La rassegna della settimana: #1 Corte dei conti: dalla decentralizzazione del SSN derivano diverse criticità che erodono il ruolo del SSN come primo presidio pubblico di tutela della salute. #2 SSRN: l’automazione può contribuire ad aumentare l’efficienza del sistema economico ma anche ad accentuarle le disuguaglianze. #3 Banca d’Italia: economia imprenditoriale italiana in fase di aggiustamento contestualmente alla prolungata esposizione alle incertezze nei mercati globali. #4 Eurostat: la demografia italiana è in profonda trasformazione: invecchiamento accelerato, bassa natalità e forte attrattività migratoria.
Il ruolo delle Regioni nel funzionamento complessivo del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è centrale ma anche problematico. È quanto emerge dal capitolo IV dedicato al Diritto alla salute e spesa sanitaria della “Memoria del Procuratore generale Pio Silvestri”, presentata nell’ambito del Giudizio di parificazione del rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2024. Le Regioni hanno la responsabilità primaria dell’organizzazione e della gestione operativa dei servizi sanitari, in virtù della competenza concorrente attribuita dalla Costituzione. La Corte dei conti mette in evidenza, tuttavia, diverse criticità che derivano proprio dalla forte decentralizzazione del sistema. (Leggi)
Sebbene l’automazione possa portare a guadagni di efficienza complessiva, essa accentua anche le disuguaglianze, rendendo il ruolo redistributivo del sistema pensionistico pubblico ancora più rilevante. È quanto emerge dal paper “Public pensions in the age of automation” di J. Gustafsson e G. Lanot. Questa funzione redistributiva ha anche costi in quanto disincentiva il risparmio privato, in particolare tra i lavoratori meno qualificati, e può quindi accrescere la disuguaglianza patrimoniale a lungo termine. Il documento l’impatto dell’automazione sul sistema pensionistico pubblico, in particolare sulla dimensione e sulla distribuzione delle prestazioni pensionistiche (Leggi)
L’economia imprenditoriale in Italia è in fase di aggiustamento: resiliente sul fronte dell’occupazione e dell’innovazione tecnologica ma ancora esposta a incertezze nei mercati globali e nella domanda interna, con forti eterogeneità tra settori. È quanto emerge dall’”Indagine sulle imprese industriali e dei servizi – Anno 2024” della Banca d’Italia. Il rapporto offre un’analisi tecnica e dettagliata dell’andamento economico delle aziende italiane con almeno 20 addetti nel 2024 e delle previsioni per il 2025. Il settore manufatturiero continua ad essere in sofferenza mentre tiene il settore dei servizi non finanziari. (Leggi)
l’Italia è caratterizzata da una demografia in profonda trasformazione, con un modello che si allontana da quello della crescita naturale e si avvicina sempre più a una società anziana, sostenuta principalmente dall’immigrazione. È quanto emerge dal rapporto interattivo Eurostat “Demography of Europe – 2025 edition”. Le sfide per le politiche pubbliche sono rilavanti, in particolare per quanto riguarda la sostenibilità dei sistemi pensionistico e sanitario, la promozione della natalità e l’integrazione degli immigrati. Bassi tassi di fertilità, associati all’alta longevità e alle dinamiche migratorie complesse rendono l’Italia uno dei paesi più a rischio nelle sfide demografiche dell’Europa. (Leggi)

REGIONI ANELLO DEBOLE DEL SSN
La Corte dei conti rileva come, nonostante la riconosciuta centralità del diritto alla salute e la tutela garantita dall’articolo 32 della Costituzione, il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) stia attraversando una fase di sostanziale rigidità, se non di contrazione, rispetto alle necessità reali espresse dal sistema. Le risorse messe a disposizione, pur registrando un lieve incremento rispetto agli anni precedenti in termini nominali, sono inadeguate a fronteggiare l’inflazione, l’aumento dei costi dei beni sanitari e l’invecchiamento della popolazione, che determina un crescente fabbisogno assistenziale. Pur in presenza di stanziamenti straordinari dovuti al protrarsi degli effetti della pandemia e alla realizzazione degli interventi previsti dal PNRR, la spesa sanitaria si mantiene su valori percentuali in rapporto al PIL che tendono alla contrazione.
Le Regioni mostrano significative differenze in termini di efficienza, qualità dei servizi, capacità gestionale e spesa sanitaria pro capite. In particolare, le Regioni più forti dal punto di vista economico e amministrativo riescono a offrire livelli assistenziali migliori, mentre altre faticano a garantire i livelli essenziali di assistenza (LEA). Questa situazione mina il principio di equità, creando un SSN a “geometria variabile”, dove il diritto alla salute risulta più garantito in alcune aree del Paese che in altre. Ciò rischia di compromettere l’universalità e l’equità dell’accesso alle cure, generando disomogeneità territoriali e aumentando il ricorso alla spesa privata da parte dei cittadini, in particolare per prestazioni specialistiche e diagnostiche.
Si evidenzia, inoltre, che il coordinamento tra Stato e Regioni è spesso debole e frammentato. L’assenza di una governance unitaria e di strumenti efficaci per monitorare e correggere gli squilibri regionali limita la capacità del sistema di garantire una tutela uniforme su tutto il territorio nazionale. Anche gli strumenti previsti per compensare le differenze tra le Regioni risultano insufficienti o mal utilizzati. Viene sottolineato che le Regioni non sempre riescono a pianificare e programmare efficacemente gli interventi, anche quando dispongono delle risorse. Questo vale in particolare per l’uso dei fondi del PNRR destinati alla sanità territoriale, dove si registrano ritardi nella progettazione e nella messa a terra degli investimenti, spesso dovuti alla carenza di competenze tecniche e amministrative a livello regionale.
https://www.corteconti.it/HOME/Documenti/DettaglioDocumenti?Id=5c58f482-2c30-47b4-bfbd-f46180b042f7

PENSIONI E AUTOMAZIONE
Per determinare quale sia la dimensione ottimale dei sistemi pensionistici in un’economia che sta diventando sempre più automatizzata gli autori sviluppano un modello ad agenti eterogenei a generazioni sovrapposte, che consente di tenere conto sia dei comportamenti di risparmio sia dei livelli di abilità differenziati nella popolazione. L’automazione è rappresentata attraverso due diverse specificazioni tecnologiche: una basata sulla complementarità capitale-competenze (CSC) e l’altra basata su un approccio a compiti (TB). In entrambi i casi, l’automazione tende a favorire i lavoratori ad alta specializzazione, che sono in grado di beneficiare maggiormente dei guadagni di produttività, sia in termini salariali che di rendimento del risparmio.
I lavoratori meno qualificati, che spesso non risparmiano risultano più vulnerabili, poiché dipendono maggiormente dalle pensioni pubbliche, che sono tipicamente finanziate con tasse sul lavoro in un sistema a ripartizione (PAYG). L’automazione, riducendo la quota del lavoro sul reddito nazionale e comprimendo i salari, può quindi compromettere la sostenibilità del sistema pensionistico pubblico. Anche nei casi in cui l’automazione aumenti la produttività media, gli effetti redistributivi possono portare a un aumento della disuguaglianza, poiché i contributi pensionistici (e quindi i benefici) sono spesso proporzionali ai salari.
Questo comporta che i lavoratori ad alta qualifica riceveranno pensioni più elevate, ampliando il divario con i meno qualificati. Inoltre, dato che i ritorni sugli investimenti aumentano con l’automazione, i lavoratori che risparmiano in modo privato per la pensione tendono ad accumulare un capitale maggiore, aggravando la disuguaglianza con chi si affida esclusivamente al sistema pubblico. L’analisi teorica mostra che la specificazione task-based, che incorpora gli effetti di sostituzione del lavoro da parte del capitale in specifici compiti, giustifica un sistema pensionistico pubblico di dimensioni maggiori rispetto alla specificazione CSC. In entrambi i casi, gli autori non trovano evidenza che la crescita trainata dall’automazione giustifichi un cambiamento nella dimensione ottimale del sistema, inteso come tasso di contribuzione. Essi, sottolineano l’importanza di rivedere il disegno del sistema, in particolare il grado di redistribuzione tra lavoratori.
INVESTIMENTI IN CALO NELLA MANIFATTURA
Per le imprese del nostro Paese, il 2024 ha mostrato segnali di rallentamento, con una contrazione dell’1,4% del fatturato a prezzi costanti, dovuta in primo luogo alla performance negativa del settore manifatturiero (-3,9%) mentre nei servizi privati non finanziari il volume delle vendite è rimasto stabile. I comparti più colpiti sono stati quello tessile, abbigliamento e calzature e la metalmeccanica, dove la maggior parte delle imprese ha riportato cali di fatturato. La redditività, tuttavia, è rimasta relativamente solida, con il 78% delle imprese che ha chiuso l’anno in utile, mentre solo il 12% ha registrato perdite. L’occupazione è aumentata dell’1% su base annua, con una crescita delle ore lavorate dell’1,5%, più accentuata nei servizi (2%) rispetto alla manifattura (0,7%). Il Mezzogiorno ha beneficiato dell’incentivo “Decontribuzione Sud”, che secondo le aziende ha sostenuto l’occupazione più che stimolare investimenti o retribuzioni.
Gli investimenti complessivi sono cresciuti dell’1,6%, con forti differenziazioni settoriali. Nei servizi l’aumento è stato del 5,8%, trainato da trasporti e comunicazioni, mentre nella manifattura si è osservato un calo del 7%, eccezion fatta per il settore chimico e plastico. È rilevante la quota di aziende che ha realizzato investimenti in efficienza energetica o fonti rinnovabili, che hanno rappresentato circa un terzo della spesa complessiva di tali imprese, senza penalizzare altri investimenti programmati. La metà delle imprese ha anche investito in tecnologie avanzate, con un aumento del ricorso ai robot nell’industria (dal 13% al 40% dal 2020) e una forte diffusione dell’intelligenza artificiale. L’adozione dell’intelligenza artificiale, in particolare nella sua forma generativa, è salita al 27% nel 2025 (dal 13% nel 2024), soprattutto nei servizi professionali e nella logistica.
Le prospettive per il 2025 indicano un moderato recupero del fatturato (+0,4%), con una ripresa nella manifattura (+0,7%) e nei servizi (+0,8%), a fronte di una flessione nel comparto energetico (-2,2%). Le attese includono anche un’accelerazione dei prezzi di vendita nei settori industriali, specie nell’energia, e una crescita dell’occupazione dell’1,4%. Gli investimenti dovrebbero aumentare del 2,9% nella manifattura ma contrarsi nei servizi (-0,8%). Nel comparto delle costruzioni, dopo una crescita sostenuta nel triennio precedente, la produzione è rimasta stabile nel 2024, a causa del rallentamento nell’edilizia privata legato alla riduzione degli incentivi fiscali. Tuttavia, l’occupazione è cresciuta dell’1,8% e si prevede un’ulteriore espansione nel 2025 (+2,9%), sostenuta soprattutto dall’edilizia pubblica.
Banca d’Italia – Indagine sulle imprese industriali e dei servizi – Anno 2024

LE SFIDE DEMOGRAFICHE DELL’ITALIA
l’Italia, nel contesto europeo, emerge come un caso indicativo di invecchiamento accelerato, bassa natalità e forte attrattività migratoria, elementi che influiscono profondamente sulla sua struttura sociale ed economica. Al 1° gennaio 2024, l’UE contava 449 milioni di abitanti, con un incremento dello 0,4% rispetto all’anno precedente. L’Italia, con 58,9 milioni di abitanti, rappresentava il 13% della popolazione dell’Unione, terza per numero assoluto dietro Germania e Francia. Tale stabilità demografica, tuttavia, è in gran parte sostenuta dai flussi migratori e non da una crescita naturale, dato che l’Italia è tra i paesi con il tasso di natalità più basso dell’UE (6,4 nati ogni 1.000 abitanti nel 2023) e un tasso di mortalità relativamente alto.
L’età mediana della popolazione italiana ha raggiunto i 48,7 anni, la più alta tra i 27 Stati membri, evidenziando un profondo processo di invecchiamento. Anche la quota di popolazione con più di 65 anni è cresciuta costantemente, mentre quella sotto i 15 anni si è ridotta al minimo (12,2%), confermando uno squilibrio generazionale. Questa tendenza è confermata anche dall’aumento dell’età media al primo parto, che in Italia è salita a 31,8 anni, la più alta in Europa, e dalla crescente incidenza di nascite da madri con più di 40 anni. La fertilità in Italia rimane tra le più basse, con un tasso di 1,24 figli per donna, ben al di sotto del livello di sostituzione (2,1). Allo stesso tempo, la speranza di vita resta elevata: nel 2023 era di 83,5 anni, la seconda più alta dell’UE dopo la Spagna. Questo dato, se da un lato riflette standard sanitari e di vita elevati, dall’altro contribuisce all’invecchiamento strutturale della popolazione, acuito da una scarsa natalità.
Dal punto di vista migratorio, nel 2023 l’Italia ha accolto circa 440mila immigrati internazionali, il terzo valore più alto tra gli Stati membri. Il saldo migratorio positivo contribuisce in parte a compensare la perdita naturale di popolazione, ma non riesce a invertire il declino demografico complessivo. Inoltre, gli italiani rappresentano uno dei gruppi più numerosi di cittadini UE residenti in altri Stati membri (circa 1,5 milioni), indicatore di una mobilità crescente e spesso legata a dinamiche economiche sfavorevoli nel mercato del lavoro nazionale. Il tasso di matrimonio in Italia è tra i più bassi d’Europa (3,1 matrimoni per 1.000 abitanti), mentre l’età media al primo matrimonio è in continua crescita.
Eurostat – Demography of Europe – 2025 edition
https://ec.europa.eu/eurostat/web/interactive-publications/demography-2025


