La Rassegna della settimana: #1 OCPI: nel 2024 la spesa sanitaria totale nei Paesi OCSE si attesta in media al 9,3% del PIL, mentre l’Italia scende all’8,4%. #2 Banca d’Italia: la guerra in Medio Oriente ha peggiorato un quadro internazionale già fragile, con ricadute dirette su energia, inflazione e crescita a livello globale. #3 Health Policy: l’invecchiamento della popolazione europea genera pressioni nella sanità pubblica con aumento del rischio di impoverimento delle famiglie per spese out-of-pocket. #4 UPB: il conflitto in Medio Oriente, ha interrotto gli equilibri energetici globali e aggravato le prospettive di crescita, con ricadute dirette sull’economia italiana già in fase di rallentamento.


Nel 2024 la spesa sanitaria totale nei Paesi OCSE ha raggiunto una media del 9,3% del PIL, valore vicino al picco registrato durante la pandemia da COVID-19. L’Italia, che fino al 2020 restava allineata a questa media, oggi è al di sotto con l’8,4% del PIL, un divario imputabile alla sola componente pubblica, mentre la spesa privata risulta analoga agli altri Paesi. È quanto emerge dall’articolo “Cosa sta succedendo alla spesa sanitaria nei Paesi OCSE?” di E. Franzetti e G. Turati, pubblicato dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. La quota pubblica destinata alla sanità in Italia è scesa di 1,5 p. p. rispetto al 2013, in controtendenza rispetto alla media OCSE, che nello stesso periodo ha visto un aumento di 0,8 punti. (Leggi)

Le tensioni sul Golfo Persico hanno fatto salire i prezzi di petrolio e gas a livelli che i mercati considerano strutturali almeno per un anno, comprimendo la fiducia di imprese e famiglie e spingendo al rialzo le attese di inflazione nell’area dell’euro. È quanto emerge dal Bollettino Economico n. 2/2026 della Banca d’Italia. La crescita globale sta rallentando ed è prevista nel 2026 al 3,1% e nello scenario peggiore al 2%. In Italia la crescita del PIL resta positiva ma debole e il costo dell’energia rischia di erodere ulteriormente il saldo commerciale con l’estero. (Leggi)

Cinque paesi europei — Bulgaria, Italia, Slovacchia, Slovenia e Spagna — affronteranno entro il 2060 significativi deficit di finanziamento sanitario legati all’invecchiamento demografico. È quanto emerge dall’articolo “Health financing and population ageing: evidence on the links between financial sustainability and financial hardship from the PASH simulator” pubblicato su Health Policy di J. Cylus, S. Thomson, M. Serrano Gregori, M. Gallardo Martínez, J. A. Garcia-Ramirez e T. Evetovits. Tali deficit, se non colmati da risorse pubbliche aggiuntive, si tradurranno in un incremento della spesa out-of-pocket con conseguente aumento dell’incidenza di spese catastrofiche e impoverenti per le famiglie. (Leggi)

Il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, il rincaro del Brent oltre i 100 dollari al barile, l’aumento del gas naturale del 63% in marzo rispetto a febbraio, e l’incertezza sul regime tariffario statunitense definiscono un quadro di pressioni inflazionistiche e rischi al ribasso per la crescita. È quanto emerge dalla “Nota sulla congiuntura di aprile 2026” dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Il PIL italiano nel 2025 è cresciuto dello 0,5%, con occupazione ancora in aumento ma retribuzioni reali ancora inferiori ai livelli del 2020 di oltre l’8%. (Leggi)

NON BASTA UNA LEGGE DELEGA PER IL SSN

Nel periodo 2015-2019 la spesa sanitaria nei Paesi OCSE cresceva in termini reali del 3,2% annuo. La pandemia da COVID-19 ha impresso un’accelerazione significativa: nel biennio 2020-2021 la crescita ha raggiunto il 6,7% annuo, trainata dalla componente pubblica, che ha segnato un +8,2%, assorbendo pressoché integralmente i costi delle campagne vaccinali e delle misure di contenimento del contagio. Dal 2022, la combinazione tra il calo dei contagi e la crisi energetica ha determinato una battuta d’arresto, con una contrazione media dell’1,5% della spesa pubblica nel biennio 2022-2023. Nel 2024 la tendenza si è invertita, con un rimbalzo del 4,4% complessivo e del 5,2% per la sola quota pubblica.

In Italia l’andamento è stato più contenuto e strutturalmente divergente. Nei quattro anni anteriori alla pandemia la spesa pubblica per la sanità è cresciuta in misura quasi nulla, con un incremento medio annuo dello 0,1%. L’aumento registrato nel biennio 2020-2021, pari al 4,6% medio, è stato in larga parte eroso dal calo del 3,7% nei due anni successivi. Anche nel 2024 la crescita italiana, al 3,2%, si è collocata al di sotto della media OCSE. L’unica voce in espansione costante negli ultimi dieci anni è stata la spesa per assicurazioni private, cresciuta a tassi superiori all’8% annuo, con la sola eccezione del biennio pandemico. La quota di spesa pubblica destinata alla sanità sul totale della spesa pubblica è scesa dall’13% all’11,5% tra il 2013 e il 2023, a fronte di un incremento medio OCSE dal 14,1% al 14,9%.

Secondo le proiezioni OCSE al 2050, il peso della spesa per LTC sul PIL aumenterà di 0,55 punti percentuali in media nei Paesi membri. Per l’Italia la variazione attesa è di 0,65 punti, tra le più elevate, riconducibile all’accelerazione dell’invecchiamento demografico. A questo fattore si aggiungono l’incremento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e il cosiddetto effetto Baumol, per cui la produttività nel settore sanitario cresce meno che negli altri comparti a fronte di una dinamica salariale analoga. Di fronte a tali pressioni, le riforme strutturali individuate dall’OCSE riguardano il rafforzamento dell’assistenza primaria, la riorganizzazione ospedaliera e gli investimenti in tecnologie digitali. In Italia la recente legge delega per la riforma del Servizio Sanitario Nazionale è oggetto di critiche da parte delle Regioni, che ne contestano sia i contenuti sia il metodo, giudicato incompatibile con il principio di leale collaborazione tra Stato ed enti territoriali in una materia di legislazione concorrente.

OCPI – Cosa sta succedendo alla spesa sanitaria nei Paesi OCSE?

https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-cosa-sta-succedendo-alla-spesa-sanitaria-nei-paesi-ocse

PREZZI DEL PETROLIO ELEVATI ALMENO PER UN ANNO

Il conflitto ha interrotto i flussi di petrolio e gas naturale liquefatto attraverso lo Stretto di Hormuz, che convoglia circa il 20% dei volumi scambiati a livello mondiale. I danni alle infrastrutture del Golfo Persico hanno generato aspettative di prezzi elevati per almeno un anno. Il greggio ha toccato i 110 dollari al barile prima di ridiscendere attorno a 95 dopo la tregua dell’8 aprile, con i futures a sei mesi ancora ben al di sopra dei livelli pre-conflitto. Il gas naturale europeo ha seguito un andamento analogo, amplificato da stoccaggi inferiori alla media stagionale. I mercati finanziari hanno risposto con un aumento dei rendimenti sovrani, una flessione azionaria diffusa e un apprezzamento del dollaro sull’euro. Le banche centrali delle principali economie hanno tenuto invariati i tassi, dichiarandosi pronte a valutare le conseguenze del conflitto sulle rispettive traiettorie di inflazione.

La crescita dell’area dell’euro ha rallentato verso fine 2025 e il conflitto ha reso più incerto il percorso del 2026. Le proiezioni BCE indicano un’espansione dello 0,9% per l’anno in corso, con inflazione al 2,6%, destinata a stabilizzarsi attorno al 2% nel biennio successivo. In uno scenario avverso la crescita potrebbe scendere a circa mezzo punto percentuale e l’inflazione superare il 4% nel biennio 2026-2027. Il credito alle imprese dell’area ha rallentato al 2,9% annuo, quello alle famiglie è fermo al 3%. I differenziali di rendimento rispetto al Bund tedesco si sono ampliati in tutti i principali paesi. Sul fronte commerciale, la Corte Suprema statunitense ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti nel 2025 sulla base dell’IEEPA, ma l’amministrazione ha reintrodotto misure tariffarie su base giuridica alternativa, mantenendo il dazio medio effettivo attorno al 10%.

In Italia il PIL ha chiuso il 2025 a +0,5%, con gli investimenti nelle costruzioni come principale contributo positivo nel quarto trimestre. Nei primi mesi del 2026 la crescita sarebbe proseguita a ritmo contenuto, con i servizi come fattore trainante e un apporto positivo dei Giochi olimpici invernali alle esportazioni di servizi. L’inflazione armonizzata è rimasta all’1,6% a marzo, con la componente energetica risalita a +3,9% per il rincaro dei carburanti, parzialmente attenuato da un taglio temporaneo delle accise. Le retribuzioni contrattuali nel settore privato non agricolo sono cresciute al 2,6% annuo, senza prospettive di accelerazione a breve. L’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è sceso al 3,1% del PIL nel 2025, mentre il rapporto debito/PIL è salito al 137,1%, per effetto degli oneri di cassa dei crediti d’imposta per ristrutturazioni edilizie pregresse e dell’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro.

 

Banca d’Italia – Bollettino economico 2/26

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/bollettino-economico/2026-2/

PRESSIONI DEMOGRAFICHE SULLA SPESA SANITARIA

Nei cinque paesi analizzati la quota di popolazione in età lavorativa (20-64 anni) è destinata a ridursi entro il 2060. La Slovacchia parte dalla quota più elevata al 2022 (61,8%) ma registra la contrazione più marcata, pari a 12,6 p. p. La popolazione con più di 85 anni aumenterà in misura rilevante soprattutto in Italia, che raggiungerà il 9,4% nel 2060, e in Spagna (8,8%). La spesa pro capite pubblica per gli ultrasettantacinquenni supera già oggi quella dei trentacinquenni di un fattore compreso tra 5,7 e 7 volte per i maschi a seconda del paese. Questo differenziale per età, combinato con la transizione demografica in atto, determina una pressione crescente sul lato della spesa sanitaria. Sul versante delle entrate, il fattore decisivo è la composizione del finanziamento: Slovenia (81%) e Slovacchia (67,4%) finanziano la sanità prevalentemente attraverso contributi sociali legati al mercato del lavoro, esponendosi in misura maggiore alla riduzione della forza lavoro attiva. Italia e Spagna si affidano invece a un mix più ampio che comprende imposte su redditi e consumi, fonti meno sensibili alle variazioni nella struttura per età della popolazione.

Le simulazioni indicano che in Slovacchia le entrate pro-capite scenderanno del 13% entro il 2060 e le spese aumenteranno del 27%, generando il divario complessivo più elevato tra i cinque paesi. Slovenia e Spagna seguono per ampiezza del deficit atteso. In Bulgaria il gap resta più contenuto, ma le spese pro capite per gli anziani più avanzati in età sono già comparativamente basse, il che limita l’incremento di spesa senza ridurre il rischio finanziario per le famiglie. Se l’intero divario venisse scaricato sulla spesa out-of-pocket, i livelli pro-capite dovrebbero moltiplicarsi di 2,6 volte in Slovacchia e Slovenia, e di 1,3 volte in Bulgaria entro il 2060. Italia e Spagna si collocano in una posizione intermedia, con entrate pro capite stabili grazie alla diversificazione fiscale, ma con una spesa in crescita per effetto dell’aumento della popolazione anziana.

L’incidenza delle spese che superano il 40% del budget familiare al netto dei bisogni primari (spese catastrofiche) passerebbe dal 5,1% al 16% in Slovacchia, dal 9,4% al 15,9% in Italia e dal 7,2% al 26,4% in Bulgaria. Le spese impoverenti crescerebbero in misura più marcata in Bulgaria, dove già oggi la quota out-of-pocket raggiunge il 35,1% della spesa totale, i co-pagamenti per i farmaci ambulatoriali sono calcolati in percentuale e le protezioni per i soggetti poveri e con patologie croniche restano scarse. In Spagna, dove l’incidenza delle spese catastrofiche si attesta all’1,6% e quella impoverente allo 0,8% nel periodo base, l’aumento atteso è il più contenuto tra i paesi esaminati, per effetto di un sistema che prevede copertura universale basata sulla residenza, un pacchetto di prestazioni ampio e ampi meccanismi di protezione dalle compartecipazioni.

Health Policy – Health financing and population ageing: evidence on the links between financial sustainability and financial hardship from the PASH simulator

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0168851026000540

TENSIONI INFLAZIONISTICHE ALL’ORIZZONTE

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, ha determinato l’interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% degli scambi globali di gas naturale liquefatto. Le quotazioni del Brent hanno superato i 100 dollari al barile dal 12 marzo, con un picco di 118,4 dollari a fine mese, livelli non registrati dal 2022. Il gas naturale in Europa ha segnato un rialzo superiore al 63% rispetto alla media di febbraio. L’euro si è deprezzato del 2,3% nei confronti del dollaro nel solo mese di marzo, amplificando per i paesi dell’area i rincari delle materie prime energetiche quotate in dollari. La tregua dell’8 aprile non ha ancora prodotto una ripresa significativa dei transiti marittimi.

Sul fronte della politica commerciale statunitense, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi gran parte dei dazi introdotti negli anni precedenti, determinando incertezza giuridica. L’Amministrazione americana ha introdotto un dazio generalizzato del 10% sulle importazioni, con esenzioni selettive per energia, farmaci e alcuni beni strategici e possibili ulteriori aumenti fino al 15%. I dazi restano temporanei, con durata massima di 150 giorni, e il nuovo regime tariffario non è ancora definito. Il FMI nelle previsioni di aprile 2026 ha rivisto al ribasso il prodotto mondiale 0,2 p.p. per l’anno in corso: la crescita dell’area dell’euro è attesa all’1,1% nel 2026, quella cinese al 4,4%, mentre il commercio mondiale dovrebbe decelerare dal 5,1% del 2025 al 2,8%.

Nel 2025 il PIL in Italia è cresciuto dello 0,5%, sostenuto dalla domanda interna per 1,5 punti percentuali, mentre la domanda estera netta ha sottratto 0,7 decimi. La manifattura ha segnato -0,3%, le costruzioni +2,4%, i servizi +0,3%. L’inflazione al consumo ha raggiunto l’1,7% in marzo 2026, con aspettative delle famiglie in forte deterioramento dopo lo scoppio del conflitto. Per il primo trimestre 2026 l’UPB stima una variazione del PIL tra uno e due decimi di punto percentuale, con effetti del conflitto attesi nei trimestri successivi. Nei due scenari la perdita di PIL rispetto allo scenario pre-guerra oscilla tra due e quattro decimi di punto percentuale nel 2026 e nel 2027, con un incremento del deflatore dei consumi compreso tra 1,3 e 1,4 punti percentuali nel 2026.

UPB – Nota sulla congiuntura di aprile 2026

https://www.upbilancio.it/it/nota-sulla-congiuntura-di-aprile-2026/