abbigliamento con il 97%. Gli investimenti fissi nel settore manifatturiero sono passati da un tasso di crescita annua del 5,0% nel 1987-2005 all’1,0% nel 2005-2023. (Leggi)

Nel 2025 il PIL mondiale è cresciuto del 3,4% e il commercio del 5%, ma il 90% dei dazi statunitensi è ricaduto su consumatori e imprese americane. È quanto emerge dalla “Relazione annuale sul 2025. Considerazioni finali del Governatore” a firma di F. Panetta, Banca d’Italia. Il blocco dello stretto di Hormuz ha deteriorato le prospettive energetiche con prezzi in forte rialzo e rischio di inflazione persistente, che espone l’Europa a una crescita scesa allo 0,9% nel 2026 nello scenario base BCE. Per l’Italia cin PIL +0,5%, produttività quasi ferma, intelligenza artificiale adottata dal 16% delle imprese, la relazione indica nella tecnologia e nel capitale umano le leve decisive per una crescita duratura. (Leggi)

Il PIL italiano crescerà dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, frenato dal caro energia e dall’incertezza geopolitica, nonostante l’accelerazione dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il tasso di disoccupazione, sceso al 5,3% a febbraio 2026, è tra i più bassi storici, ma la partecipazione al mercato del lavoro resta bassa. È quanto emerge dal Rapporto “OECD Economic Outlook – Volume 2026, Edizione 1” (versione preliminare, giugno 2026). L’inflazione armonizzata è salita al 2,8% in aprile 2026 per effetto dei prezzi energetici, mentre l’inflazione di fondo si mantiene contenuta all’1,6%. Il disavanzo pubblico si è ridotto al 3,1% del PIL nel 2025, ma il debito pubblico ha superato il 137% del PIL, con proiezioni in ulteriore aumento al 150,5% nel 2026. (Leggi)

PRIMO TRIMESTRE 2026 FRANCIA IN CONTROTENDENZA

Nel primo trimestre del 2026 la Franca ha mostrato traiettorie del PIL reale diverse da Italia e Germania. L’Italia ha registrato una crescita congiunturale dello 0,3%, sostenuta dalla domanda interna al netto delle scorte (+0,4 p.p.) e dalla domanda estera netta (+0,9 p.p.), con i consumi delle famiglie a +0,3 p.p. e gli investimenti fissi lordi a +0,1 p.p. La variazione delle scorte ha pesato per -1,1 p.p. Le esportazioni di beni e servizi sono cresciute del 2,2% e le importazioni sono diminuite dello 0,7%. La variazione acquisita per il 2026 è pari a 0,6% e il PIL si è attestato in termini assoluti a circa 490 miliardi di euro concatenati. Sul lato dell’offerta i servizi hanno guidato la ripresa con +0,4%, mentre l’industria è restata stazionaria e l’agricoltura ha ceduto lo 0,5%.

La Germania ha segnato anch’essa +0,3% congiunturale, con un valore aggiunto totale in crescita dello 0,1%. A livello settoriale, le attività finanziarie e assicurative hanno mostrato la variazione positiva più elevata (+1,2%), dopo quattro trimestri consecutivi di calo. Il commercio, i trasporti e la ristorazione hanno contribuito positivamente (+0,2%), così come le costruzioni in misura minore. I servizi pubblici, l’istruzione e la sanità sono restati stazionari, e i servizi alle imprese hanno ceduto lo 0,1%. In termini tendenziali la crescita tedesca si è fermata a +0,4%, confermando la difficoltà del paese a consolidare un ritmo di espansione più sostenuto dopo le flessioni registrate nel biennio precedente.

La Francia si è distinta con un calo del PIL dello 0,1% nel trimestre, dopo il +0,2% del quarto trimestre del 2025. I consumi delle famiglie hanno ceduto lo 0,2%, penalizzati dalla contrazione dei beni (-0,7%), riconducibile in particolare alla spesa energetica. Gli investimenti fissi lordi sono diminuiti dello 0,6%, con una caduta dell’1,7% nella componente costruzioni. Le esportazioni hanno subito una flessione del 3,5% per il calo delle forniture aeronautiche, mentre le importazioni hanno continuato a scendere (-0,9%): la domanda estera netta ha sottratto 0,9 p.p. alla variazione del PIL. Il margine di profitto delle società non finanziarie è sceso al 31,7% del valore aggiunto, dal 32,5% del trimestre precedente. In termini tendenziali la Francia ha registrato +1,1%, valore superiore a quello italiano e tedesco ma costruito su una base di confronto relativamente debole.

Istat, INSEE, Destatis – Conti economici trimestrali – I trimestre 2026

https://www.insee.fr/en/statistiques/8999349

https://www.destatis.de/EN/Press/2026/05/PE26_173_811.html?nn=2112

LE DIVERSE CAUSE DEL TRACOLLO PRODUTTUVUTÀ NELLA MANIFATTURA USA

La scomparsa della crescita della produttività manifatturiera negli Stati Uniti è il risultato di un processo avviato dieci anni prima di quanto la letteratura abbia finora riconosciuto. La produttività ha registrato un tasso medio annuo positivo fino al 2010, mentre la produzione ha smesso di espandersi già nel 2000, con un tasso di crescita annua prossimo allo zero negli anni successivi, a fronte di un PIL reale cresciuto del 57% nello stesso periodo. La causa primaria di questa stagnazione è identificata nell’invasione delle importazioni, che ha eroso le vendite interne, chiuso stabilimenti e compresso i margini di profitto lungo tutta la catena del valore manifatturiero. Il fenomeno non è riconducibile esclusivamente alla Cina: su base pluridecennale, le importazioni cinesi hanno rappresentato il 22% dell’aumento complessivo del rapporto tra importazioni e produzione interna, mentre la quota del Messico è cresciuta fino a superare quella cinese entro il 2023.

La contrazione della produzione ha innescato una sequenza di effetti negativi che ha progressivamente eroso la capacità innovativa del settore. Il calo dei profitti ha ridotto le risorse disponibili per gli investimenti fissi e per la ricerca e sviluppo, con una riduzione del tasso di brevettazione da parte di inventori statunitensi già documentata tra il 2000 e il 2007. La finanziarizzazione delle imprese ha amplificato questo processo: una quota crescente degli utili è stata destinata al riacquisto di azioni proprie invece che all’espansione produttiva, con stime che attribuiscono a questa pratica l’80% del calo degli investimenti dopo il 2000. Sul fronte della ricerca pubblica, la spesa è scesa dal 2,0% del PIL nel 1964 allo 0,7% degli anni recenti, mentre quella privata si è spostata dalla scienza di base e dall’innovazione di processo verso estensioni di prodotto e copie commerciali. La quota dei brevetti d’eccellenza prodotti nel settore manifatturiero è crollata dal 73% degli anni Settanta al 12% degli anni Dieci.

Lo studio individua ulteriori fattori strutturali: le regolamentazioni ambientali, sulla sicurezza e sul risparmio energetico hanno dirottato gli investimenti dalla crescita della produzione verso l’adeguamento normativo, con effetti nei settori petrolifero, chimico, automobilistico e alimentare. L’industria automobilistica ha dovuto destinare ingenti risorse all’innalzamento dell’efficienza dei motori e ai sistemi di controllo delle emissioni, mentre quella alimentare ha subito una trasformazione del quadro regolatorio con il Food Safety Modernization Act del 2011, che ha imposto l’assunzione di personale aggiuntivo per la conformità senza incremento dell’output. La carenza di manodopera qualificata costituisce un vincolo di lungo periodo: nel 2025 oltre 400.000 posizioni nel settore manufatturiero restavano scoperte, e la quota di lavoratori con formazione tecnica specializzata non è cresciuta.

NBER – Does the Import Invasion Explain the Mysterious Disappearance of Productivity Growth in U.S. Manufacturing?

https://www.nber.org/papers/w35285

PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO IL TENDINE D’ACHILLE DEL PAESE

Nel 2025 il PIL mondiale ha raggiunto il 3,4% — mezzo punto oltre le previsioni — trainato dagli investimenti americani in intelligenza artificiale e dall’espansione cinese al 5%, ottenuta intensificando l’export. Il commercio ha segnato +5%, con i beni legati all’intelligenza artificiale responsabili di circa la metà dell’incremento. I mercati finanziari hanno assecondato la fase con valori azionari elevati, alimentando valutazioni eccessive in segmenti come oro, Bitcoin e private credit. Il blocco dello stretto di Hormuz ha provocato un’impennata dei prezzi di petrolio e gas, mentre l’aumento dei fertilizzanti preannuncia ricadute sui prezzi alimentari nel 2027.

L’area dell’euro ha registrato nel 2025 una crescita dell’1,4% e un’inflazione tornata al 2%, il che ha consentito alla BCE di tagliare i tassi di 100 p.p. Il conflitto ha provocato da marzo 2026 un brusco deterioramento: fiducia delle famiglie in caduta sui livelli del 2022, spread sovrani in ampliamento e condizioni di credito più restrittive. Nello scenario base BCE la crescita scenderebbe allo 0,9% nel 2026 e l’inflazione salirebbe al 2,6%, con picco superiore al 6% in caso di conflitto prolungato. L’Unione sconta mercati dei capitali frammentati e l’incapacità di trasformare il risparmio abbondante in investimenti produttivi, mentre le riforme della Bussola per la competitività procedono a ritmo insufficiente.

Dal 2019 l’Italia ha mostrato una tenuta significativa, con il PIL cresciuto di oltre il 6% e la posizione netta sull’estero divenuta creditoria al 15% del PIL. Nel 2025 la crescita si è fermata allo 0,5%, frenata dalla debolezza tedesca e dall’erosione del potere d’acquisto delle retribuzioni. La produttività per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuta di appena il 6% dall’inizio del secolo, contro il 13-34% negli altri grandi paesi dell’area. L’adozione dell’intelligenza artificiale coinvolge solo il 16% delle aziende con dieci o più addetti, contro il 20% europeo, e il ritardo si sta ampliando. Solo un deciso aumento della produttività potrà garantire crescita duratura.

Banca d’Italia – Relazione annuale sul 2025. Considerazioni finali del Governatore

https://www.bancaditalia.it/media/notizia/relazione-annuale-sul-2025-considerazioni-finali-del-governatore/

IL GRAVE PROBLEMA ENERGETICO ITALIANO

A inizio 2026 l’economia italiana mostrava segnali di graduale miglioramento del momentum: il PIL è cresciuto dello 0,2% nel primo trimestre rispetto al trimestre precedente, sostenuto dalla ripresa degli investimenti, dall’espansione della produzione farmaceutica e delle filiere legate alle transizioni energetica e digitale. L’accelerazione nell’erogazione dei fondi del PNRR ha sostenuto l’attività nel settore delle costruzioni, mentre gli incentivi fiscali hanno alimentato gli investimenti residenziali. Questo slancio è stato bruscamente interrotto dallo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente che ha causato un’impennata dei prezzi del petrolio e del gas naturale, con conseguenze particolarmente severe, data la dipendenza per circa un quarto dell’approvvigionamento totale dal gas naturale e per l’11% dal petrolio raffinato provenienti da quella rotta. L’inflazione armonizzata è risalita al 2,8% in aprile 2026, erodendo i guadagni salariali reali conseguiti nel periodo precedente.

Sul fronte della finanza pubblica, il percorso di consolidamento graduale prosegue: il deficit si è ridotto al 3,1% del PIL nel 2025, con una realizzazione leggermente più lenta rispetto agli obiettivi indicati nella legge di bilancio 2026. Il miglioramento è stato sostenuto da maggiori entrate, in particolare contributi previdenziali, mentre la spesa primaria netta è aumentata in rapporto al PIL, in contrasto con quanto previsto dal Piano Strutturale di Bilancio a Medio Termine. Il debito pubblico è salito oltre il 137% del PIL nel 2025 con una traiettoria attesa al rialzo fino al 150,5% nel 2026. Per attenuare l’impatto dei prezzi energetici elevati, il governo ha adottato misure come la riduzione delle accise sui carburanti e trasferimenti mirati a famiglie a basso reddito e imprese ad alta intensità energetica, in settori quali autotrasporto, agricoltura e pesca. Le misure sono finanziate in parte attraverso imposte aggiuntive sulle società energetiche, maggiori entrate IVA e proventi ETS, e sono limitate nel tempo o per dotazione finanziaria.

Le proiezioni al 2026-2027 scontano rischi sostanziali, orientati verso il basso, data l’elevata esposizione dell’Italia al conflitto mediorientale. Nell’ipotesi di base, con prezzi energetici in graduale discesa dalla metà del 2026, la crescita del PIL si attesta allo 0,5% nel 2026 e allo 0,6% nel 2027, con la ripresa frenata dalla debolezza dei rinnovi contrattuali. I consumi privati cresceranno dello 0,3% nel 2026 per poi risalire leggermente, mentre la formazione lorda di capitale fisso è attesa al +2,3% nel 2026. Sul piano strutturale, il rapporto raccomanda di proseguire il consolidamento fiscale delineato nell’MTFSP, contenendo la spesa pensionistica e migliorando l’efficienza della spesa pubblica, contestualmente a una strategia di riforme strutturali che favorisca produttività e occupazione. Sul fronte energetico, semplificare le autorizzazioni nel settore delle rinnovabili ridurrebbe la dipendenza dai combustibili fossili e attenuerebbe la vulnerabilità agli shock.

OECD Economic Outlook, Volume 2026 Issue 1

https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-outlook-volume-2026-issue-1_2d1956f0-en.html