La rassegna della settimana: #1 Istat: l’economia italiana tra dazi e dipendenze strategiche: commercio estero, pressione cinese e vulnerabilità delle importazioni nel 2025. #2 Bruegel: la dipendenza dell’UE dai combustibili fossili, non dagli Stati Uniti, è il problema centrale della sicurezza energetica europea. #3 ECONSTOR: la crescita del PIL non sarebbe condizione necessaria al mantenimento dei sistemi pensionistici pubblici nei paesi OCSE. #4 PIIE: il controllo dell’industria petrolchimica globale è concentrato in Asia, con la Cina in posizione dominante e gli Stati Uniti in una posizione di influenza limitata


Nel 2025 l’economia italiana ha mostrato una crescita contenuta e disomogenea tra settori, in un contesto segnato dall’introduzione di nuove tariffe doganali statunitensi e dall’aumento delle importazioni di origine cinese. È quanto emerge dal “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi – Edizione 2026”, dell’Istat. Il Rapporto analizza i flussi di commercio estero dell’Italia nel 2025, gli effetti settoriali dei dazi statunitensi, il ruolo delle imprese multinazionali nei flussi commerciali e la vulnerabilità strategica delle importazioni italiane, con un approccio su tre livelli: macroeconomico, settoriale e microeconomico. Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2%, a fronte di contrazioni registrate da Francia, Germania e Spagna verso lo stesso mercato. Le importazioni dalla Cina sono aumentate del 17,2%, raggiungendo i livelli più elevati mai registrati. Il settore farmaceutico ha guidato sia la crescita dell’export verso gli Stati Uniti sia l’incremento dell’import dalla Cina. (Leggi)

Dal 2022 gli Stati Uniti hanno sostituito in larga parte la Russia come fornitore energetico dell’Unione europea, senza generare una nuova vulnerabilità strutturale paragonabile a quella precedente. È quanto emerge dall’analisi “Dependence on fossil fuels, not on the United States, is Europe’s worry a cura di U. Keliauskaitė, B. McWilliams e G. Zachmann, pubblicata da Bruegel. Gli Stati Uniti coprono oggi circa un quinto delle importazioni europee di gas naturale, petrolio greggio, carbone e uranio, per un valore complessivo di 70 miliardi di euro nel 2024. Il GNL americano rappresenta un quarto dell’approvvigionamento europeo di gas, con gli USA che restano il secondo fornitore dopo la Norvegia. La chiusura dello Stretto di Hormuz nel marzo 2026 ha confermato che la vulnerabilità europea non dipende dal singolo fornitore, ma dall’esposizione strutturale ai mercati globali dei combustibili fossili. (Leggi)

I tassi di sostituzione pensionistici risultano storicamente disaccoppiati dalla crescita del PIL pro capite già da livelli di reddito relativamente modesti, mentre la partecipazione al mercato del lavoro si conferma il fattore più associato all’adeguatezza delle prestazioni. È quanto emerge dal paper “Is GDP growth necessary to maintain pensions? An Empirical Analysis of Public Pension Spending and Benefits in the OECD” di D. Palomera e P. Starke, pubblicato dal Post-growth Economics Network su ECONSTOR. La spesa pensionistica mostra un disaccoppiamento progressivo dal PIL pro capite al crescere del reddito, con un’elasticità che scende al di sotto di 0,8 già al terzo quintile della distribuzione del reddito (27.803 euro pro capite). I tassi di sostituzione minimi presentano un’elasticità di 0,39 al livello più basso della distribuzione, che decresce ulteriormente fino a valori negativi nelle fasce di reddito più alte. (Leggi)

La Cina detiene il controllo effettivo sul 44% dei ricavi delle 21 principali società petrolchimiche mondiali, con un indice medio di controllo di 0,88, mentre gli investitori statunitensi, prevalentemente fondi passivi, controllano il 16% con un indice medio di 0,52. È quanto emerge dal lavoro “Who Controls the Global Petrochemical Industry, and How Might That Change?, di A. AlHassan, L. Leruth, A. Mazarei, C. Meuwly, J. Moussa e P. Régibeau, pubblicato dal Piie. L’analisi, condotta su dati del London Stock Exchange Group, distingue tra proprietà azionaria e controllo effettivo, misurato tramite indici di potere di voto (ZENO indices). Le 21 società analizzate generano ricavi complessivi di circa 450 miliardi di dollari e rappresentano il 44,6% dei ricavi delle prime 50 società chimiche mondiali. I produttori mediorientali coprono circa il 20% dell’offerta globale di prodotti petrolchimici e un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti transita per lo Stretto di Hormuz. L’Europa è presente nel campione con sole due società, per una quota complessiva del 4% dei ricavi totali. (Leggi)

IL COMMERCIO ESTERO ITALIANO ALLA PROVA DEL NUOVO ORDINE

Nel 2025 il prodotto interno lordo italiano ha registrato un andamento modesto nel primo semestre, con segnali di parziale ripresa nel secondo. Il fatturato dell’industria è restato stagnante (0,0%, con un lieve calo dello 0,1% nella manifattura), mentre i servizi hanno segnato una crescita moderata pari a +1,7%. Le previsioni formulate a inizio anno erano già improntate alla cautela, per effetto della debolezza della domanda tedesca, del rallentamento degli scambi mondiali e della domanda interna poco vivace. A questi fattori si sono aggiunte le tensioni generate dalla nuova politica tariffaria statunitense, che ha prodotto incertezza diffusa tra le imprese in merito alle strategie di investimento e alle prospettive di accesso al credito. L’accordo commerciale siglato tra Unione europea e Stati Uniti nel luglio 2025 ha stabilito un quadro bilaterale, senza dissipare il clima di sfiducia che ha caratterizzato la seconda parte dell’anno.

Sul piano delle esportazioni, le restrizioni tariffarie statunitensi hanno prodotto effetti inferiori alle attese iniziali. Il valore complessivo degli scambi ha registrato variazioni positive (+3,3% all’export, +3,1% all’import), con incrementi particolarmente sostenuti verso gli Stati Uniti. La crescita delle vendite all’estero si è concentrata in pochi comparti manifatturieri: farmaceutica, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e metallurgia hanno segnato aumenti compresi tra il 16,5 e il 28,5%. Secondo le stime, il raddoppio delle aliquote doganali ha corrisposto a una mancata crescita dell’export nazionale pari al 3,2%. L’effetto negativo ha riguardato in misura più marcata le imprese per le quali il mercato statunitense costituiva la principale destinazione delle vendite all’estero. Nella manifattura, la dinamica complessiva dell’export è risultata inferiore di circa 1,0 punto percentuale rispetto allo scenario senza dazi, con una mancata crescita delle vendite pari a 1,5 miliardi di euro. I comparti più colpiti sono stati i mobili, l’abbigliamento e i prodotti alimentari; effetti positivi si sono invece registrati per la carta e, soprattutto, per la farmaceutica, settore nel quale hanno inciso le esenzioni previste per alcuni prodotti esportati dai paesi dell’Unione europea.

Sul versante delle importazioni, l’accelerazione degli acquisti italiani di prodotti cinesi ha portato la quota della Cina sul totale delle importazioni nazionali al 10,3% nel 2025, valore superiore a quello di Germania (7,5%) e Francia (6,6%). Gli aumenti hanno riguardato autoveicoli (+42,1%), altri mezzi di trasporto (+41,3%) e, in misura eccezionale, prodotti farmaceutici, i cui acquisti dalla Cina sono passati da 680 milioni a oltre 7,7 miliardi di euro nel corso di un anno. La rilevanza degli input intermedi cinesi per la manifattura italiana è cresciuta di circa il 60% dal 2017, a conferma di una tendenza strutturale non limitata ai beni finali. Sul fronte della vulnerabilità strategica, i prodotti a valenza strategica rappresentano circa un quinto delle importazioni complessive italiane, con la Cina che si è affermata come primo fornitore in questa categoria per i principali paesi dell’Unione europea (9,3% del valore totale) e, in misura maggiore, per l’Italia (11,3%). Rispetto a Germania e Francia, l’Italia sconta una dipendenza più accentuata dall’estero per i beni energetici, categoria particolarmente esposta alle turbolenze geopolitiche. Nell’ipotesi teorica di un azzeramento delle esportazioni verso gli Stati Uniti, il prodotto interno lordo italiano si ridurrebbe dell’1,1%, pari a circa 20 miliardi di euro.

Istat – Rapporto sulla competitività dei settori produttivi – Edizione 2026

https://www.istat.it/produzione-editoriale/rapporto-sulla-competitivita-dei-settori-produttivi-edizione-2026/

RIDURRE L’ESPOSIZIONE EUROPEA AGLI SHOCK ENERGETICI

Dal 2022 le importazioni europee di gas naturale hanno subito una profonda riconfigurazione geografica. Il gas russo, che nel 2021 copriva circa due quinti del fabbisogno dell’Unione, è stato progressivamente sostituito dal GNL americano, che oggi fornisce un quarto del gas consumato nell’UE. Questo passaggio è stato reso possibile dalla rapida espansione della capacità di rigassificazione, che ha raggiunto 270 miliardi di metri cubi, pari all’80% della domanda annua europea. La struttura del mercato del GNL, fondata su scambi marittimi e contratti flessibili, rende molto più agevole il cambio di fornitore rispetto al sistema precedente, basato su gasdotti dedicati. La dipendenza da un singolo esportatore risulta pertanto ridotta rispetto al modello russo, e un’eventuale restrizione delle esportazioni americane produrrebbe effetti sui prezzi, non interruzioni fisiche delle forniture.

Per il petrolio greggio e i prodotti raffinati, gli Stati Uniti e la Norvegia coprono ciascuno circa un ottavo delle importazioni europee, in sostituzione della Russia che prima del 2022 forniva circa un terzo del greggio importato dall’UE. I mercati petroliferi sono globali e liquidi, e qualsiasi restrizione all’export americano ricadrebbe anche sull’economia statunitense attraverso l’aumento dei prezzi interni. Le riserve strategiche europee di petrolio e prodotti petroliferi coprono almeno 90 giorni di importazioni nette. Per il carbone, gli Stati Uniti forniscono circa un quarto delle importazioni europee in valore e un terzo in volume, con quote di mercato che non attribuiscono potere di leva significativo. Per l’uranio, il peso americano si attesta intorno al 10% delle importazioni europee, mentre le utilities detengono scorte sufficienti per tre o più cicli di rifornimento.

Il documento individua due leve principali per ridurre l’esposizione europea agli shock energetici. La prima è la riduzione della domanda di combustibili fossili: la quota dell’elettricità nel consumo finale di energia è restata ferma al 23% dal 2011, segnalando un ritmo di transizione inadeguato. La seconda è la costituzione di una riserva strategica di gas, distinta dagli stoccaggi commerciali, attivabile al verificarsi di condizioni di crisi predefinite e finanziata a livello europeo, poiché svolge una funzione di sicurezza collettiva. Lo stoccaggio commerciale attuale, pari a oltre il 30% del consumo annuo UE, resta soggetto a logiche di mercato e non è concepito come strumento di emergenza. La chiusura dello Stretto di Hormuz e il conseguente aumento dei prezzi del gas e del petrolio, hanno evidenziato che la vulnerabilità europea non dipende dalla nazionalità del fornitore, ma dalla dipendenza strutturale dai combustibili fossili stessi.

Bruegel – Dependence on fossil fuels, not on the United States, is Europe’s worry

https://www.bruegel.org/analysis/dependence-fossil-fuels-not-united-states-europes-worry

LA CRESCITA NON SOSTIENE LE PENSIONI

L’analisi si basa su tre variabili dipendenti principali: la spesa pubblica pensionistica pro capite per la popolazione oltre i 65 anni, il tasso di sostituzione minimo (MPR) e il tasso di sostituzione contributivo (CPR). I dati provengono dall’OECD Social Expenditure Database per la spesa e dal Comparative Welfare Entitlements Dataset per i tassi di sostituzione. Il metodo econometrico adottato è il Pooled Mean Group su un modello a correzione d’errore, che consente di stimare sia effetti di breve periodo sia relazioni di lungo periodo tra le variabili. I test di cointegrazione confermano l’esistenza di una relazione di lungo periodo per la spesa pensionistica e per il tasso di sostituzione minimo, mentre per il tasso contributivo i risultati restano meno robusti sul piano statistico.

Per la spesa pensionistica pro capite, i modelli stimano una relazione non lineare con il PIL pro capite: l’elasticità parte da valori di forte accoppiamento negli anni Ottanta e scende progressivamente verso il disaccoppiamento relativo nei decenni successivi, con un’eccezione nel periodo 2001-2010 attribuibile agli effetti della crisi finanziaria globale del 2008. Nel sottocampione di paesi con una quota di previdenza privata inferiore al 25% del totale — tra cui Spagna e Portogallo — il quadro si inverte: l’accoppiamento tra PIL e spesa pubblica pensionistica tende ad aumentare al crescere del reddito, e i livelli di debito pubblico mostrano un coefficiente negativo e statisticamente significativo, indicando che i paesi con maggiori vincoli fiscali hanno introdotto misure di contenimento della spesa pensionistica. La produttività del lavoro risulta positivamente associata alla spesa in tutti i modelli di medio periodo.

Per i tassi di sostituzione, il disaccoppiamento dal PIL pro capite si rileva in modo robusto sia nei paesi con sistemi pensionistici prevalentemente pubblici sia in quelli con una componente privata più sviluppata. Al livello minimo della distribuzione del reddito nei paesi dell’area euro (8.270 euro pro capite), la semi-elasticità del tasso di sostituzione minimo rispetto al PIL è pari a 0,39 nel modello bivariato e a 0,03 nel modello multivariato; nelle fasce più alte raggiunge valori negativi. Un aumento di un punto percentuale nella partecipazione al mercato del lavoro è associato a un incremento del tasso di sostituzione minimo compreso tra 0,57 e 1,58 punti percentuali, a seconda del modello. L’invecchiamento demografico, misurato dal rapporto tra popolazione over 65 e popolazione in età lavorativa, presenta un coefficiente negativo e significativo, indicando che una quota crescente di anziani è associata a politiche di contenimento dei tassi di sostituzione. Il debito pubblico mostra effetti significativi e negativi nel sottocampione di paesi a prevalente sistema pubblico, segnalando il peso dei vincoli di bilancio sulle scelte di policy pensionistica.

ECONSTOR – Is GDP growth necessary to maintain pensions? An empirical analysis of public pension spending and benefits in the OECD

https://www.econstor.eu/handle/10419/338100

EUROPA DIPENDENTE DALLE MATERIE PRIME

L’industria petrolchimica mondiale è raggruppata in quattro blocchi principali: Cina, Stati Uniti, Medio Oriente ed Europa. La Cina è il mercato più grande per prodotti petrolchimici ed è esportatrice netta, pur dipendendo in misura rilevante da importazioni di materie prime. Gli Stati Uniti godono di una posizione favorevole grazie alla disponibilità interna di materie prime, mentre il Medio Oriente ha espanso la propria capacità produttiva sfruttando l’accesso a materie prime a basso costo. L’Europa resta fortemente esposta per la sua dipendenza dalle importazioni di materie prime. Nel 2024, tra i principali esportatori netti di petrolchimici e derivati figurano Svizzera (19,6 miliardi di dollari), Cina (12,9 miliardi) e Corea del Sud (9,3 miliardi), mentre l’Italia presenta un saldo netto negativo di 13,1 miliardi di dollari, tra i più elevati in valore assoluto.

L’analisi della struttura azionaria delle 21 società del campione mostra che il 72,4% delle quote è detenuto da società, il 9,1% da agenzie governative e il 7,9% da consulenti finanziari. Per paese, la Cina concentra il 52,6% delle quote azionarie identificate, gli Stati Uniti il 13,5% e l’Arabia Saudita il 9,1%. Il quadro muta sensibilmente quando si passa dall’analisi della proprietà a quella del controllo effettivo, misurato tramite gli indici ZENO. Gli investitori asiatici nel loro insieme controllano il 61% delle società del campione, contro il 16% degli investitori statunitensi. In Cina, il 93,5% degli azionisti rilevanti sono società, con un quarto riconducibile ad agenzie governative; negli Stati Uniti, l’86% del controllo effettivo è esercitato da fondi di investimento passivi, i quali possono cedere le proprie quote in qualsiasi momento in presenza di condizioni favorevoli di mercato, configurando un rischio di liquidità per la stabilità delle catene di fornitura. L’Arabia Saudita detiene il controllo pieno (indice ZENO pari a 1,00) sull’unica società del campione in cui è presente, la Saudi Basic Industries Corporation.

La liquidity analysis mostra che sette delle diciotto società quotate del campione presentano strutture azionarie che rendono impossibile per un contendente esterno acquisire una quota equivalente a quella detenuta dall’azionista di controllo principale, poiché le azioni disponibili sul mercato non sono sufficienti. Per le società statunitensi, la liquidità effettiva — calcolata come percentuale di azioni non associate a posizioni di controllo — è inferiore a quanto indicato dagli indici standard di mercato: ExxonMobil, ad esempio, presenta una liquidità LSEG del 99,9%, ridotta al 79,9% secondo la metodologia ZENO. Questo profilo rende le società a controllo americano vulnerabili a operazioni di acquisizione esterna, sebbene in misura inferiore a quanto le misure convenzionali suggeriscano. Le implicazioni di policy individuate dal documento riguardano due leve principali: la gestione selettiva delle partecipazioni per ottimizzare il controllo senza immobilizzare risorse, e la riduzione della liquidità disponibile attraverso la presenza di investitori istituzionali stabili accanto a investitori industriali di lungo periodo. Per l’Unione europea, il documento indica gli Important Projects of Common European Interest come strumento per coordinare investimenti pubblici nazionali in funzione di resilienza settoriale.

PIIE – Who controls the global petrochemical industry, and how might that change?

https://www.piie.com/publications/working-papers/2026/who-controls-global-petrochemical-industry-and-how-might-change