La rassegna della settimana: #1 FED: il Federal Open Market Committee ha deciso di abbassare l’intervallo obiettivo per il tasso dei fondi federali di 1/4 di punto percentuale in un range tra il 4,0 e il 4,25%. #2 Banca d’Italia: gli esiti di una guerra commerciale con gli USA costerebbero alla UE 1 p.p. del PIL mentre un approccio più soft “solo” lo 0,5 p.p. #3 BCE: per la terza seduta consecutiva il Consiglio direttivo della BCE ha deciso di lasciare inalterati i tassi ufficiali di riferimento. #4 PIIE: a seguito dei dazi imposti il 4 marzo 2025 i prezzi medi al dettaglio per i prodotti importati sono aumentati più dei prezzi medi al dettaglio per i prodotti nazionali.
In un contesto di inflazione complessiva in aumento, con tassi superiori all’obiettivo di politica monetaria del 2%, il FMOC ha comunque deciso di tagliare i tassi di riferimento di 25 punti base. Le dinamiche dell’inflazione confermano, tuttavia, un processo di disinflazione graduale ma non lineare_ 3,1% nel 2025, 2,6% (in aumento dal 2,4%) nel 2026, 2,1% nel 2027 e 2% nel 2028, che richiederà ancora alcuni anni per completarsi. Le proiezioni per il tasso sui Federal funds mostrano un percorso coerente con l’attuale livello a fine 2025 e una graduale riduzione negli anni successivi, man mano che l’inflazione si avvicinerà stabilmente al target. (Leggi)
In caso di dazi unilaterali la perdita di prodotto per l’area dell’euro potrebbe essere limitata a circa mezzo punto percentuale, a causa della riduzione della domanda statunitense; nello scenario di piena ritorsione commerciale, con tariffe reciproche, il calo del PIL europeo raggiunge oltre l’1 per cento, poiché alla contrazione della domanda estera si somma un freno alla domanda interna, solo parzialmente compensato da maggiori esportazioni verso la Cina. È quanto emerge dallo studio “Un’analisi delle conseguenze macroeconomiche interne delle politiche commerciali degli Stati Uniti” di L. Carpinelli e S. Santoro pubblicato nella collana Questioni di economia e finanza della Banca d’Italia. (Leggi)
Il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, riunitosi l’11 settembre 2025, ha deciso per la terza riunine consecutiva, di mantenere invariati i tre tassi di riferimento: 2,00% sui depositi presso la banca centrale, 2,15% per le operazioni di rifinanziamento principali e 2,40% per il rifinanziamento marginale. È quanto emerge dall’ultima decisione di politica monetaria della BCE. La decisione riflette la valutazione secondo cui l’inflazione si colloca intorno all’obiettivo del 2% di medio termine e che le prospettive non si discostano in modo significativo dalle proiezioni di giugno. (Leggi)
L’analisi dei dati sui prezzi al dettaglio negli Stati Uniti nel corso del 2025 mostra che i dazi imposti dall’amministrazione Trump hanno avuto un impatto significativo e diffuso, colpendo in modo diretto i beni di consumo ad alta intensità di importazioni dalla Cina e dall’Asia. La Cina è il caso più emblematico: con tariffe inizialmente fissate al 10% e subito portate fino al 125% su larga parte delle importazioni, i beni cinesi hanno visto incrementi di prezzo persistenti. È quanto emerge da un’editoriale PIIE di Gary Clyde Hufbauer and Ye Zhang intitolato “Who is paying for Trump’s tariffs? So far, it’s US businesses”. (Leggi)

LA FED TAGLIA I TASSI MA CON PRUDENZA
Nel corso della prima metà del 2025 l’attività economica statunitense ha evidenziato un rallentamento del ritmo di crescita. Pur restando positivo, lo slancio dell’economia si è indebolito rispetto alla fine del 2024, riflettendo in parte l’attenuarsi della domanda interna e l’impatto delle condizioni finanziarie ancora restrittive. Il mercato del lavoro continua a mostrare resilienza, ma i dati più recenti segnalano un calo nel ritmo di creazione dei posti di lavoro e un lieve aumento del tasso di disoccupazione, che resta contenuto su valori storicamente bassi. L’inflazione ha registrato un rialzo e permane su livelli superiori all’obiettivo del 2 per cento perseguito dalla Federal Reserve, confermandosi come una delle principali fonti di rischio per la stabilità dei prezzi.
Alla luce di questo scenario, il Federal Open Market Committee ha valutato che i rischi al ribasso per l’occupazione siano aumentati e che l’incertezza complessiva sull’Outlook economico resti elevata. Per bilanciare i due lati del proprio mandato – la stabilità dei prezzi e la piena occupazione – il Comitato ha deciso di ridurre di 25 punti base l’intervallo obiettivo per il tasso sui federal funds, fissandolo al 4-4,25 per cento. Contestualmente, è stata confermata la prosecuzione della riduzione del bilancio attraverso il mancato reinvestimento di una quota dei titoli in scadenza, sia Treasury sia mortgage-backed securities, secondo i limiti mensili già previsti. Sono stati inoltre mantenuti i dispositivi operativi relativi a repo e reverse repo, a sostegno dell’efficace implementazione della politica monetaria.
Le proiezioni economiche pubblicate nella stessa occasione delineano uno scenario di rallentamento ordinato dell’economia, senza una contrazione significativa dell’attività. Per il 2025 si prevede una crescita del PIL reale pari all’1,6 per cento, che dovrebbe stabilizzarsi intorno all’1,8-1,9 per cento negli anni successivi, valore coerente con la stima del tasso di crescita potenziale di lungo periodo. Il tasso di disoccupazione è atteso in aumento al 4,5 per cento quest’anno, per poi ridursi gradualmente verso il 4,2 per cento entro il 2028, livello che coincide con la stima di equilibrio strutturale del mercato del lavoro. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione PCE complessiva è prevista al 3 per cento nel 2025, in calo al 2,6 per cento nel 2026 e al 2,1 per cento nel 2027, con una convergenza all’obiettivo del 2 per cento nel 2028.
FED – Federal Reserve issues FOMC statement
https://www.federalreserve.gov/newsevents/pressreleases/monetary20250917a.htm
I RISCHI PER L’UE DI UNA GUERRA COMMERCIALE
Carpinelli e Santoro valutano gli effetti macroeconomici sull’area dell’euro derivanti dall’aumento dei dazi sulle importazioni imposto dagli Stati Uniti, con e senza ritorsioni da parte dei partner commerciali. L’analisi si basa su un modello neokeynesiano multi-paese che include l’area dell’euro, gli Stati Uniti, la Cina e il resto del mondo, con rigidità nominali e reali, mercati dei beni e dei capitali e regole di politica monetaria di tipo Taylor. Nel primo scenario, caratterizzato da un incremento unilaterale dei dazi da parte degli Stati Uniti, il prodotto dell’area dell’euro cala di circa lo 0,5 per cento al minimo, riflettendo la contrazione della domanda statunitense e il conseguente calo delle esportazioni europee.
Nel secondo scenario, che prevede la piena ritorsione commerciale da parte di Europa, Cina e resto del mondo, la perdita di PIL per l’area supera l’1 per cento: in questo caso il peggioramento della domanda interna, dovuto all’aumento dell’incertezza e dei prezzi al consumo, si somma alla riduzione della domanda estera, solo in parte compensata da maggiori esportazioni verso la Cina. Un ulteriore canale di trasmissione riguarda l’aumento dell’incertezza sulle politiche commerciali (Trade Policy Uncertainty), che riduce gli investimenti privati e la spesa aggregata. Questo shock porta a una contrazione del PIL dell’area dell’euro di circa l’1 per cento, accompagnata da effetti disinflazionistici.
Lo studio, inoltre, considera il ribilanciamento dei portafogli internazionali verso attività denominate in euro, yuan e valute del resto del mondo, fenomeno che si tradurrebbe in una svalutazione del dollaro e in effetti espansivi e disinflazionistici per le economie diverse dagli Stati Uniti, inclusa l’area dell’euro. I risultati si confermano robusti anche a variazioni dei parametri chiave, come l’elasticità di sostituzione tra beni commerciabili e il grado di trasferimento del tasso di cambio nei prezzi delle esportazioni. In tutte le configurazioni, gli effetti per l’area dell’euro sono recessivi e, salvo l’impatto immediato dell’aumento dei prezzi daziari, tendenzialmente disinflazionistici. Le banche centrali reagiscono modulando i tassi di interesse, ma la capacità di attenuare gli effetti negativi dipende dalla natura dello shock e dall’interazione tra commercio, prezzi e cambi.
https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0965/index.html

LA BCE NAVIGA A VISTA
L’analisi dell’inflazione conferma che le pressioni sui prezzi restano in linea con il target. Ad agosto l’inflazione complessiva si è attestata al 2,1%, con prezzi energetici ancora in calo e alimentari in rallentamento. L’inflazione di fondo è rimasta stabile, sostenuta soprattutto dal comparto dei servizi. Gli indicatori salariali segnalano un graduale rallentamento delle dinamiche retributive, che insieme a miglioramenti di produttività contribuiscono a ridurre le pressioni interne sui prezzi. Per il triennio di previsione, si attende una discesa dell’inflazione alimentare e una volatilità dei prezzi energetici, con un incremento atteso a partire dal 2027 per effetto del nuovo sistema ETS2 dell’Unione Europea.
Il Consiglio direttivo delle BCE ha ribadito la sua determinazione a garantire la stabilità dei prezzi nel medio termine e conferma che le decisioni future sui tassi seguiranno un approccio graduale, basato sui dati e valutato riunione per riunione. Le nuove stime dello staff BCE indicano un’inflazione complessiva pari al 2,1% nel 2025, che dovrebbe ridursi all’1,7% nel 2026 e risalire lievemente all’1,9% nel 2027. L’inflazione al netto di energia e alimentari si attesta al 2,4% nel 2025, per poi scendere all’1,9% nel 2026 e all’1,8% nel 2027, grazie soprattutto al rafforzamento dell’euro e al rallentamento della crescita dei salari. Per quanto riguarda l’attività economica, il PIL è previsto in aumento dell’1,2% nel 2025, in rialzo rispetto alla precedente stima dello 0,9%, mentre le previsioni per il 2026 e 2027 si collocano rispettivamente all’1,0% e all’1,3%.
Sul piano congiunturale, l’economia dell’area euro ha registrato una crescita dello 0,7% complessivo nella prima metà del 2025, sostenuta dalla domanda interna e da un mercato del lavoro ancora robusto, con un tasso di disoccupazione al 6,2% a luglio. La dinamica dei consumi dovrebbe beneficiare sia della solidità occupazionale sia del progressivo allentamento delle condizioni di finanziamento derivante dai precedenti tagli ai tassi. Anche gli investimenti sono sostenuti dalla spesa pubblica in infrastrutture e difesa. Permangono, tuttavia, fattori frenanti quali tariffe commerciali più elevate, l’apprezzamento della valuta unica e la concorrenza internazionale, che limitano il potenziale di crescita, sebbene questi effetti siano attesi attenuarsi dal 2026.
BCE – Decisioni di politica monetaria
https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2025/html/ecb.mp250911~6afb7a9490.it.html

L’AUMENTO DEI PREZZI DEI PRODOTTI NAZIONALI USA DI LARGO CONSUMO
Dopo l’introduzione dei dazi il 4 marzo scorso i prezzi medi al dettaglio per i prodotti importati sono aumentati più dei prezzi medi al dettaglio per i prodotti nazionali. Inoltre, fino ad agosto 2025, hanno rilevato che i prezzi al dettaglio dei prodotti nazionali che erano strettamente sostituti dei prodotti importati sono aumentati quasi quanto i prezzi al dettaglio dei prodotti importati. Considerando che la Cina è la fonte di oltre un terzo dei beni venduti nel campione analizzato, questa pressione si è tradotta in rincari soprattutto nei comparti degli arredi e dei beni per la casa, dove mobili, tessili, elettrodomestici e utensili dipendono in misura strutturale dalla manifattura cinese. L’effetto si è esteso anche all’elettronica e agli articoli per il tempo libero e la cultura, inclusi strumenti musicali, giochi e dispositivi tecnologici. Accanto alla Cina, hanno avuto un ruolo anche Vietnam e altri paesi asiatici, che forniscono gran parte della produzione a basso costo destinata alla grande distribuzione americana.
Il comparto della salute, anche se meno esposto rispetto agli altri, ha comunque risentito dei dazi: dispositivi medici, strumenti terapeutici e alcuni prodotti farmaceutici importati dall’India e dalla Cina hanno registrato rialzi, seppure più contenuti. Similmente, nel settore alimentare gli incrementi sono stati medi ma con punte significative su alcune voci specifiche, come il caffè brasiliano, soggetto a un dazio del 50%, che ha provocato un incremento visibile dei prezzi al dettaglio. Sul fronte delle materie prime e dei materiali da costruzione, i dazi su acciaio, alluminio e rame hanno avuto effetti trasversali. In questo caso, i paesi maggiormente colpiti sono stati Canada, Messico, Brasile e alcuni stati membri dell’Unione Europea, che hanno visto ridursi la competitività dei propri esportatori.
Vi sono poi esempi specifici e particolarmente emblematici: i tappeti e rivestimenti per pavimenti provenienti dalla Turchia, che rappresentano quasi il totale delle esportazioni turche nel campione analizzato, hanno subito forti aumenti di prezzo; lo stesso è accaduto con la vetreria e la stoviglieria provenienti dalla Polonia, dove due terzi delle esportazioni sono concentrate in questo comparto. Anche il Regno Unito, pur con una struttura di esportazioni più diversificata, ha sperimentato rialzi dei prezzi diffusi, benché meno concentrati in un unico settore. Allo stesso tempo, categorie specifiche legate a esportatori minori hanno subito incrementi elevati e immediati, rendendo evidente come una politica tariffaria generalizzata non si limiti a penalizzare i flussi commerciali bilaterali, ma si traduca rapidamente in un aumento diffuso dei prezzi per settori chiave della vita quotidiana, dai mobili al caffè, dai tappeti ai dispositivi medici.
PIIE – Who is paying for Trump’s tariffs? So far, it’s US businesses


