La Rassegna della settimana: #1 ECFIN: i finanziamenti UE per la ricerca e l’innovazione aumentano le vendite e la produttività delle imprese beneficiarie di circa il 18%, senza effetti significativi sui livelli occupazionali. #2 ILO: in Europa e Asia centrale il cambiamento demografico sta riducendo la forza lavoro in età attiva e innalzando il rapporto di dipendenza economica degli anziani. # 3 PIIE: tra il 2023 e il 2025 l’economia dell’intelligenza artificiale negli USA cresce oltre il 2.000% annuo ma lascia appena una traccia nelle statistiche ufficiali del PIL. #4 AIFA tra gennaio e ottobre 2025 la spesa farmaceutica è in avanzo sul tetto convenzionato ma è in disavanzo sugli acquisti diretti, con un impatto complessivo pari al 18,64% del FSN 2025, superiore di 3,34 p. p. alla soglia del 15,30%.
I sussidi europei per la ricerca e lo sviluppo tecnologico innalzano le vendite delle imprese finanziate di 18,2 p.p. e la produttività del lavoro di 18,5 p. p., mentre non lasciano traccia apprezzabile sugli organici aziendali, segnalando l’esistenza di vincoli che impediscono alle imprese di scalare la produzione anche dopo aver completato con successo un progetto innovativo. È quanto emerge dal documento “The Impact of EU Grants for Research and Innovation on Firms’ Performance”, di G. Kátay, P. Mosberger e F. Tucci, pubblicato dalla DG ECFIN. (Leggi)
Nel 2024 il rapporto tra over 65 e popolazione in età lavorativa (15–64 anni) era pari a 28 ogni 100 persone nella regione, destinato a salire a 43 entro il 2050, con una perdita netta di 10 milioni di lavoratori mentre la produttività in calo dal 1991. È quanto emerge da “Demographic Change in Europe and Central Asia: Addressing the Issue of a Shrinking and Ageing Labour Force”, di M. S. De Gobbi, S. Kühn, G. Heins e Z. Malikova, pubblicato dall’ILO. L’inclusione di donne, lavoratori anziani, giovani, persone con disabilità e migranti può attenuare solo in parte questi squilibri, ma rappresenta un passo avanti necessario per sostenere la forza lavoro e i sistemi di protezione sociale. (Leggi)
Tra il 2023 e il 2025 la spesa nominale statunitense per il calcolo dell’AI è passata da 37 a 219 miliardi di dollari, con una crescita annua del 145%. È quanto emerge dal paper “Where Is AI in GDP Statistics? Filling the Measurement Gap” di A. Korinek e P. McKelvey, pubblicato dal PIIE. L’output corretto per la qualità è cresciuto di oltre il 2.270% nel 2025. Il PIL nominale dell’AI è stimato in circa 250 miliardi di dollari nel 2025 ma in termini corretti per la qualità cresce al 2.600% annuo. A differenza delle tecnologie precedenti, l’AI è il primo candidato plausibile a sostituire il lavoro umano su larga scala, rendendo ben più rilevante il divario di misurazione rispetto ai casi storici. (Leggi)
Nei primi dieci mesi del 2025 la spesa farmaceutica convenzionata netta si è attestata a 7.015,9 milioni di euro, in crescita del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2024. È quanto emerge dal “Monitoraggio della Spesa Farmaceutica Nazionale e Regionale – Gennaio-Ottobre 2025” dell’AIFA. Al netto dei payback a carico delle aziende, la spesa che concorre al tetto del 6,80% è pari a 7.208,8 milioni di euro, con un’incidenza sul FSN del 6,39% e un avanzo di 461,3 milioni di euro. La spesa per acquisti diretti al netto dei gas medicinali è invece pari a 13.605,9 milioni di euro, con un’incidenza del 12,06% e un disavanzo rispetto al tetto dell’8,30% di 4.243,9 milioni di euro. (Leggi)
I CONTRIBUTI AGLI INVESTIMENTI NON GENERANO PIÙ OCCUPAZIONE
Il Settimo programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico (FP7), attivo dal 2007 al 2013 con una dotazione superiore a 50 miliardi di euro, rappresenta uno dei più ampi strumenti di finanziamento pubblico alla ricerca mai analizzati con metodi di valutazione rigorosi. Il programma eroga contributi a fondo perduto a consorzi transnazionali composti da imprese, università e istituzioni pubbliche, con un tasso standard di cofinanziamento del 50%, elevabile al 75% per le piccole e medie imprese e per gli enti senza scopo di lucro. Questa struttura consente di confrontare imprese che hanno ottenuto il finanziamento con imprese molto simili che non lo hanno ricevuto, isolando l’effetto causale del sussidio dalla selezione delle candidature migliori. Il campione finale comprende 22.686 imprese provenienti da 46 paesi, di cui oltre 10.000 beneficiarie di almeno un progetto finanziato, con dati di bilancio estratti dalla banca dati Orbis e informazioni sulle candidature tratte dall’archivio Corda della Commissione europea.
I risultati mostrano che il finanziamento europeo produce effetti positivi e duraturi sulla performance delle imprese, misurata dopo la conclusione del progetto e l’erogazione dell’ultima rata del contributo. L’impatto sulle vendite ammonta a 18,2 p.p. quello sulla produttività del lavoro a 18,5 p.p., mentre la variazione degli organici non risulta statisticamente significativa. Quest’ultimo dato suggerisce che le imprese beneficiarie, pur diventando più efficienti e aumentando il fatturato, non riescono ad ampliare la base occupazionale nel medio periodo. L’analisi di ulteriori indicatori economici rivela incrementi significativi del valore aggiunto, dei costi per materiali, del monte salari e degli attivi totali, a conferma che i guadagni di produttività derivano da investimenti reali e dall’ampliamento delle risorse impiegate, non da dinamiche di margine o da effetti contabili transitori.
L’efficacia dei finanziamenti varia in misura considerevole in funzione delle caratteristiche delle imprese, dei progetti e dei contesti operativi. Le piccole e medie imprese traggono benefici sensibilmente maggiori rispetto alle grandi, che dispongono di un accesso più agevole ai mercati del credito e tendono a sostituire i fondi pubblici con risorse proprie già destinate alla ricerca. Analogamente, le imprese meno produttive al momento della candidatura ricavano un vantaggio più elevato, in quanto i vincoli finanziari e la riluttanza ad assumere rischi le avrebbero altrimenti tenute lontane da attività innovative. Sul piano settoriale, l’impatto è concentrato nel manifatturiero e nelle industrie ad alta intensità tecnologica, dove i progetti comportano rischi più elevati e le asimmetrie informative rendono più difficile il finanziamento privato. A livello di sistema, le imprese localizzate in paesi con mercati dei capitali meno sviluppati e in ambienti più favorevoli all’innovazione beneficiano maggiormente dei sussidi europei.
ECFIN – The Impact of EU Grants for Research and Innovation on Firms’ Performance

L’EUROPA INVECCHIA, L’ASIA UN PO’ MENO
L’Europa e l’Asia centrale attraversano una trasformazione demografica che non ha precedenti nella storia recente della regione. L’indice di vecchiaia era pari a 28 nel 2024 ed è atteso a 43 entro il 2050, con punte particolarmente severe nell’Europa meridionale, dove il rapporto raggiungerà 66, mentre l’Asia centrale, grazie a una struttura demografica più giovane, si fermerà a 17. La popolazione totale dell’Europa è proiettata a diminuire di 42 milioni tra il 2024 e il 2050, mentre l’Asia centrale e occidentale aumenterà di 39 milioni. Sul mercato del lavoro, la fascia 15–54 anni scenderà da 365 milioni nel 2023 a 330 milioni nel 2050, con una perdita netta complessiva di 10 milioni di lavoratori. Questa contrazione aggrava il rapporto di dipendenza economica, vale a dire il numero di persone non occupate rispetto a quelle occupate tra la popolazione di almeno 15 anni. Per l’Europa, il peggioramento atteso tra il 2024 e il 2050 è di 5 inattivi ogni 100 occupati, con l’Europa meridionale che registrerà un incremento di 16 unità.
La crescita della produttività del lavoro è il principale strumento a disposizione per compensare la contrazione della forza lavoro, ma le tendenze recenti non sono incoraggianti. In Europa, il tasso di crescita annua della produttività è sceso dall’1,8% del periodo 1991–2007 allo 0,8% del periodo 2007–2024, un livello appena superiore al trascinamento demografico atteso. L’invecchiamento della forza lavoro alimenta ulteriori pressioni al ribasso: i lavoratori più anziani tendono a lavorare meno ore e a adottare più lentamente le nuove tecnologie, il settore della cura alla persona presenta storicamente dinamiche di produttività inferiori alla media, e la contrazione della domanda interna può ridurre gli investimenti in ricerca e sviluppo. Incrementare la partecipazione al mercato del lavoro dei gruppi oggi sottorappresentati — donne, lavoratori anziani, giovani, persone con disabilità, migranti e rifugiati — può alleviare parzialmente la pressione sul lato dell’offerta, ma non può sostituire il recupero della produttività.
Ciascuno dei gruppi esaminati presenta caratteristiche e ostacoli specifici alla partecipazione lavorativa. Le donne guadagnano in media il 61,9% del reddito da lavoro degli uomini nella regione e continuano a sostenere la quota prevalente del lavoro di cura non retribuito. I lavoratori over 55 sono più spesso impiegati in occupazioni informali, agricole e a tempo parziale rispetto ai colleghi nella fascia centrale di età, e affrontano diffusi pregiudizi e scarse opportunità di formazione, in particolare nelle competenze digitali. Tra i giovani (15–24 anni), nel 2024 il 13% nella regione non era né occupato né in formazione (indicatore NEET), con picchi al 23,7% nell’Europa meridionale. Le persone con disabilità presentavano un tasso di disoccupazione ponderato di circa il 25,4% nel 2022, a fronte di una media regionale del 4,7% per la popolazione in età lavorativa. I lavoratori immigrati rappresentavano il 12,9% della forza lavoro regionale, con concentrazioni maggiori nell’Europa settentrionale, meridionale e occidentale, dove la quota raggiungeva il 17,4%. La fuga di cervelli verso l’estero impoverisce i paesi di origine, come testimonia il caso dell’Albania, dove il 40% di professori e ricercatori aveva lasciato il paese tra il 1990 e il 1999 e il 66% dei dottorandi albanesi formati nell’Unione europea e negli Stati Uniti non era rientrato.

L’AI CAMBIERÀ ANCHE IL CACOLO DEL PIL
Le statistiche nazionali faticano a cogliere l’espansione del settore AI per ragioni strutturali. L’architettura concettuale della contabilità del PIL è stata costruita nel XX secolo per un’economia manifatturiera e presuppone che la qualità dei prodotti migliori a ritmi catturabili dai metodi tradizionali di correzione edonica. L’AI viola questa ipotesi in modo radicale: i prezzi per unità di capacità scendono quasi con la stessa velocità con cui l’output corretto per la qualità aumenta, cosicché i ricavi nominali crescono solo moderatamente e il settore resta quasi invisibile nei conti ufficiali. A ciò si aggiunge la dispersione dell’attività AI tra numerose categorie industriali senza che esista un’unica voce in grado di catturarla nel suo insieme. Il risultato è che la rivoluzione dell’AI appare nelle statistiche quasi soltanto come un boom di investimenti in infrastrutture di calcolo, mentre la produzione effettiva di queste infrastrutture resta in gran parte sommersa.
Il divario di misurazione ha conseguenze dirette per la politica economica in due ambiti principali. Sul piano fiscale, le proiezioni decennali del gettito costruite sui dati convenzionali sottostimano sistematicamente il rischio che la base imponibile sul lavoro si eroda per effetto della sostituzione di attività cognitive da parte dell’AI: un rischio che le misure di capacità produttiva mostrano crescere a ritmi ben superiori a quelli visibili nei conti ufficiali. Sul piano monetario, i modelli di output gap, produttività e tasso naturale di interesse che orientano le banche centrali sono ricavati da statistiche che faticano a riflettere l’assorbimento crescente di risorse reali da parte del settore. Se e quando l’AI diventerà un sostituto abbastanza prossimo del lavoro umano da rallentare o invertire il calo dei prezzi di inferenza, la capacità produttiva finora quasi invisibile potrebbe comparire bruscamente nelle statistiche di titolo, cogliendo di sorpresa autorità abituate a leggere un’economia a bassa crescita e bassa inflazione.
Gli autori formulano tre raccomandazioni operative. La prima è che le agenzie statistiche, in coordinamento con OCSE e FMI, avviino la costruzione di conti satellite per l’AI incorporando misure di spesa nominale, capacità di calcolo grezza e indici di output corretto per la qualità, senza modificare la metodologia del PIL di titolo. La seconda è che questa costruzione avvenga attraverso una collaborazione tra agenzie statistiche, imprese del settore e ricercatori accademici, con protocolli di divulgazione mirati e definizioni armonizzate: i dati necessari non possono essere ricavati da stime esterne. La terza è che i responsabili di politica economica incorporino già ora misure di capacità produttiva dell’AI nelle proiezioni di medio termine e nelle analisi di scenario, poiché anche misure imperfette sono assai più informative dell’ipotesi implicita nei modelli convenzionali, secondo cui il settore sarebbe piccolo e a crescita lenta.
PIIE – Where is AI in GDP statistics?
https://www.piie.com/publications/policy-briefs/2026/where-ai-gdp-statistics

IL FALSO PROBLEMA DELLO SFORAMENTO DELLA SPESA PER ACQUISTI DIRETTI
La farmaceutica convenzionata nel periodo gennaio-ottobre 2025 ha segnato un incremento di spesa lorda del 3,6% rispetto all’analogo periodo del 2024. La compartecipazione totale a carico del cittadino è salita a 1.267,1 milioni di euro (+0,9%), con la quota sul prezzo di riferimento dei farmaci a brevetto scaduto che pesa per il 68,6% del totale. Il ticket fisso risulta diminuito in valore assoluto del 7,7% a livello nazionale, anche per effetto della sua abolizione in cinque regioni e della sua reintroduzione in Emilia-Romagna a partire dal 2 maggio 2025. La lettura del dato pro-capite conferma una netta differenza tra Nord e Sud: le regioni meridionali registrano consumi e spesa più elevati per assistito, con Calabria (16,8 euro pro-capite mensili di spesa lorda) e Campania (16,6 euro) ai vertici, contro il 10,1 euro della Provincia Autonoma di Bolzano.
Gli acquisti diretti costituiscono il nodo critico del monitoraggio 2025. La spesa complessiva al netto dei gas medicinali è cresciuta dell’8,1% rispetto al corrispondente periodo del 2024, con l’aumento più marcato nella componente non innovativa (+10,2%), mentre la spesa per le sole indicazioni innovative si riduce del 28,8% per effetto di una diversa classificazione degli accessi al fondo rispetto all’anno precedente. I payback complessivi sugli acquisti diretti ammontano a 335,9 milioni di euro. La Sardegna registra l’incidenza più elevata sul FSR regionale (15,04%), seguita da Campania (13,98%) e Friuli-Venezia Giulia (13,39%). La spesa per gas medicinali si attesta a 212,6 milioni di euro, con un avanzo di 13,0 milioni di euro rispetto al tetto dello 0,20%; solo nove regioni sfondano questo sottoinsieme, con Calabria (0,31%) e Basilicata (0,29%) in testa.
Il quadro complessivo del periodo mostra una spesa farmaceutica totale di 21.027,3 milioni di euro, con uno scostamento assoluto di 3.769,7 milioni rispetto alle risorse programmate del 15,30% del FSN provvisorio 2025. Tutte le regioni superano la soglia complessiva programmata, con valori che vanno dal 15,89% della Provincia Autonoma di Trento al 22,26% della Sardegna. Lo sforamento è interamente attribuibile alla componente degli acquisti diretti, mentre la farmaceutica convenzionata resta sotto il proprio tetto a livello nazionale. Commentando questa dinamica, L. Aleotti – vicepresidente di Confindustria – ha ricordato in un’intervista pubblicata su RIFday l’11 maggio 2026 che la spesa farmaceutica italiana incide sul PIL per l’1,06%, un valore inferiore del 15% circa rispetto alla media europea, e che la componente convenzionata è in diminuzione storica di circa 4 miliardi di euro rispetto al 2006: elementi che ridimensionano la narrazione di una spesa farmaceutica fuori controllo e che invitano a leggere il disavanzo degli acquisti diretti come il riflesso di un accesso crescente a trattamenti innovativi in un Paese con la popolazione più anziana d’Europa.
AIFA – Monitoraggio della Spesa Farmaceutica Nazionale e Regionale gennaio-ottobre 2025


