La rassegna della settimana: 1# NBER: i dazi doganali deprimono l’attività economica complessiva degli Stati Uniti, senza produrre gli effetti protettivi attesi sull’industria nazionale. 2# BCE: i dazi statunitensi sui prodotti cinesi nel 2025 hanno ridotto le esportazioni cinesi verso gli USA, ma non hanno generato uno spostamento commerciale verso altri mercati. 3# Eur J Health Econ: i sistemi sanitari pubblici nei Paesi OCSE risultano più efficienti di quelli basati su assicurazioni private obbligatorie. #4 CIGS: L’invecchiamento demografico richiede aumenti dell’età pensionabile compresi tra 5 e 24 anni per mantenere i rapporti di dipendenza al livello del 2023.


Un aumento di un punto percentuale del tasso medio sui beni soggetti a dazio produce un calo del PIL reale fino a circa 0,9 punti percentuali, una contrazione delle importazioni di circa il 4 per cento e una riduzione delle esportazioni fino al 2 per cento. È quanto emerge dal WP NBER 34852 “The Macroeconomic Effects of Tariffs: Evidence From U.S. Historical Data di T. den Besten e D. Känzig. La produzione manifatturiera scende di oltre 1,5 punti percentuali. La risposta dei prezzi è modesta e imprecisa: il deflatore del PIL aumenta di circa 0,5 punti percentuali nel breve periodo, per poi rientrare man mano che la domanda si contrae. (Leggi)

Dopo l’imposizione dei dazi, le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono calate del 20% nel 2025, mentre le esportazioni verso tutte le altre regioni sono cresciute: dell’8% verso l’area euro, del 13% verso i paesi ASEAN, del 7% verso l’America Latina e del 26% verso l’Africa. È quanto emerge da “Global trade redirection: tracking the role of trade diversion from US tariffs in Chinese export developments” di J. Le Roux e T. Spital, pubblicato dalla BCE. Il modello panel a effetti fissi stima che i dazi abbiano ridotto le importazioni statunitensi dalla Cina di circa il 9%, contro un calo osservato del 17% nei primi nove mesi del 2025. La crescita delle esportazioni cinesi verso i mercati non USA è attribuibile a fattori strutturali preesistenti ai dazi. (Leggi)

L’aumento della quota di finanziamento pubblico migliora significativamente le performance sanitarie. È quanto emerge dall’analisi comparativa dei sistemi sanitari dei 38 Paesi OCSE condotta da P. Molander dell’Arbor AB “Public versus private healthcare systems in the OECD area– a broad evaluation of performance” pubblicata su The European Journal of Health Economics. I dati si riferiscono al 2021. La ricerca distingue i sistemi sanitari in due categorie: quelli amministrati pubblicamente (tipici dei Paesi nordici e anglosassoni) e quelli basati su assicurazioni obbligatorie private (diffusi nell’Europa centrale e nei nuovi Stati membri dell’Est Europa e America Latina). (Leggi)

Le proiezioni demografiche producono differenze nelle passività pensionistiche non finanziate superiori al 50 per cento del PIL. È quanto emerge dallo studio di S. Imrohoroglu “Aging, Population Projections, and Public Pensions” pubblicato nei CIGS Working Paper Series. Lo studio utilizza le proiezioni demografiche 2024-2100 delle Nazioni Unite e delle agenzie nazionali per 13 paesi. L’autore calcola il numero di rinvii dell’età pensionabile necessari per stabilizzare il rapporto di dipendenza degli anziani e quantifica le passività pensionistiche non finanziate sotto diverse ipotesi demografiche. L’analisi dimostra che la riforma giapponese del 2004 ha ridotto le passività non finanziate di oltre 60 punti percentuali di PIL. (Leggi)

EFFETTO DAZI SUL PIL USA

Le variazioni delle aliquote doganali medie sono spesso endogene, poiché molte riforme tariffarie storiche furono adottate in risposta a pressioni fiscali, recessioni o squilibri della bilancia dei pagamenti, non per ragioni autonome rispetto al ciclo economico. Per superare questo problema, gli autori conducono un’analisi narrativa sistematica di 35 grandi episodi tariffari dal 1840 a oggi, classificandone 21 come plausibilmente esogeni, cioè motivati da impegni ideologici verso il protezionismo o il libero scambio, da considerazioni distributive o da obiettivi politici e diplomatici, e 14 come endogeni. La serie di shock narrativi così costruita utilizza solo il segno e la tempistica di ciascun evento esogeno, evitando di imporre assunzioni sull’entità delle variazioni, che potrebbe essa stessa essere influenzata da condizioni macroeconomiche contingenti. La validità dello strumento è confermata da test di Granger che escludono la prevedibilità degli shock esogeni sulla base di variabili macroeconomiche e finanziarie, mentre gli shock endogeni risultano invece sistematicamente anticipati dalle stesse variabili.

I meccanismi di trasmissione variano significativamente tra il periodo precedente e quello successivo alla Seconda guerra mondiale. Sotto il gold standard, la risposta seguiva la logica del meccanismo prezzo-specie-flusso di Hume: il calo delle importazioni migliorava la bilancia commerciale, generava afflussi di oro, espandeva l’offerta di moneta e produceva pressioni inflazionistiche, con un deprezzamento reale ritardato tramite prezzi crescenti e un deterioramento graduale delle esportazioni. Nel periodo postbellico, con cambi flessibili e politica monetaria autonoma, uno shock tariffario innesca un apprezzamento immediato del tasso di cambio reale, che parzialmente compensa l’aumento del prezzo dei beni importati, riduce contestualmente la competitività delle esportazioni e genera pressioni disinflazionistiche. La risposta monetaria risulta restrittiva: il tasso reale a breve termine sale temporaneamente, il conto corrente si deteriora. In questo contesto, la domanda estera cade più rapidamente, gli effetti recessivi si manifestano prima e la risposta dei prezzi si inverte di segno.

Un secondo fattore che spiega il cambiamento nel regime di trasmissione è l’evoluzione del sistema commerciale internazionale. Nel dopoguerra i dazi sono stati negoziati in un quadro multilaterale — GATT prima, WTO poi — per cui un aumento unilaterale è percepito come deviazione da un sistema cooperativo consolidato e tende a provocare ritorsioni rapide da parte dei partner commerciali. Questo amplifica il canale della domanda: la riduzione delle esportazioni avviene più prontamente rispetto all’era premoderna, quando le variazioni tariffarie erano più spesso unilaterali e meno incorporate in impegni reciproci. I risultati sono robusti a numerose verifiche: approcci alternativi di identificazione come le local projections strumentali e il VAR con strumento interno, esercizi Jackknife che escludono sequenzialmente i singoli episodi, placebo che non generano risposte sistematiche, analisi trimestrali, variazioni nelle specifiche deterministiche e nei deflatori utilizzati. Ignorare l’endogeneità, usando invece la variazione grezza del tasso tariffario o shock tariffari ricorsivi, produce risposte qualitativamente diverse: l’output non scende significativamente, i prezzi calano invece di salire, il tasso di cambio si deprezza anziché apprezzarsi.

NBER – The Macroeconomic Effects of Tariffs: Evidence From U.S. Historical Data

https://www.nber.org/papers/w34852

LA CINA CERCA ALTRI MERCATI

Nel corso del 2025 i dazi statunitensi sulle merci cinesi sono aumentati in più fasi successive. A febbraio e marzo gli Stati Uniti hanno applicato incrementi del 10% su tutti i prodotti cinesi. Ad aprile l’aliquota ha raggiunto il picco del 125%. Accordi bilaterali successivi hanno portato a riduzioni parziali in maggio e ottobre. L’aliquota effettiva corrente si attesta al 34%. In media i dazi sono aumentati di 37 punti percentuali rispetto alla fine del 2024. Il modello stima la crescita delle esportazioni cinesi al sesto digit del codice HS in funzione della variazione tariffaria per prodotto. Sono inclusi effetti fissi paese-tempo, paese-prodotto e settoriali, per controllare shock aggregati, tendenze specifiche di prodotto e shock settoriali globali. I dati coprono le importazioni mondiali di prodotti cinesi da gennaio a settembre 2025.

Le riduzioni delle esportazioni verso gli Stati Uniti sono più marcate per i beni capitali, seguite dai beni di consumo e dai beni intermedi. Una deviazione verso mercati terzi emerge solo per i beni di consumo. Le esportazioni verso i paesi ASEAN sono cresciute in modo rilevante, in particolare nei beni intermedi destinati a ulteriore lavorazione o assemblaggio. I volumi esportati verso l’ASEAN sono aumentati con un contestuale calo dei valori unitari in quasi tutti i settori. Questo andamento è coerente con una maggiore integrazione di input intermedi di minore valore nelle catene produttive regionali. I paesi ASEAN sono l’unica regione che ha contribuito positivamente alla crescita delle importazioni statunitensi nel 2025, elemento compatibile con fenomeni di rerouting commerciale attraverso paesi intermediari.

La forza delle esportazioni cinesi verso i mercati non statunitensi è sostenuta da fattori strutturali distinti dalla questione tariffaria. La debolezza della domanda interna ha spinto le imprese cinesi a collocare la capacità produttiva in eccesso sui mercati esteri. I prezzi all’esportazione in calo e un renminbi debole hanno rafforzato la competitività. L’espansione della capacità manifatturiera sostenuta dallo Stato e la più profonda integrazione delle catene di fornitura asiatiche hanno ulteriormente contribuito alla crescita delle esportazioni regionali. La deviazione tariffaria appare circoscritta a una gamma ristretta di prodotti e destinazioni, con spillover limitati verso i mercati terzi.

BCE – Global trade redirection: tracking the role of trade diversion from US tariffs in Chinese export developments

https://www.ecb.europa.eu/press/economic-bulletin/focus/2026/html/ecb.ebbox202601_01~fde39c8d00.en.html

PUBBLICO VS PRIVATO UNO STUDIO COMPARATIVO

Non esistono differenze di efficienza tra sistemi sanitari pubblici e sistemi basati su assicurazioni private obbligatorie. La regressione tra residui di performance e quota di schemi governativi non mostra una pendenza significativa. La variazione all’interno del gruppo dei sistemi privati risulta maggiore, con rischi di esiti negativi in caso di transizione verso questo modello. Gli argomenti a favore e contro la gestione privata hanno uguale validità. I vantaggi nella ricerca di innovazioni e riduzioni di costo vengono compensati da costi di finanziamento più elevati, spese di controllo, costi di transazione e massimizzazione del profitto in mercati imperfetti.

La quota di fondi pubblici sulla spesa sanitaria totale mostra una correlazione positiva significativa con l’efficienza. La pendenza della retta di regressione è positiva al 95 per cento di confidenza. Un aumento di una deviazione standard nella quota governativa produce un incremento di circa un terzo di deviazione standard nell’efficienza. La Svizzera è l’unico Paese con quota pubblica inferiore al 50 per cento. La maggior parte dei Paesi si colloca tra il 70 e il 90 per cento di finanziamento pubblico. La spiegazione risiede nella definizione di efficienza adottata. Gli indicatori OCSE tendono all’uguaglianza: aspettativa di vita e tassi di mortalità vengono calcolati sull’intera popolazione, i programmi di vaccinazione mirano alla copertura totale, le misure di accesso registrano la capacità complessiva del sistema.

L’analisi conferma rendimenti decrescenti a livello aggregato nei sistemi sanitari. I miglioramenti qualitativi diventano progressivamente più costosi con l’incremento degli obiettivi. I Paesi con budget limitati iniziano con interventi a basso costo come assistenza primaria di base e programmi di vaccinazione. Con l’aumento delle risorse, i miglioramenti richiedono investimenti crescenti. La relazione tra spesa pro capite aggiustata per età e performance aggregata segue una curva logaritmica per l’intero gruppo OCSE per l’OCSE Europa. Gli Stati Uniti rappresentano un caso estremo: spendono il 150 per cento in più della media OCSE pro capite con risultati mediocri. Parte della differenza deriva da prezzi più elevati, ma i volumi restano superiori del 50 per cento rispetto alla media OCSE. Gli altri Paesi mostrano deviazioni più limitate dai livelli di performance tipici. Solo un sistema governato politicamente può mantenere una direzione egualitaria. I mercati tendono verso la disuguaglianza. L’elevata quota di fondi pubblici crea le possibilità per perseguire obiettivi egualitari condivisi dalla professione medica e dalla popolazione.

Eur J Health Econ – Public versus private healthcare systems in the OECD area– a broad evaluation of performance

https://link.springer.com/article/10.1007/s10198-025-01767-6

DAL GIAPPONE UN MONITO PER I SISTEMI PENSIONISTICI EUROPEI

Il Giappone mostra un rapporto di dipendenza degli anziani del 52 per cento nel 2023, destinato a raggiungere l’80 per cento entro il 2100 secondo le proiezioni medie. Le sei ondate di previsioni IPSS dal 1997 al 2023 mostrano variazioni significative, con l’ondata del 2012 che ha prodotto le proiezioni più pessimistiche. Le nascite del 2024 sono risultate inferiori anche alle proiezioni più pessimistiche. Le proiezioni UN e IPSS per il Giappone producono risultati simili per il caso medio, ma la gamma delle proiezioni UN risulta molto più ampia, con quasi 60 punti percentuali di differenza tra gli scenari alto e basso di fertilità. Il Giappone richiede solo 6-7 rinvii dell’età pensionabile per stabilizzare il rapporto di dipendenza, partendo da un’età pensionabile di 65 anni. Italia e Spagna mostrano traiettorie di invecchiamento simili al Giappone, con l’Italia che parte da un rapporto di dipendenza del 39 per cento nel 2023 e raggiunge il 75 per cento entro il 2100, richiedendo 11 rinvii dell’età pensionabile.

Gli Stati Uniti presentano discrepanze significative tra le proiezioni delle diverse agenzie. Le stime della popolazione totale per il 2023 variano da 333,3 milioni del Census Bureau a 343,5 milioni delle Nazioni Unite. Le proiezioni SSA assumono una fertilità totale di 1,9 dal 2031 in poi, mentre Census Bureau e UN assumono 1,6. Le proiezioni SSA sull’immigrazione sono le più ottimistiche. Il rapporto di dipendenza degli Stati Uniti passa dal 28 per cento nel 2024 al 55 per cento entro il 2100 secondo Census Bureau e UN, mentre SSA proietta solo il 45 per cento. Gli Stati Uniti richiedono 10-11 rinvii dell’età pensionabile secondo le proiezioni UN e Census Bureau, ma solo 5 secondo SSA. Le passività non finanziate del sistema pensionistico americano variano da 16,9 a 30,7 trilioni di dollari utilizzando le proiezioni SSA, da 24,3 a 30,0 trilioni con le proiezioni UN e da 25,7 a 26,8 trilioni con quelle del Census Bureau, rappresentando dal 61 al 111 per cento del PIL del 2023.

I paesi a medio reddito affrontano sfide più severe. La Corea parte da un rapporto di dipendenza del 25 per cento nel 2023 ma è destinata a superare il Giappone entro il 2050, richiedendo 20 rinvii dell’età pensionabile. La Cina mostra una traiettoria simile con 23-24 rinvii necessari. India, Brasile e Turchia, pur partendo da rapporti di dipendenza molto bassi tra il 10 e il 16 per cento, affrontano una triplicazione o quadruplicazione di questi rapporti entro il 2100, richiedendo tra 17 e 19 rinvii dell’età pensionabile. Esiste una forte correlazione negativa tra il livello di invecchiamento nel 2023 e il numero di rinvii necessari. I paesi con i tassi di fertilità totale più bassi nel 2024 affrontano aumenti molto maggiori dell’età pensionabile. Le passività non finanziate del sistema pensionistico giapponese variano dal 97 al 137 per cento del PIL senza la riforma macroeconomica del 2004. La riforma, che ha ridotto le prestazioni dell’1 per cento annuo fino al 2050, riduce le passività al 36-71 per cento del PIL. Con i sussidi governativi, le passività scendono al range da -25 a 13 per cento del PIL. Estendendo la riduzione fino al 2100, le passività diventano negative anche senza sussidi.

CIGS – Aging, Population Projections, and Public Pensions

https://cigs.canon/en/article/20250731_9071.html