La rassegna della settimana: #1 SVIMEZ: grazie all’effetto del PNNR fino al 2026 il Mezzogiorno crescerò più del Centro-Nord. #2 OECD: tra le economie avanzate si registra un rallentamento ciclico nel triennio 2025-2027. #3 CERGAS: soluzioni facili a problemi complessi per il SSN questa è una delle criticità evidenziate dal rapporto OASI 2025. #4 La Voce: l’attuale assetto delle regole fiscali europee è stato messo in discussione dal Piano strutturale di bilancio tedesco del 2025.


Le previsioni per il triennio 2025-2027 indicano una crescita moderata per l’Italia (+0,5% nel 2025, +0,7% nel 2026, +0,8% nel 2027), ma con il Mezzogiorno che continua a crescere più del Centro-Nord fino al 2026 grazie all’effetto del PNRR: +0,7% nel 2025 e +0,9% nel 2026. Nel 2027 l’esaurirsi della spinta degli investimenti pubblici porterà invece a un rallentamento del Sud (+0,6%) a fronte di un’accelerazione del Centro-Nord (+0,9%), favorita dalla ripresa dell’export e della manifattura. È quanto emerge dal “Rapporto SVIMEZ 2025”. Il Rapporto analizza la fase più recente dell’economia meridionale e le nuove fratture demografiche e produttive che segnano il Paese. (Leggi)

Il quadro macroeconomico delineato dall’”OECD Economic Outlook, Volume 2025 Issue 22 mostra un rallentamento ciclico eterogeneo tra le principali economie avanzate, con traiettorie di crescita influenzate in misura diversa dal permanere di tensioni geopolitiche, dall’orientamento ancora restrittivo delle politiche monetarie e dalla dinamica dei prezzi energetici e dei beni industriali. L’Area euro resta molto fragile, appesantita da consumi deboli, investimenti industriali sottotono con l’inflazione in diminuzione ma che richiede ancora una politica monetaria prudente. L’OECD prevede una normalizzazione graduale dell’inflazione core, il rafforzamento della domanda interna nel 2025, sostenuto dal recupero dei salari reali e dal miglioramento della fiducia di famiglie e imprese. (Leggi)

Il SSN è governato da tre tensori paralleli: contenimento della spesa tramite logiche sugli input, incremento della produzione tramite output e innovazione tramite PNRR e DM 77. È quanto emerge dal “Rapporto OASI 2025” del Centro di ricerca CERGAS. Queste forze agiscono insieme, ma con intensità e priorità difformi, generando asimmetrie e lasciando scoperte le dimensioni di valore clinico, esiti e riduzione della variabilità. Nessuno dei tensori fornisce criteri espliciti di prioritarizzazione, per cui si apre un ampio spazio di autonomia per il management aziendale, che può agire una doppia agenda: una visibile e allineata al discorso politico e una interna, tecnico-professionale, orientata alla trasformazione reale dei servizi, alla gestione della domanda, alla presa in carico e alla riduzione delle disuguaglianze. (Leggi)

La vicenda del Piano strutturale di bilancio tedesco presentato nel 2025 rende evidente l’insostenibilità dell’attuale assetto delle regole fiscali, poiché dimostra che persino il paese più aderente tradizionalmente all’ortodossia deve violarne lo spirito per perseguire obiettivi macroeconomici razionali. Di conseguenza, il precedente aperto da Berlino costringerà probabilmente a una revisione profonda del quadro fiscale europeo, favorendo un’architettura più coerente, coordinata e attenta alla crescita di lungo periodo. È quanto emerge dall’articolo Perché il Piano tedesco potrebbe migliorare le regole fiscali di M. Bordignon e G. Pisauro pubblicato su La Voce. (Leggi)

LA CRESCITA DEL MEZZOGIORNO NELLA TRAPPOLA DEL CAPITALE UMANO

La dinamica della crescita italiana negli anni recenti è stata fortemente condizionata dall’attuazione del PNRR. Nel biennio 2023-2024 l’effetto espansivo del Piano è stato significativo: si stima che abbia contribuito per circa 0,9 punti di PIL nel Centro-Nord e per 1,1 punti nel Mezzogiorno, evitando una possibile stagnazione e sostenendo in particolare i servizi e l’industria meridionale. Nel periodo 2021-2024 il Sud ha mostrato performance in controtendenza rispetto ai cicli precedenti: il valore aggiunto industriale dell’area è cresciuto del 5,7%, mentre nel resto del Paese è diminuito. La manifattura meridionale ha registrato un’espansione particolarmente robusta, pari al 13,6%, beneficiando sia della forte domanda generata dal boom delle costruzioni sia della crescita dell’agroalimentare, settore tradizionalmente centrale nelle economie regionali di Campania, Puglia e Sicilia.

A questo si è affiancato un terziario dinamico: nel Mezzogiorno i servizi sono cresciuti del 7,8%, un valore superiore al +7,3% del Centro-Nord. Nonostante ciò, la traiettoria nazionale resta debole e il quadro appare destinato a cambiare nel triennio successivo. Nel 2025 e nel 2026 il vantaggio meridionale si conserverà, ma nel 2027 la ripresa del commercio mondiale favorirà maggiormente le regioni esportatrici del Centro-Nord, invertendo il differenziale di crescita e riportando quest’area su un sentiero di accelerazione più marcato. L’Italia vive una fase caratterizzata da un paradosso: il lavoro cresce soprattutto nel Mezzogiorno, ma ciò non frena l’esodo giovanile. Tra il 2021 e il 2024 l’occupazione al Sud aumenta dell’8%, ritmo superiore al Centro-Nord, con quasi 500mila nuovi occupati e una contribuzione al totale nazionale di oltre un terzo. Questa dinamica è stata trainata dall’ampliamento degli organici della PA, dagli incentivi alle costruzioni, dalla ripresa del turismo e dall’avvio dei cantieri del PNRR, che hanno generato domanda nei servizi professionali e nelle attività edilizie e manifatturiere connesse.

Nonostante ciò, tra il 2022 e il 2024, 175mila giovani meridionali tra 25 e 34 anni lasciano il Sud, spesso con un livello di istruzione elevato: tra i migranti interni il 50% degli uomini e il 70% delle donne è laureato. L’emigrazione qualificata comporta un costo annuo di circa 6,7 miliardi per i laureati che dal Sud si spostano al Centro-Nord e 1,2 miliardi per gli expat. Si delinea una “trappola del capitale umano”, con il Meridione che forma competenze che non riesce a trattenere. Parallelamente, cresce l’occupazione giovanile: +461mila under 35 in Italia dal 2021 al 2024, di cui 100mila al Sud. Nel Mezzogiorno 6 nuovi occupati giovani su 10 sono laureati, un valore superiore al Centro-Nord. Tuttavia, gran parte della nuova occupazione giovanile si concentra nel turismo, settore a bassa qualificazione, mentre solo una parte trova sbocchi in ICT, servizi avanzati e PA, mostrando un disallineamento tra formazione e opportunità lavorative.

 

SVIMEZ- Rapporto SVIMEZ 2025

CRESCITA MODESTA NELL’AREA EURO

Nell’Area euro, il quadro delineato dai dati dell’OECD mostra una crescita molto contenuta nel triennio 2024-2027. Nel 2024 l’area ha registrato un incremento del PIL pari allo 0,8%, destinato a salire all’1,3% nel 2025 e a stabilizzarsi intorno all’1,2-1,4% nel biennio successivo. La domanda interna resta debole e solo nel 2026 si prevede un rafforzamento dei consumi privati grazie al miglioramento dei salari reali e della fiducia delle famiglie. La politica fiscale, complessivamente neutrale nel 2026 e nel 2027 dopo un leggero irrigidimento nel 2025, non offrirà un sostegno marcato all’attività economica. In questo contesto, l’andamento dell’inflazione, che scende gradualmente fino a raggiungere il 2% nel 2027, consente una normalizzazione delle condizioni macroeconomiche, ma senza un vero slancio della crescita.

Per l’Italia, le prospettive indicano una crescita contenuta ma positiva, sostenuta prevalentemente dalla domanda interna. Il miglioramento del mercato del lavoro e la progressiva disinflazione determinano un recupero del reddito disponibile reale, mentre gli investimenti rimangono influenzati dalle tempistiche di completamento dei progetti legati al PNRR. La produttività continua a rappresentare il principale vincolo strutturale, insieme a una debolezza storica del capitale umano e dei livelli di innovazione, mentre la spesa pubblica segue una traiettoria moderatamente espansiva legata al ciclo degli investimenti in infrastrutture e transizione verde. Per la Francia, si evidenzia un profilo di crescita trainato principalmente dal settore dei servizi ad alto valore aggiunto, con un’industria che resta compressa dall’aumento dei costi energetici e dal calo degli ordinativi internazionali.

La Germania si conferma l’economia più debole tra i grandi Paesi dell’Area euro. L’OECD registra un prolungato rallentamento del settore manifatturiero, penalizzato dalla contrazione della domanda globale di beni durevoli, dai prezzi energetici relativamente più elevati rispetto ai concorrenti extra-UE e dalla transizione energetica che richiede ingenti investimenti. La Spagna si colloca tra le economie più dinamiche del continente, sostenuta dal robusto mercato del lavoro e dall’espansione significativa dei servizi, in particolare turismo e attività professionali. L’inflazione resta tra le più basse dell’Area euro grazie alla maggiore elasticità dell’offerta energetica e al peso più ridotto dei beni industriali importati nel paniere di consumo. Gli Stati Uniti mostrano un profilo di crescita più solido rispetto alle economie europee, sostenuto dalla spesa delle famiglie ancora elevata, da un mercato del lavoro estremamente resiliente e dalla dinamica salariale che, nonostante sia in attenuazione, continua a garantire potere d’acquisto in un contesto di inflazione in calo.

 

OECD – Economic Outlook, Volume 2025 Issue 2

https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-outlook-volume-2025-issue-2_9f653ca1-en.html

SSN IN DOUBLE-FACE

L’Italia presenta un crollo persistente della natalità, un rapido processo di invecchiamento e un saldo naturale fortemente negativo, compensato solo in parte dai flussi migratori. Parallelamente, la forza lavoro potenziale si riduce e l’equilibrio tra anni lavorati e anni in pensione diventa sempre più sfavorevole, con crescenti trasferimenti dalla fiscalità generale verso il sistema previdenziale. Questa dinamica sottrae inevitabilmente margini fiscali al finanziamento sanitario, mentre il fabbisogno cresce a causa dell’aumento degli anziani, dei cronici e dei non autosufficienti. Il SSN, sebbene basato su un’architettura Beveridge teoricamente ottimale per gestire la scarsità tramite esplicitazione delle priorità collettive, non riesce a rendere operative tali priorità, generando un universalismo de facto selettivo e non intenzionale. Viene evidenziato l’avanzare di iniquità territoriali e socioeconomiche negli esiti e nei consumi sanitari, con profonde variabilità non spiegate tra regioni, distretti e popolazioni.

L’aumento auspicabile delle risorse non colmerebbe il divario tra domanda e offerta, né consentirebbe di riassorbire l’intera quota di prestazioni erogate privatamente. L’efficientamento incontra limiti strutturali dopo decenni di spending review e di pressione sui costi; resta ancora possibile, ma non nella misura necessaria a compensare il disallineamento crescente. La narrazione sulle liste d’attesa è considerata fuorviante, poiché tratta un sintomo come se fosse una causa, ignorando la complessità della domanda e frammentando ulteriormente la presa in carico. La vera priorità, afferma il rapporto, consiste nell’adozione di criteri sistematici e trasparenti di prioritizzazione, che differenzino livelli di copertura, tempi di risposta e intensità assistenziale per categorie di pazienti, profili di bisogno e condizioni cliniche. Accanto allo scenario macro emergono criticità governabili su cui le aziende e le regioni potrebbero incidere.

L’espansione dei servizi da remoto, accelerata dalla digitalizzazione, non è accompagnata da una strategia unitaria sul ruolo del Fascicolo sanitario elettronico, sulla riduzione degli sportelli fisici e sul riequilibrio tra canali digitali e presenza territoriale. Anche il concetto di prossimità necessita di reingegnerizzazione: non più mera vicinanza geografica, ma continuità relazionale e accessibilità multicanale. La programmazione delle Case della Comunità pone il dilemma tra concentrazione per massa critica e frammentazione inefficiente. Parallelamente, i sistemi regionali risultano managerialmente chiusi, con scarsa mobilità dei Direttori generali e limitata circolazione di competenze. Questa agenda richiede capacità di selezionare priorità, costruire alleanze professionali e utilizzare sistemi informativi per governare prescrizioni, percorsi di cura, riorganizzazioni operative e modelli di servizio.

 

CERGAS – Rapporto OASI 2025

https://cergas.unibocconi.eu/oasi-2025

UN PIANO STRUTTURALE DI ROTTURA

Il contributo analizza le implicazioni del Piano strutturale di bilancio tedesco presentato nel 2025 alla Commissione europea, evidenziando come la sua approvazione generi un precedente in grado di incidere sull’assetto delle nuove regole fiscali dell’UE. Il quadro normativo introdotto nel 2024 mantiene infatti un’impostazione fortemente uniforme, imponendo a tutti i paesi target identici in termini di debito e deficit strutturale e risolvendo solo in parte il problema del coordinamento delle politiche fiscali nazionali in assenza di una capacità fiscale centrale. La Germania, a causa della lunga fase di formazione del governo Merz, ha presentato il suo Piano solo a fine luglio 2025, ottenendo approvazione della Commissione a settembre e del Consiglio a ottobre, in un contesto politico-economico complesso segnato da recessione tecnica e da un significativo processo di revisione dei vincoli fiscali interni.

Nel marzo 2025 Berlino ha modificato il proprio freno al debito costituzionale, consentendo maggiore capacità di spesa per difesa e infrastrutture. Parallelamente, la Commissione ha varato il pacchetto Readiness 2030, che introduce una National Escape Clause (Nec) per la difesa, permettendo deviazioni temporanee dalle regole europee a fronte di investimenti militari aggiuntivi fino all’1,5 per cento del PIL annuo. L’inclusione della clausola altera la struttura della traiettoria di spesa consentita, sospendendo per quattro anni le due salvaguardie introdotte nel 2024 e consentendo alla Germania di evitare gli obblighi di miglioramento annuale del saldo primario strutturale e di riduzione del debito. Il Piano tedesco, di durata settennale, prevede per il biennio 2025-2026 una crescita della spesa netta molto superiore a quella suggerita dalla Commissione, fino al 4,5 per cento medio annuo considerando la Nec, con una dinamica unica nel panorama europeo.

La Commissione ha approvato il Piano accettando la tesi tedesca secondo cui la manovra espansiva inciderebbe positivamente sia sul PIL potenziale sia sul deflatore, generando una crescita nominale sufficiente a compensare l’iniziale peggioramento dei saldi. Questo punto costituisce l’innovazione più rilevante: per la prima volta la Commissione riconosce formalmente che riforme e investimenti nazionali possono modificare in tempi relativamente brevi il potenziale di crescita, superando il dogma delle traiettorie di PIL strutturale rigidamente fissate all’inizio del periodo. Tale apertura, mai concessa agli altri Stati membri, crea un precedente che mette in crisi l’architettura attuale delle regole fiscali, poiché introduce asimmetrie incompatibili con l’uniformità dei vincoli impostati nel 2024. Ciò implica che una riforma più ampia del framework europeo diventerebbe difficilmente eludibile. In quest’ottica, il caso tedesco potrebbe generare un catalizzatore politico per la revisione delle regole esistenti.

La Voce – Perché il Piano tedesco potrebbe migliorare le regole fiscali