La rassegna della settimana: #1 NBER: la disuguaglianza sanitaria non è aumentata durante il periodo in cui le prestazioni pensionistiche sono diminuite e l’età pensionabile è aumentata in Italia.


Le stime degli effetti delle riforme pensionistiche in Italia sulla disuguaglianza sanitaria suggeriscono che la riduzione delle prestazioni pensionistiche e l’aumento dell’età pensionabile sembrano essere opzioni politiche praticabili senza effetti negativi sulla salute per la maggior parte della popolazione. È quanto emerge dal working paper NBER intitolato ” he Effects of Pension Reforms on Health Inequality in Italy” di A. Brugiavini, E. Buia, G: Pasini e G. Weber. I responsabili politici potrebbero, tuttavia, dover continuare a combinare le riforme pensionistiche con programmi speciali per proteggere i lavoratori in occupazioni particolarmente usuranti o fisicamente impegnative, garantendo che le riforme del sistema pensionistico non aggravino le disuguaglianze sanitarie in sottogruppi vulnerabili della popolazione. (Leggi)

LE RIFORME DELLE PENSIONI NON AUMENTANO LE DISUGUALIANZE SANITARIE

Lo studio esamina gli effetti delle riforme pensionistiche italiane sulla disuguaglianza sanitaria tra gli individui anziani, utilizzando i dati dell’indagine SHARE (Survey on Health, Ageing and Retirement in Europe) raccolti tra il 2004 e il 2022. L’analisi si concentra su individui di età pari o superiore a 65 anni, i più colpiti dalle riforme pensionistiche degli ultimi decenni, in particolare dalla riforma Monti-Fornero del 2011. Il sistema pensionistico italiano ha attraversato tre fasi distinte. Prima del 1993 era in vigore un sistema a benefici definiti particolarmente generoso, che permetteva il pensionamento anticipato dopo 35 anni di contributi senza penalizzazioni attuariali. La riforma del 1992 ha innalzato l’età pensionabile da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 60 per le donne, modificando anche il calcolo delle prestazioni. La riforma Dini del 1995 ha introdotto un sistema a contribuzione definita nozionale, mentre la riforma Monti-Fornero del 2011 ha accelerato la convergenza verso questo nuovo sistema, inasprendo significativamente i requisiti di accesso alla pensione.

La ricerca analizza cinque misure di salute: limitazioni funzionali basate su attività quotidiane e strumentali, condizioni diagnosticate da un medico, un indice di salute comprensivo con 44 elementi, salute mentale misurata attraverso la scala Euro-D per la depressione, e salute cognitiva valutata mediante test di memoria e calcolo. Tutte le misure sono costruite in modo che valori più elevati corrispondano a una salute migliore. Il reddito è misurato a livello familiare e aggiustato secondo la scala di equivalenza OCSE, fissando il gruppo di reddito degli individui alla prima osservazione per evitare distorsioni dovute al deterioramento della salute. L’analisi del gradiente reddito-salute per decili di reddito mostra differenze tra generi ma non evidenzia tendenze chiare nel tempo. Per le donne, il gradiente delle limitazioni funzionali rimane sostanzialmente invariato attraverso le diverse rilevazioni. Per gli uomini si osserva un lieve aumento della disuguaglianza dopo il 2011 per alcune misure, ma il pattern non è sistematico. La salute diagnostica mostra inizialmente un gradiente negativo per gli uomini, probabilmente dovuto a una minore frequenza di controlli medici nei decili di reddito più bassi, che diventa positivo dopo il 2011 per poi oscillare. La salute comprensiva non mostra cambiamenti sistematici nella pendenza per entrambi i generi.

Un secondo approccio metodologico calcola il divario negli anni di vita in buona salute tra ricchi e poveri, traducendo le differenze percentuali nella quota di individui in buona salute in anni necessari perché un individuo più povero raggiunga lo stesso livello di salute di uno più ricco. Alcune di queste differenze risultano molto ampie, raggiungendo anche 13 anni per alcune misure di salute, ma il pattern di cambiamento nel tempo è piuttosto misto e non supporta l’ipotesi di un aumento consistente della disuguaglianza sanitaria. Il terzo approccio utilizza gli indici di concentrazione, varianti del coefficiente di Gini, che misurano quanto la curva di concentrazione si discosta dalla linea di perfetta uguaglianza. L’ispezione visuale delle curve di concentrazione per ciascuna rilevazione SHARE non rivela cambiamenti discernibili tra le diverse ondate per tutte le misure di salute considerate. Gli indici di concentrazione rimangono sostanzialmente stabili dal 2004 al 2022 per tutte le misure sanitarie analizzate. Lo studio conclude che la disuguaglianza sanitaria non è aumentata durante il periodo in cui le prestazioni pensionistiche sono diminuite e l’età pensionabile è aumentata. Gli autori sottolineano tuttavia alcune limitazioni importanti. Il periodo di osservazione potrebbe essere troppo breve per cogliere gli effetti a lungo termine delle riforme, specialmente considerando che la riforma più significativa è avvenuta nel 2011 ed è stata innescata da una grave crisi economica e finanziaria. Gli effetti sanitari a breve termine potrebbero quindi essere dovuti a riduzioni nell’accesso ai servizi sanitari pubblici o a un maggiore senso di insicurezza economica piuttosto che agli effetti diretti delle riforme pensionistiche.

NBER – The Effects of Pension Reforms on Health Inequality in Italy

https://www.nber.org/books-and-chapters/social-security-programs-and-retirement-around-world-pension-reforms-and-health-distribution/effects-pension-reforms-health-inequality-italy