La rassegna della settimana: #1 INAPP: le trasformazioni indotte dalla transizione digitale stanno trasformando le organizzazioni con un impatto rilevante sul mercato del lavoro. #2 Bruegel: la posizione ambigua dell’amministrazione USA sulla sicurezza europea e la politica di non proliferazione nucleare comporta per l’Europa l’esposizione al ricatto nucleare. #3 NBER: il calo della fertilità a livello globale e la conseguente contrazione della popolazione potrebbero supportare la lotta al cambiamento climatico sebbene il contributo sia solo teorico. #4 Istat: nel 2022 a fronte di un tasso di mortalità stabile a livello nazionale si è registrato un incremento della mortalità tra la popolazione ultraottantenne.
La digitalizzazione ha agito da catalizzatore rendendo imprescindibili strumenti tecnologici e nuove modalità organizzative. È quanto emerga da un paper “Digitalizzazione, mercato del lavoro e organizzazioni” pubblicato dall’INAPP di P. Andreani, M.L. Aversa, P. Checcucci e V. Iadevaia. Il documento affronta in modo articolato le trasformazioni innescate dalla transizione digitale in relazione al sistema produttivo e occupazionale italiano, con una specifica attenzione alla composizione generazionale della forza lavoro. L’Italia, nonostante abbia intrapreso una serie di riforme e investimenti, è ancora in ritardo rispetto alla media UE. (Leggi)
Il mantenimento dell’attuale politica di non proliferazione con contestuale assenza di una difesa nucleare autonoma comporterebbe l’esposizione al ricatto nucleare, soprattutto da parte della Russia. È quanto emerge dal Working paper Bruegel “How can Europe’s nuclear deterrence trilemma be resolved?” di A. Gilli e F. Nicoli. Il documento affronta la questione del futuro della deterrenza nucleare europea in un contesto di crescente incertezza riguardo all’impegno degli Stati Uniti nella sicurezza del continente. Gli USA sotto la presidenza Trump hanno, infatti, adottato una posizione ambigua sulla sicurezza europea. (Leggi)
Dal calo della fertilità globale e, di conseguenza, da una futura riduzione della popolazione deriverebbe un beneficio climatico ma studi empirici smentisccono questa ipotesi. È quanto sostenuto nel paper NBER “Is Less Really More? Comparing the Climate and Productivity Impacts of a Shrinking Population” di M. Budolfson, M. Geruso, K.J. Kuruc, D. Spears e S. Vyas. Un numero minore di esseri umani può generare meno emissioni di gas serra mitigando il riscaldamento globale. Gli autori mostrano che questo beneficio, pur teorico, è quantitativamente marginale se confrontato con gli impatti economici e produttivi legati alla dimensione della popolazione. (Leggi)
Nel 2022 l’Italia ha registrato 721.974 decessi, segnando un incremento del 2% rispetto al 2021, pari a circa 15.000 morti in più. È quanto emerge dal Rapporto Istat “Cause di morte in Italia – Anno 2022”. L’aumento è avvenuto in un contesto in cui il tasso di mortalità complessivo si è mantenuto stabile ma ha mostrato variazioni specifiche per età, sesso e cause. Tra gli ultraottantenni si è osservato un incremento della mortalità, in particolare tra le donne, mentre in tutte le altre fasce di età i tassi risultano in calo. La mortalità resta elevata nei gruppi anziani, che continuano a rappresentare la fascia più colpita in termini assoluti. (Leggi)

IL CRONICO RITARDO DELE PMI ITALIANE
Partendo dalla spinta accelerativa impressa dalla pandemia, gli autori evidenziano come la digitalizzazione abbia agito da catalizzatore, rendendo imprescindibili strumenti tecnologici e nuove modalità organizzative. Questo processo, tuttavia, non si è distribuito in modo omogeneo, né tra le diverse fasce della popolazione né tra le imprese, generando divari strutturali legati all’età, al genere, al titolo di studio e alla collocazione geografica. L’analisi si sviluppa lungo due direttrici principali: da un lato, l’individuo, considerato nella sua capacità di adattamento e sviluppo di competenze digitali; dall’altro, l’impresa, intesa come attore che deve integrare innovazione e sostenibilità nei propri modelli organizzativi.
Lo studio prende l’avvio dagli obiettivi del Decennio Digitale europeo al 2030, che prevedono l’incremento delle competenze digitali di base nella popolazione, l’aumento degli specialisti ICT e la digitalizzazione diffusa delle PMI. Il nostro Paese, nonostante abbia intrapreso una serie di riforme e investimenti, è ancora in ritardo rispetto alla media UE sia sul fronte delle competenze individuali sia su quello dell’adozione tecnologica da parte delle imprese. Le criticità più evidenti si registrano tra i lavoratori più anziani e nelle aree periferiche del Paese ma anche nel numero ancora troppo basso di laureati in discipline ICT e STEM.
Viene, inoltre, evidenziato della necessità di un approccio integrato tra politiche pubbliche per la formazione e l’occupabilità e strategie aziendali orientate all’age management, alla valorizzazione della diversità generazionale e alla promozione di ambienti di lavoro inclusivi. Le PMI, in particolare, mostrano un’adozione ancora limitata di tecnologie avanzate come intelligenza artificiale e analisi dei dati, con carenze evidenti nella formazione interna e nella presenza di specialisti ICT. Il raggiungimento degli obiettivi europei richiede una governance multilivello, il rafforzamento dei poli di innovazione digitale e un investimento deciso nella cultura digitale diffusa, a partire dai sistemi scolastici e universitari.
INAPP – Digitalizzazione, mercato del lavoro e organizzazioni. Alcune indicazioni di policy
https://oa.inapp.gov.it/items/ccf4cef4-2788-4955-9bce-ead805a1748e
UN TRILEMMA PER L’EUROPA
L’analisi si basa sul presupposto che un eventuale ritiro dell’ombrello nucleare statunitense creerebbe un “trilemma” strategico per l’Europa, la quale si troverebbe costretta a scegliere tra tre opzioni tutte problematiche: affidarsi a garanzie esterne, rischiare la proliferazione nucleare interna o cooperare per costruire una deterrenza condivisa. Il mantenimento dell’attuale politica di non proliferazione e assenza di una difesa nucleare autonoma comporterebbe l’esposizione al ricatto nucleare, soprattutto da parte della Russia. La proliferazione nucleare da parte di singoli stati europei porterebbe a instabilità e corsa agli armamenti, con gravi conseguenze in termini di sicurezza e coesione politica.
Gli autori hanno individuato e discusso quattro principali alternative: l’estensione dell’ombrello nucleare franco-britannico, un’espansione finanziata collettivamente delle capacità nucleari esistenti, l’assorbimento degli arsenali nucleari britannici e francesi in una forza europea comune e infine la costruzione ex novo di una deterrenza sottomarina europea. Ciascuna opzione è valutata in termini di prontezza operativa, costi, credibilità, capacità strategiche e implicazioni legali. L’opzione più immediata prevede l’estensione dell’attuale deterrenza franco-britannica, con minimi cambiamenti istituzionali ma scarsa credibilità strategica, data la disparità con l’arsenale russo. L’alternativa di un’espansione collettiva delle forze nucleari esistenti appare più robusta ma richiede tempi lunghi e risorse ingenti.
L’assorbimento delle capacità nucleari in un’istituzione europea comune garantirebbe maggiore coerenza e autonomia ma si scontra con complessità legali e politiche, oltre che con la riluttanza di Francia e Regno Unito a cedere il controllo delle proprie forze strategiche. La costruzione di una deterrenza europea ex novo, basata su sottomarini a propulsione nucleare o convenzionale, comporta investimenti ingenti e decenni di sviluppo, ma offrirebbe maggiori garanzie di indipendenza strategica nel lungo periodo. La strada più efficace, ma anche la più ambiziosa, implica un salto qualitativo nell’integrazione politica europea. Nel breve termine, la cooperazione con le attuali potenze nucleari europee può offrire un ponte ma nel lungo periodo l’autonomia strategica richiede una capacità nucleare europea comune, tecnicamente avanzata e istituzionalmente legittimata. In assenza di garanzie statunitensi, questa trasformazione diventa non solo auspicabile ma necessaria per evitare l’instabilità e mantenere la sicurezza collettiva.
Bruegel -How can Europe’s nuclear deterrence trilemma be resolved?
https://www.bruegel.org/working-paper/how-can-europes-nuclear-deterrence-trilemma-be-resolved
UN MODELLO TEORICO PER IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
La riduzione della popolazione globale sarebbe di supporto alla lotta al cambiamento climatico. Questo semplice assunto, tuttavia, non è ottenibile nel breve periodo e non giungerebbe ai risultati sperati. In caso di modifiche odierne sulla crescita demografica, le variazioni effettive nella popolazione si manifesterebbero solo tra alcuni decenni, quando le emissioni pro-capite saranno già in netto calo a causa della decarbonizzazione in atto. Ciò significa che eventuali riduzioni delle temperature legate a un rallentamento della crescita della popolazione sarebbero minime, mentre la perdita di produttività derivante da una popolazione più ridotta potrebbe avere effetti economici sostanziali.
Attraverso l’integrazione di un modello economico-climatico (DICE), modificato per includere effetti dell’innovazione non rivale – come, ad esempio, la conoscenza prodotta dall’attività di R&S – e della struttura per età della popolazione, il lavoro confronta due scenari: uno con popolazione in calo e uno con fertilità stabilizzata a livello di sostituzione. I risultati mostrano che la differenza di temperatura tra i due scenari, anche su orizzonti temporali di due secoli, è estremamente piccola (circa 0,05°C entro il 2200). Al contrario, i benefici economici di una popolazione stabile – derivanti dall’innovazione e da un migliore rapporto tra popolazione attiva e dipendente – si manifestano con maggiore forza nel lungo periodo.
I vantaggi della crescita della produttività superano ampiamente i lievi danni climatici indotti da una popolazione più numerosa. Se in futuro, inoltre, saranno disponibili tecnologie di emissioni negative su larga scala, una popolazione più grande potrebbe persino risultare vantaggiosa per la mitigazione climatica, poiché disporrebbe di più risorse per produrre beni pubblici globali come la rimozione di anidride carbonica atmosferica. Gli autori mettono anche in discussione le ipotesi secondo cui politiche di riduzione della fertilità possano rappresentare strumenti climatici efficaci. Le proiezioni mostrano che anche importanti aumenti della fertilità avrebbero effetti minimi sulla concentrazione di gas serra a lungo termine, rendendo irrilevante l’impatto climatico delle dinamiche demografiche.
NBER – Is Less Really More? Comparing the Climate and Productivity Impacts of a Shrinking Population
MORTALITÀ ELEVATA TRA GLI ANZIANI
Le principali cause di morte sono le malattie del sistema circolatorio e i tumori, che insieme hanno determinato oltre il 55% dei decessi totali. Il Covid-19, pur con una riduzione marcata nel numero di casi fatali rispetto agli anni precedenti, si è confermato come la terza causa di morte. Il numero di decessi legati al Covid-19 è calato del 19% rispetto al 2021 e del 34% rispetto al 2020, ma ha continuato a incidere fortemente, specialmente nei mesi di gennaio e luglio, evidenziando una stagionalità diversa rispetto agli anni precedenti. L’analisi dei tassi standardizzati evidenzia un rallentamento della mortalità per tumori e malattie ischemiche del cuore, ma segnala una crescita per malattie infettive, genito-urinarie, demenze e patologie respiratorie.
In particolare, è tornata a salire la mortalità per polmoniti e influenza, interrotta dopo il calo pandemico. Il diabete e le malattie croniche delle basse vie respiratorie mantengono livelli superiori a quelli pre-Covid, nonostante una leggera diminuzione nel complesso. Sul piano territoriale, il Sud e le Isole registrano ancora i tassi di mortalità più elevati, soprattutto per malattie cardiovascolari e diabete, anche se con una lieve riduzione del divario rispetto al Centro-Nord. Nelle Isole si è verificato un anomalo incremento della mortalità per Covid-19 in tutte le classi di età, al punto da diventare la ripartizione con il tasso più alto per questa causa.
Il Nord ha mostrato una maggiore stabilità, con lievi oscillazioni a seconda delle cause specifiche. L’analisi per sesso conferma una mortalità più alta tra gli uomini, anche per il Covid-19, ma la differenza si è ridotta nel tempo. Il tasso di mortalità per Covid-19 tra gli uomini è diminuito del 38% rispetto al 2020, e del 31% tra le donne. L’andamento dei tassi per età mostra come la mortalità nei gruppi di mezza età sia tornata a livelli simili a quelli pre-pandemici, mentre tra i giovani under 50 si nota una lieve ripresa del trend discendente. Le cause esterne di morte, comprese le cadute e gli incidenti di trasporto, mostrano un andamento crescente rispetto al 2020, ma tornano su valori simili a quelli pre-pandemici.




