La rassegna della settimana: #1 ECFIN: uno studio evidenzia come in Italia le retribuzioni reagiscano in modo limitato e lento a variazioni di produttività, inflazione e disoccupazione a causa di rigidità strutturali. #2 VoxEU: l’influenza degli shock globali sulle variazioni dei tassi di interesse nelle economie avanzate è raddoppiata negli ultimi decenni, determinando circa la metà della volatilità monetaria complessiva. #3 Banca d’Italia: l’adozione dell’intelligenza artificiale accresce la produttività del lavoro e la redditività operativa nelle imprese italiane, favorendo una ricomposizione interna della forza lavoro verso occupazioni cognitive. #4 FMI: l’attuazione coordinata di riforme strutturali nazionali e l’integrazione del mercato unico europeo possono incrementare la produttività dell’Unione Europea fino al 20,2%.
In Italia negli ultimi diciassette anni si è registrata una contrazione dei salari reali del 13%, attribuibile a un sistema di contrattazione centralizzato che non riflette le eterogeneità produttive locali. È quanto emerge dal Discussion Paper ECFIN “Assessing Wage Alignment with Economic Fundamentals across Italian Regions: Evidence from a Benchmarking Analysis” di P. Battaglia, F. Dedé Brugo e M. Levi Minzi. Le evidenze empiriche mostrano che la contrattazione di secondo livello interessa meno del 10% dei lavoratori, impedendo aggiustamenti salariali agili in risposta agli shock economici. Il divario di produttività tra Nord e Sud si è ampliato, mentre i salari restano compressi e meno divergenti rispetto alle variabili macroeconomiche sottostanti. (Leggi)
Tra il 2020 e il 2024 le forze globali hanno eguagliato il peso dei fattori interni nella determinazione delle politiche monetarie, riflettendo una trasformazione strutturale dei cicli economici. È quanto emerge dal Column VoxEU “Heaven or Earth? The Evolving Role of Global Shocks for Domestic Monetary Policy” di K. Forbes, J. Ha e M. A. Kose. Gli shock esterni presentano un’elevata volatilità e tendono a favorire fasi di inasprimento dei tassi, mentre le autorità monetarie mostrano una minore propensione a ignorare le perturbazioni dell’offerta internazionale rispetto a quelle nazionali. Tali spinte esogene manifestano una persistenza triennale sull’inflazione e una componente di offerta più marcata rispetto alle dinamiche di origine domestica. (Leggi)
L’integrazione di sistemi di intelligenza artificiale genera incrementi del valore aggiunto per addetto e dei margini operativi lordi, senza determinare una contrazione dei livelli occupazionali complessivi. Si osserva un passaggio dalle mansioni esecutive a ruoli di coordinamento e analisi, con un aumento della quota di impiegati e una riduzione di quella degli operai. È quanto emerge dal un paper della collana Questioni di Economia e Finanza dalla Banca d’Italia intitolato “The economic impact of artificial intelligence: evidence from Italian firms” di T. Ropele e A. Tagliabracci. L’analisi documenta inoltre come le imprese utilizzatrici prevedano dinamiche inflazionistiche più contenute nel medio termine grazie ai guadagni di efficienza. (Leggi)
La riduzione delle barriere al commercio e alla mobilità lavorativa intra-UE ai livelli statunitensi genererebbe benefici diffusi, interessando prioritariamente le aree a elevata densità occupazionale che generano il 60% del PIL europeo. L’integrazione dei mercati dei capitali e l’armonizzazione dei regimi societari incrementerebbero i flussi transfrontalieri di venture capital, oggi frenati da un marcato orientamento domestico degli investitori. È quanto emerge da una Nota del FMI “Making European Reforms a Success on the Ground” di S. Ayerst, M. Galante, Y. Huang, B. Park, L. Rotunno, X. Tang e M. Vaziri. L’analisi quantifica in 8,7 punti percentuali la crescita ottenibile mediante un pacchetto di riforme intermedio che dimezzi gli attuali gap strutturali rispetto alla frontiera globale. (Leggi)
SALARI, PRODUTTIVITÀ E CONTRATTAZIONE
Un modello econometrico applicato alle regioni italiane identifica una trasmissione parziale dei fondamentali economici sui livelli retributivi nominali nel lungo periodo. Un incremento dell’1% dell’indice dei prezzi al consumo genera un aumento salariale dello 0,56%, mentre la reattività alla produttività si attesta allo 0,24%. Il tasso di disoccupazione esercita una pressione negativa contenuta, pari allo 0,22% per ogni punto percentuale di incremento. Tali coefficienti risultano inferiori ai parametri medi dell’Unione Europea, segnalando una persistente debolezza nei meccanismi di adeguamento del mercato del lavoro nazionale. La distribuzione del valore aggiunto tra le aree geografiche resta influenzata da una struttura industriale frammentata, con differenze marcate nella dimensione aziendale e nella qualità delle competenze acquisite dalla forza lavoro.
Il quadro istituzionale della contrattazione collettiva, caratterizzato da accordi nazionali che coprono il 98% dei dipendenti, impone minimi tabellari uniformi che prescindono dalle condizioni di redditività locale. Nel Mezzogiorno la crescita delle paghe è restata stagnante per ampi intervalli temporali, riflettendo una produttività inferiore e un’elevata incidenza di lavoro irregolare. Nelle regioni del Nord e del Centro la maggiore concentrazione di settori manifatturieri e di servizi avanzati ha sostenuto dinamiche salariali più vicine ai livelli di equilibrio teorico. Le disparità nei costi della vita tra le macroaree restano non considerate nei processi di rinnovo contrattuale, che si basano su indici inflattivi depurati dai costi energetici importati. I ritardi medi nel rinnovo dei contratti nazionali, spesso superiori ai 20 mesi, contribuiscono alla lentezza degli aggiustamenti retributivi rispetto agli shock dei prezzi.
Le modifiche introdotte con il Jobs Act hanno favorito una maggiore flessibilità nelle decisioni di assunzione e licenziamento, alterando la correlazione tra salari e variabili cicliche. Dopo il 2014 la sensibilità delle retribuzioni alla produttività è aumentata, mentre il ruolo della disoccupazione come moderatore salariale ha perso rilevanza statistica rispetto al periodo precedente. Misure quali la Decontribuzione Sud hanno ridotto il costo del lavoro lordo per le imprese meridionali, determinando un rallentamento della crescita dei salari nominali lordi nel periodo post-pandemico. La prevalenza di piccole imprese nel Mezzogiorno limita l’accesso a schemi di retribuzione variabile, consolidando un modello retributivo rigido che non premia adeguatamente i guadagni di efficienza. La diffusione più ampia della contrattazione aziendale appare determinante per allineare i redditi da lavoro alle reali capacità produttive territoriali.

LA POLITICA MONETARIA DIVENTA GLOBALE
L’analisi condotta su tredici economie avanzate attraverso un modello VAR aumentato da fattori mostra che la quota di varianza dei tassi di interesse attribuibile a shock globali è passata da valori modesti nel periodo 1970-1998 a oltre un terzo tra il 1999 e il 2019. Nell’ultimo quinquennio tale contributo ha raggiunto il cinquanta percento, segnando un punto di equilibrio con i fattori endogeni per la prima volta nella serie storica analizzata. La scomposizione delle variabili mostra che le perturbazioni globali possiedono una natura differente rispetto a quelle interne, con una componente legata all’offerta pari al 34% contro il 14%delle dinamiche domestiche. Queste ultime restano prevalentemente influenzate da shock di domanda e da decisioni autonome di politica monetaria, che pesano per il trentotto percento sulla varianza totale. La volatilità degli impulsi esterni è aumentata costantemente, superando i livelli dei fattori interni il cui scostamento standard è invece declinato nel tempo.
La trasmissione delle spinte inflattive globali manifesta una durata temporale estesa, restando attiva per oltre trentasei mesi, mentre l’impatto degli shock domestici tende a dissiparsi entro il primo anno dal verificarsi dell’evento. Tale asimmetria persiste anche confrontando categorie omogenee di disturbo, indicando che i fattori di offerta globali possiedono capacità di condizionamento dei prezzi più radicate rispetto alle fluttuazioni locali. Si osserva inoltre una divergenza nell’impatto sulle decisioni di policy, in quanto gli shock globali contribuiscono in misura sproporzionata alle fasi di restrizione monetaria. Gli shock monetari globali giocano un ruolo trascurabile nelle fasi di allentamento ma determinano contributi significativi durante i cicli di rialzo, mentre gli impulsi monetari interni favoriscono prevalentemente le riduzioni del costo del denaro. Le banche centrali hanno modificato la propria funzione di reazione, intervenendo con maggiore forza di fronte a shock di offerta globali che rendono difficile il mantenimento della stabilità dei prezzi senza trade-off occupazionali.
Il mutamento dei driver economici impone una revisione dei modelli Neo Keynesiani standard, spesso basati su assunzioni di linearità e temporaneità delle perturbazioni esterne. La crescente frequenza di eventi geopolitici e climatici rende i processi previsionali più complessi, suggerendo l’adozione di analisi basate su scenari multipli piuttosto che su previsioni centrali univoche. La struttura delle strategie di comunicazione e i framework operativi devono considerare la possibilità che shock di offerta globali diventino elementi strutturali e non reversibili nel breve termine. Questo scenario mette in discussione l’adeguatezza di target di inflazione puntuali e rigidi in contesti di elevata frammentazione commerciale o incertezza legata alla transizione energetica. La comprensione dell’interazione tra forze internazionali e terreni economici locali è essenziale per la navigazione in un ambiente macroeconomico dove i fattori esterni non possono più essere considerati rumore statistico ma determinanti primarie della stabilità finanziaria.
VoxEU – From earth to heaven: The changing drivers of monetary policy
https://cepr.org/voxeu/columns/earth-heaven-changing-drivers-monetary-policy
IA NELLE IMPRESE ITALIANE: BENE LE GRANDI
La diffusione dell’intelligenza artificiale tra le aziende italiane con almeno cinquanta dipendenti operanti nell’industria e nei servizi resta contenuta. Al terzo trimestre del 2024 circa l’l1% delle imprese dichiara di utilizzare tali tecnologie, mentre il 28% ne pianifica l’introduzione entro il biennio successivo. La dimensione aziendale resta il principale predittore dell’adozione, riflettendo la maggiore capacità finanziaria e gestionale necessaria per integrare modelli predittivi, generativi o di robotica avanzata. La propensione all’utilizzo è più elevata nei settori a forte intensità di conoscenza e tra le imprese caratterizzate da un elevato costo del lavoro per addetto. Oltre un terzo dei rispondenti considera lo strumento irrilevante per il proprio modello di business, segnalando una eterogeneità nella percezione dell’utilità tecnologica. Circa il 27% dei soggetti intervistati manifesta incertezza o limitata consapevolezza circa l’applicabilità di queste innovazioni alla propria attività economica.
L’applicazione di un modello econometrico indica che l’adozione tecnologica accresce la produttività del lavoro, con un incremento del valore aggiunto per addetto pari al 5%. La redditività operativa migliora, registrando una crescita del margine operativo lordo rispetto al fatturato e al capitale investito. Le dinamiche occupazionali evidenziano una stabilità nel numero totale di dipendenti, associata però a una variazione della composizione interna del personale. Si rileva un aumento della quota di lavoratori impiegatizi a fronte di una diminuzione di circa un punto percentuale della componente operaia. I costi lavorativi unitari restano invariati, suggerendo che i benefici derivino da una maggiore efficienza nei processi di produzione e supporto piuttosto che da interventi sulla remunerazione media dei dipendenti. Circa il 70% delle imprese non prevede impatti diretti sul volume totale della forza lavoro, confermando la natura complementare della tecnologia per le mansioni ad alta specializzazione.
Le imprese che hanno integrato l’intelligenza artificiale formulano aspettative di variazione dei propri prezzi di vendita inferiori rispetto alle aziende non utilizzatrici. Questo orientamento riflette l’anticipazione di futuri guadagni di efficienza che attenuano le pressioni sui costi di produzione e sulle strategie di fissazione dei listini. A livello macroeconomico, gli adottanti prevedono un tasso di inflazione più basso sull’orizzonte dei ventiquattro e quarantotto mesi. La maggioranza delle imprese valuta in modo favorevole l’impatto della tecnologia sull’economia nazionale nel breve periodo, sebbene resti un elevato grado di incertezza soggettiva tra i non adottanti. Le motivazioni principali all’adozione risiedono nell’ottimizzazione dei processi e nell’automazione di compiti ripetitivi per liberare capitale umano verso attività a maggior valore aggiunto. Gli investimenti dedicati restano spesso classificati come costi operativi legati a servizi cloud e formazione, limitando la visibilità dell’accumulazione di capitale tecnologico nei bilanci aziendali.
Banca d’Italia – The economic impact of artificial intelligence: evidence from Italian firms
https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2026-1005/index.html
IL DIFFICILE RECUPERO DELLA PRODUTTIVITÀ UE
L’Unione Europea presenta un PIL pro capite inferiore di quasi il 30% rispetto agli Stati Uniti, con tre quarti di questo scarto attribuibili a una minore produttività del lavoro. Il potenziale di crescita resta vincolato da inefficienze localizzate nei poli di produzione, dove la concentrazione di imprese non genera i medesimi vantaggi di agglomerazione osservati oltreoceano. Le regioni europee con maggiore densità occupazionale mostrano un’elasticità della produttività ai cluster aziendali pari a circa due terzi di quella statunitense. Gli interventi strutturali mirano a eliminare le distorsioni interne ai singoli mercati nazionali, agendo sulla regolamentazione e sul dinamismo del settore privato per favorire una allocazione ottimale delle risorse. Circa la metà dei guadagni complessivi derivanti dalle riforme dipende dal superamento di tali divari politici domestici. L’adozione di riforme nazionali risulta particolarmente critica nelle economie dell’Europa centrale e sud-orientale, dove i benefici derivanti dalla chiusura dei gap strutturali risultano superiori alla media continentale.
La frammentazione commerciale resta un ostacolo significativo, con costi di scambio ad-valorem intra-UE stimati intorno al 40% per il settore manifatturiero, a fronte del 26% rilevato tra gli stati degli USA. L’abbattimento di queste barriere permetterebbe alle imprese leader di raggiungere economie di scala adeguate a finanziare i costi fissi dell’innovazione. Parallelamente, il mercato del venture capital europeo resta sottosviluppato, con le aziende che ricevono mediamente la metà dei finanziamenti rispetto alle controparti americane. Circa il 60% degli investitori in startup opera esclusivamente entro i confini nazionali, contro il 30% registrato a livello dei singoli stati americani. L’armonizzazione dei regimi legali e la semplificazione delle procedure fiscali transfrontaliere potrebbero aumentare i flussi di capitale di rischio nella regione di una quota compresa tra il 13 e il 20%. Il rafforzamento dei mercati dei capitali è essenziale per sostenere le imprese giovani ad alta crescita che necessitano di finanziamenti su larga scala.
La rimozione dei vincoli alla mobilità del lavoro, come la mancata portabilità dei diritti pensionistici, incentiverebbe il trasferimento dei talenti verso le aree a maggiore produttività. Sebbene la liberalizzazione dei flussi possa determinare una riduzione della densità in alcune aree periferiche, l’impatto negativo resta limitato rispetto ai benefici aggregati derivanti dall’espansione dei poli ad alto potenziale. Il coordinamento tra riforme europee e politiche locali risulta essenziale per gestire la congestione nelle città in crescita, garantendo la disponibilità di alloggi e servizi pubblici adeguati. I trasferimenti fiscali necessari a compensare le regioni che subiscono cali di produttività rappresenterebbero meno del 2% dei guadagni totali generati dal pacchetto di riforme. L’integrazione del mercato unico dell’energia e il completamento dell’Unione dei mercati dei capitali restano pilastri necessari per consolidare questi risultati sul lungo termine. La stabilità delle reti di sicurezza sociale garantisce il supporto necessario ai lavoratori indipendentemente dalla loro collocazione geografica durante la fase di aggiustamento.




