La rassegna della settimana: #1 ECFIN: tra il 2020 e il 2024, l’UE ha attraversato un periodo di inflazione eterogenea con apprezzamenti reali particolarmente marcati nei paesi dell’Europa centrale e orientale che hanno eroso le loro posizioni di competitività. #2 OECD: l’adozione dell’intelligenza artificiale può migliorare l’efficienza e la qualità dei servizi nel settore pubblico. #3 NBER: Milton Friedman ha trasformato la politica monetaria mondiale. Le sue intuizioni restano centrali nella macroeconomia moderna, sebbene l’enfasi sugli aggregati monetari sia stata sostituita dai tassi d’interesse come strumento principale. #4 VoxEU: le tariffe statunitensi possono paradossalmente favorire una maggiore integrazione economica tra i partner commerciali esclusi.
I differenziali di inflazione hanno portato a significativi cambiamenti nei tassi di cambio reali effettivi, con conseguenze particolarmente rilevanti per i paesi dell’Europa centrale e orientale. È quanto emerge dal Discussion Paper 240 della Commissione Europea, Direzione Generale Affari Economici e Finanziari, dal titolo “After the Inflation Shock. Taking Stock of Price and Cost Competitiveness in the EU”, a cura di M. Výškrabka e A. Bodea. Il documento analizza l’evoluzione della competitività di prezzo e di costo negli Stati membri dell’UE dopo gli shock inflazionistici legati alla pandemia COVID-19 e alla crisi energetica. Alcuni Stati hanno registrato un apprezzamento reale dovuto a crescite salariali che hanno superato i guadagni di produttività, altri paesi hanno beneficiato di un’inflazione contenuta che ha migliorato la loro posizione competitiva. (Leggi)
Le amministrazioni pubbliche dei paesi OCSE stanno affrontando carenze di personale, carichi di lavoro elevati e pressioni fiscali. I sistemi di AI possono supportare e accelerare attività amministrative liberando capacità per compiti più complessi. È quanto emerge dal Policy Brief dell’OCSE “Building an AI-ready public workforce: Implications and strategies”. La mancanza di competenze e capacità interne rappresenta una delle barriere più diffuse all’adozione dell’AI nel settore pubblico. Un numero crescente di istituzioni sta sviluppando programmi di formazione mirati a dipendenti generici per competenze fondamentali, dirigenti per conoscenze strategiche e professionisti digitali per competenze tecniche avanzate. (Leggi)
A cinquant’anni dal Nobel a Friedman, la sua eredità monetarista persiste attraverso due canali: quello teorico, con lo sviluppo della macroeconomia moderna basata sulle aspettative razionali che incorpora i suoi principi fondamentali nelle regole di politica monetaria sistematiche per ancorare la credibilità di bassa inflazione, e quello pratico, attraverso lo Shadow Open Market Committee e le banche centrali europee della moneta forte che continuano a monitorare gli aggregati monetari come controllo delle politiche basate sui tassi. È quanto emerge dal working paper “The Future of Monetarism after Milton Friedman” di M. D. Bordo. (Leggi)
I principali partner commerciali degli Stati Uniti hanno intensificato negoziati e ratifiche di accordi commerciali potenzialmente significativi tra loro, inclusi EU-Mercosur, UK-India, EU-India e l’approfondimento del RCEP. È quanto emerge dallo studio “US tariffs may deepen integration, elsewhere” di L. Rotunno e M. Ruta, pubblicato su VoxEU. Utilizzando un modello commerciale quantitativo, l’analisi dimostra che l’integrazione profonda, che comporta riduzioni delle barriere non tariffarie, può compensare le perdite di benessere derivanti dalle tariffe statunitensi e generare guadagni netti. Le tariffe americane possono alleviare i vincoli di economia politica rafforzando gli incentivi per le industrie orientate all’esportazione a fare pressione per un’integrazione più profonda altrove. (Leggi)
IL DIFFICILE NODO DELL’INFLAZIONE NELL’UE
L’analisi delle dinamiche inflazionistiche rivela che tra il 2020 e il 2024 l’inflazione nell’UE è stata eterogenea. I paesi dell’Europa centrale e orientale, in particolare Ungheria, Romania, Bulgaria e gli Stati baltici, hanno registrato gli aumenti di prezzo più elevati. Al contrario, paesi come Francia, Italia, Grecia e Finlandia hanno sperimentato aumenti dei prezzi significativamente più contenuti. I prezzi all’importazione, in particolare dell’energia, sono aumentati considerevolmente nel 2021-2022 ma si sono successivamente attenuati. I profitti sono cresciuti rapidamente, soprattutto nei settori della produzione energetica e delle attività immobiliari, dove i margini di profitto sono rimasti stabili nonostante l’aumento dei costi. I salari, che tipicamente si adeguano con ritardo, sono diventati il principale motore dell’inflazione nel 2024 in molti paesi, con crescite particolarmente pronunciate nei paesi dell’Europa centrale e orientale.
Attraverso i modelli econometrici FEER e BEER è emerso che diversi Stati membri hanno subito un deterioramento significativo della loro competitività. I paesi baltici emergono come particolarmente vulnerabili: l’Estonia e la Lettonia presentano tassi di cambio reali stimati come significativamente sopravvalutati, mentre la Lituania, sebbene mantenga un allineamento più stretto con il benchmark stimato, necessita di una marcata decelerazione dell’inflazione per evitare l’accumulo di disallineamenti. La Romania e la Bulgaria hanno registrato i più forti apprezzamenti reali nell’UE, con la crescita salariale che ha ampiamente superato i guadagni di produttività. In questi paesi, i differenziali di inflazione persistenti mettono a rischio la sostenibilità del processo di convergenza del reddito. Al contrario, paesi come Svezia, Irlanda, Danimarca, Francia e Grecia hanno beneficiato di un deprezzamento reale grazie a un’inflazione relativamente contenuta, con i salari reali che in alcuni casi nel 2024 rimanevano al di sotto dei livelli del 2019.
Per quanto riguarda l’Italia, il documento evidenzia come il paese si collochi tra quelli che hanno sperimentato gli aumenti di prezzo più contenuti nel periodo 2020-2024. L’inflazione cumulativa del deflatore del PIL in Italia è stata di circa il quindici per cento, tra le più basse dell’UE insieme a Francia e Finlandia. Questa dinamica moderata ha portato a un deprezzamento reale del tasso di cambio effettivo italiano, migliorando la posizione competitiva del paese. La crescita salariale in Italia è stata particolarmente debole: i salari reali nel 2024 erano inferiori ai livelli del 2019, con il paese che presenta uno dei divari negativi più ampi tra crescita salariale reale e crescita della produttività nell’UE. La crescita dei profitti unitari in Italia è stata superiore a quella dei costi unitari del lavoro, riflettendo la dinamica salariale contenuta. L’Italia ha evitato perdite significative di competitività di costo, ma questo risultato riflette una sostanziale compressione del potere d’acquisto dei lavoratori e una crescita economica debole piuttosto che guadagni strutturali di produttività.
ECFIN – After the Inflation Shock. Taking Stock of Price and Cost Competitiveness in the EU
UNA GOVERNANCE PER L’AI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
L’adozione dell’AI nel settore pubblico sta trasformando i processi lavorativi e le competenze richieste. I sistemi di AI hanno un potenziale significativo per aumentare l’efficienza nelle procedure amministrative basate su regole in diverse aree governative. L’istituzione finlandese di sicurezza sociale Kela utilizza una piattaforma di AI per automatizzare la classificazione e l’elaborazione dei documenti allegati alle domande di prestazioni, risparmiando circa 38 anni di lavoro equivalente a tempo pieno per gli operatori ogni anno. L’uso di strumenti di AI generativa come ChatGPT da parte dei dipendenti pubblici richiede regole chiare e governance robusta per evitare rischi legati alla protezione dei dati. Il divario di competenze legate all’AI rappresenta una sfida diffusa nelle istituzioni governative, dove i professionisti digitali con competenze tecniche avanzate svolgeranno un ruolo chiave nello sviluppo di soluzioni di AI personalizzate e integrate.
Le istituzioni pubbliche dispongono di tre leve principali per rafforzare le capacità di AI: esternalizzazione, assunzione e formazione. La costruzione di capacità interne invece che l’esternalizzazione aiuta a sviluppare sistemi allineati alle esigenze istituzionali, previene asimmetrie informative negli appalti ed evita dipendenze dai fornitori di tecnologia. Le collaborazioni strategiche GovTech con startup, PMI innovative, centri di ricerca o università offrono un ecosistema per testare nuove soluzioni tecnologiche attraverso competizioni aperte, hackathon, programmi di accelerazione ed esperimenti pilota. Programmi mirati di talenti aiutano ad attrarre e trattenere professionisti digitali, come il programma beta.gouv.fr nell’amministrazione pubblica francese e i Presidential Innovation Fellows negli Stati Uniti.
La formazione sull’AI sta diventando sempre più comune nelle amministrazioni pubbliche. Nell’Unione Europea, l’AI Act richiede legalmente che le organizzazioni garantiscano al personale un livello sufficiente di alfabetizzazione sull’AI. Tre gruppi chiave di forza lavoro hanno diverse esigenze di competenze: i dipendenti generici necessitano di competenze per interagire efficacemente con gli strumenti di AI, i dirigenti richiedono una comprensione strategica della tecnologia AI e delle sue implicazioni, mentre i professionisti digitali necessitano di competenze tecniche per sviluppare e mantenere sistemi di AI. La formazione risulta più efficace quando è facilitata da un formatore e adattata al contesto lavorativo, includendo applicazioni pratiche. L’efficacia a lungo termine può essere supportata da un ambiente favorevole all’apprendimento e all’innovazione attraverso revisioni delle prestazioni, competizioni innovative e comunità di pratica.
OECD – Building an AI-ready public workforce: Implications and strategies
L’EREDITÀ DI FRIEDMAN È ANCORA VIVA
Friedman sviluppò la teoria quantitativa moderna della moneta nel 1956 come sfida alla visione keynesiana prevalente secondo cui “la moneta non contava”. La sua ricerca empirica e storica dimostrò che i cambiamenti nell’offerta di moneta, in gran parte determinati dalle autorità monetarie, spiegano buona parte dell’instabilità macroeconomica del ventesimo secolo, inclusa la Grande Recessione del 1929-1933 e la Grande Inflazione del 1965-1982. Secondo Friedman, il nucleo della teoria quantitativa moderna è una domanda di moneta stabile nel lungo periodo in funzione di un numero limitato di variabili rilevanti, tra cui ricchezza, reddito permanente e vari tassi di rendimento degli asset principali. L’interazione tra lo stock di moneta e la domanda di moneta determinerebbe il livello del reddito nominale. Con il reddito reale determinato dalle forze di mercato e una domanda di moneta stabile, il livello dei prezzi sarebbe determinato dalla quantità di moneta. Le sue idee furono alla base della creazione della macroeconomia moderna e dell’adozione da parte di molte banche centrali di politiche monetarie basate su regole come guida per mantenere la credibilità per una bassa inflazione.
L’enfasi di Friedman sugli aggregati monetari come strumento chiave della politica monetaria è stata superata dall’uso dei tassi d’interesse di politica monetaria, ma gli aggregati restano utili come controllo incrociato contro l’inflazione elevata. Le idee di Friedman sono state portate avanti attraverso lo Shadow Open Market Committee (SOMC), fondato nel 1973 dai suoi seguaci come organo di controllo esterno sulla tendenza della Fed a seguire politiche discrezionali. L’eredità teorica di Friedman si manifesta nel modello neokeynesiano dominante utilizzato dalle banche centrali e dagli economisti macroeconomici, in cui regole sistematiche per condurre la politica monetaria sono cruciali per controllare l’inflazione. I suoi studenti Robert Lucas e Thomas Sargent estesero l’ipotesi del tasso naturale di Friedman a quella che divenne nota come “ipotesi di invarianza politica”. Sotto aspettative razionali, le azioni di politica monetaria non avrebbero alcuna influenza sull’economia reale perché gli agenti economici, comprendendo il modello utilizzato dalla Fed e avendo informazioni complete, aggiusterebbero completamente le loro aspettative incorporando la nuova politica.
Il lavoro di Bordo e Duca utilizzando i dati degli indici di Divisia sull’aggregato M3 ha sviluppato una funzione stabile di domanda di moneta a lungo termine dal 1984 al 2023, che corregge sia i cambiamenti nell’innovazione finanziaria sia nella regolamentazione finanziaria che hanno fatto deragliare i lavori precedenti. Il loro modello traccia strettamente il percorso della crescita del PIL nominale dagli anni Ottanta attraverso la recente recessione pandemica e inflazione. Il fatto che ogni misura di aggregato monetario sia esplosa tra il 2020 e il 2021 era un chiaro segnale d’allarme di un’imminente impennata inflazionistica, eppure la Fed e altre banche centrali li hanno ignorati. Lo SOMC è stato anche premonitore nel prevedere e criticare il ruolo della Fed nella crisi finanziaria del 2007-2008 e più recentemente nel generare l’inflazione post-pandemica 2020-2023 con la sua risoluzione in ritardo rispetto alla curva.
INTEGRAZIONE PROFONDA COME RISPOSTA GLOBALE AI DAZI USA
L’analisi utilizza un modello commerciale quantitativo standard basato su Caliendo e Parro del 2015, esteso per consentire sussidi alla produzione. I sussidi e i costi commerciali introducono un divario tra prezzi al produttore e al consumatore. Il modello è risolto in termini di variazioni rispetto a una base di riferimento con le tariffe precedenti al 2025 ed è calibrato per 74 paesi e un aggregato del resto del mondo, su 25 settori, utilizzando dati dal database OCSE TiVA. Lo scenario di riferimento sulle tariffe statunitensi considera le tariffe all’importazione implementate dagli Stati Uniti a partire da settembre 2025. Lo scenario di integrazione economica aggiunge l’implementazione di accordi commerciali preferenziali firmati dal 2023, attualmente in negoziazione e che potrebbero essere negoziati in futuro. Le riduzioni tariffarie ponderate per il commercio sono modeste, al massimo un punto percentuale, poiché le tariffe di base sono già basse e i partner degli accordi rappresentano spesso una piccola quota del commercio. Le riduzioni dei costi commerciali non tariffari sono più sostanziali, fino al 6 per cento, in particolare per i paesi dell’Unione Europea e le economie dell’Asia orientale a causa del previsto approfondimento del mercato unico europeo e del RCEP.
L’integrazione economica profonda può contrastare le perdite di esportazioni derivanti dalle tariffe statunitensi. Le tariffe americane da sole riducono le esportazioni totali di merci per gli Stati Uniti e i principali partner commerciali, con contrazioni più marcate per i paesi che affrontano tariffe più elevate come l’India o più esposti al mercato statunitense come Canada e Messico. L’integrazione superficiale basata solo sulle tariffe riduce queste perdite ma le compensa completamente solo per una manciata di paesi come Regno Unito e Giappone. L’integrazione profonda genera aumenti significativi delle esportazioni anche con le tariffe statunitensi in vigore. Le economie dell’Asia orientale registrano i maggiori aumenti, fino al 18 per cento. Il commercio intra-UE aumenta di circa il 10 per cento dall’approfondimento del mercato unico, mentre le esportazioni cinesi aumentano di circa il 5 per cento. L’integrazione profonda è l’unica risposta politica in grado di contrastare le perdite di benessere derivanti dalle tariffe statunitensi. Le tariffe americane riducono il reddito reale per gli Stati Uniti stessi, poiché le perdite di efficienza derivanti dalle distorsioni superano i guadagni in termini di scambio abbassando il reddito reale mondiale dello 0,16 per cento. L’integrazione superficiale porta miglioramenti marginali del benessere, ma l’integrazione profonda aumenta sostanzialmente il reddito reale: fino al 2 per cento per Giappone, Indonesia e piccoli paesi dell’Asia orientale, e l’1,4 per cento per l’UE attraverso l’approfondimento del mercato unico. Il reddito reale mondiale aumenta dello 0,45 per cento con l’integrazione profonda, compensando completamente le perdite delle tariffe statunitensi.
I risultati indicano l’integrazione economica come la principale risposta generatrice di benessere alle azioni tariffarie statunitensi. Rimuovendo le distorsioni, in particolare le barriere commerciali frizionali, accordi commerciali più profondi possono compensare la perdita di accesso al mercato statunitense e aumentare l’efficienza aggregata. I risultati evidenziano anche le sfide di economia politica dell’integrazione più profonda. Le riduzioni delle barriere non tariffarie sono necessarie ma politicamente più difficili da attuare, poiché spesso comportano riforme degli investimenti, della concorrenza o dei regimi di proprietà intellettuale, e l’armonizzazione di regolamenti e standard che possono essere sensibili al cambiamento. Tale integrazione profonda era migliorativa per il benessere anche prima delle tariffe statunitensi, ma rimaneva politicamente impraticabile a causa dell’opposizione dei gruppi di interesse nazionali influenzati negativamente da queste riforme. Tariffe americane più elevate possono alleviare questi vincoli di economia politica, poiché barriere statunitensi più elevate possono spingere le industrie orientate all’esportazione a fare pressione per l’accesso al mercato altrove attraverso accordi commerciali più profondi.
VoxEU – US tariffs may deepen integration, elsewhere
https://cepr.org/voxeu/columns/us-tariffs-may-deepen-integration-elsewhere





