La rassegna della settimana: #1 Istat: crescita debole per l’Italia nel primo trimestre di quest’anno: + 0,3% congiunturale +0,7% tendenziale. #2 OECD: l’incertezza politica e le barriere commerciali fanno rallentare la crescita globale dal 3,3% del 2024 al 2,9% nel 2025 e 2026. #3 Banca d’Italia: l’Area euro ha ripreso a crescere ma ad un ritmo basso. Pesano la debolezza della Germania e l’incertezza politica. #4 Piie: in un momento storico di debolezza del dollaro la creazione di un mercato di Eurobond consentirebbe all’Europa di raggiungere un’autonomia strategica.
Nel primo trimestre del 2025, il prodotto interno lordo italiano, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2024. È quanto emerge dal comunicato Istat “Conti economici trimestrali – I trimestre 2025”. La crescita, confermata rispetto alla stima preliminare, riflette un aumento diffuso dei principali aggregati della domanda interna: i consumi finali nazionali sono aumentati dello 0,1% e gli investimenti fissi lordi dell’1,6%. In termini tendenziali, il PIL ai prezzi correnti è cresciuto del 2,1%, mentre il deflatore è aumentato dell’1,4%. (Leggi)
Il contesto macroeconomico globale si sta deteriorando a causa di molteplici e persistenti fattori negativi: aumento delle barriere commerciali, condizioni finanziarie più restrittive, calo della fiducia di imprese e consumatori e maggiore incertezza politica. È quanto emerge dall’”OECD Economic Outlook, Volume 2025 Issue 1”. Questi elementi incidono negativamente sulle prospettive di crescita globale, che dovrebbe rallentare dal 3,3% del 2024 al 2,9% nel 2025 e 2026, secondo uno scenario di previsione che ipotizza il mantenimento delle tariffe in vigore a metà maggio. (Leggi)
Nel 2024 l’economia dell’Area euro ha ripreso a crescere, seppure a un ritmo debole e inferiore al potenziale, con la Germania ancora in difficoltà. I consumi interni restano deboli a causa della crisi energetica passata, della politica monetaria restrittiva e di un clima d’incertezza, mentre gli investimenti sono penalizzati dalla debolezza industriale. È uno dei passaggi rilevanti della “Relazione annuale sul 2024. Considerazioni finali del Governatore”. Nonostante questo quadro incerto, l’inflazione è tornata su livelli vicini al 2%, aiutata dal rallentamento della crescita salariale e dalla conclusione del recupero delle retribuzioni reali. (Leggi)
Nel nuovo contesto geopolitico, l’Europa deve raggiungere una vera autonomia strategica che va oltre la sola dimensione militare prevedendo l’inclusione di quella finanziaria. Una condizione necessaria per l’autonomia finanziaria è la creazione di un mercato di Eurobond. È quanto sostenuto dall’economista O. Blanchard sulle colonne del PIIE in un editoriale intitolato “Now is the time for Eurobonds: A specific proposal”. Questo mercato dovrà essere profondo e liquido, capace di offrire un’alternativa sicura agli investitori globali oggi in cerca di soluzioni diverse dal dollaro, la cui stabilità è messa in discussione. (Leggi)
FASE DI CRESCITA DEBOLE
Nel primo trimestre del 2025, il PIL italiano in volume, espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2020, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2024. La stima diffusa ad aprile in via preliminare confermava la crescita congiunturale dello 0,3%, mentre la crescita tendenziale è stata rivista leggermente al rialzo, passando dallo 0,6% allo 0,7%. La crescita acquisita per il 2025 è ora pari a +0,5%, superiore di 0,1 punti percentuali rispetto alla precedente stima.
Nel periodo considerato, tutti i principali aggregati della domanda interna hanno registrato un aumento: i consumi finali nazionali sono cresciuti dello 0,1% e gli investimenti fissi lordi dell’1,6%. Le importazioni e le esportazioni hanno mostrato entrambe una dinamica positiva, rispettivamente del 2,6% e del 2,8%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 0,4 punti percentuali alla crescita del PIL, con un apporto positivo dei consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private e degli investimenti, mentre la spesa delle amministrazioni pubbliche ha avuto un effetto negativo.
La variazione delle scorte ha sottratto 0,3 punti percentuali alla crescita, mentre la domanda estera netta ha fornito un contributo positivo di 0,1 punti percentuali. Dal punto di vista settoriale, si sono registrati andamenti congiunturali positivi del valore aggiunto in agricoltura, silvicoltura e pesca (+1,4%) e nell’industria (+1,2%), mentre i servizi hanno subito un lieve calo dello 0,1%. Le ore lavorate sono aumentate dell’1%, i redditi pro-capite dello 0,5% e le posizioni lavorative dello 0,7%. Il trimestre ha avuto una giornata lavorativa in meno rispetto al precedente e due in meno rispetto al primo trimestre del 2024. La stima aggiornata conferma una crescita debole dell’economia italiana, sostenuta dagli investimenti e dalla domanda estera netta, mentre il settore dei servizi mostra una lieve flessione.
GLI EFFETTI ECONOMICI DEI DAZI
Il contesto economico globale si sta facendo più complesso, con ostacoli crescenti al commercio, condizioni finanziarie più restrittive, calo della fiducia di imprese e consumatori, e incertezza politica elevata. Questi fattori stanno rallentando la crescita, con una previsione di riduzione del PIL mondiale dal 3,3% nel 2024 al 2,9% nel 2025 e 2026. Il rallentamento riguarda principalmente Stati Uniti, Canada e Messico, mentre in Cina e in altre economie l’impatto sarà più contenuto. La crescita nel 2025 sarà particolarmente debole: il PIL globale aumenterà di poco più del 2,5% nel quarto trimestre, con solo l’1,1% negli Stati Uniti.
Anche il commercio globale rallenterà sensibilmente, frenato dall’incertezza e da investimenti imprenditoriali più cauti. L’allentamento fiscale sarà di supporto solo in poche economie, come Cina e Germania, dove nel 2026 la spesa per difesa e infrastrutture potrebbe generare una ripresa, mentre altrove la politica resterà restrittiva. L’inflazione nei paesi del G20 è attesa in calo dal 6,2% al 3,6% nel 2025 e al 3,2% nel 2026 ma negli Stati Uniti si prevede un aumento fino a quasi il 4%, ben sopra l’obiettivo anche nel 2026. I rischi di queste previsioni sono rilevanti: nuove barriere commerciali, ritorsioni, prudenza dei consumatori e rivalutazioni del rischio sui mercati finanziari potrebbero aggravare la recessione e perturbare le catene globali di approvvigionamento.
L’aumento delle aspettative inflazionistiche potrebbe alimentare ulteriori pressioni sui prezzi, costringendo le banche centrali ad attuare politiche più restrittive. La vulnerabilità dei mercati azionari e il fabbisogno di finanziamento aziendale potrebbero innescare instabilità finanziarie, aggravate da vendite forzate di asset da parte di soggetti fortemente indebitati. Una riduzione delle barriere commerciali, tuttavia, potrebbe sostenere la crescita e abbassare l’inflazione, anche se non ridurrebbe subito l’incertezza politica. Un miglioramento nella regolamentazione e la risoluzione anticipata dei conflitti in Europa e Medio Oriente potrebbero rafforzare la fiducia e rilanciare gli investimenti.
OECD – OECD Economic Outlook, Volume 2025 Issue 1
https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-outlook-volume-2025-issue-1_83363382-en.html
IL RUOLO DELLA BCE NELLA LOTTA ALL’INFLAZIONE
Nel 2024 l’economia dell’area euro è tornata a crescere dopo una lunga fase di stagnazione, anche se il ritmo è rimasto modesto e inferiore al potenziale. La Germania, in passato motore della crescita europea, ha continuato a mostrare debolezza, penalizzando l’intera area. La domanda interna si è rivelata inferiore alle attese: i consumi sono stati frenati dai postumi della crisi energetica, dalla politica monetaria ancora restrittiva e dal clima di incertezza, mentre gli investimenti hanno risentito in particolare della debolezza del settore manifatturiero. Anche la domanda estera ha perso vigore a causa di un generale peggioramento del contesto economico globale.
Nonostante il quadro debole, l’inflazione è tornata a livelli prossimi al 2%, sostenuta dall’attenuazione delle pressioni salariali e dal fatto che il recupero delle retribuzioni reali è ormai avanzato. Lo scenario resta, tuttavia, incerto e minacciato da politiche commerciali più protezionistiche, soprattutto da parte degli Stati Uniti, che rappresentano un importante mercato per l’export europeo. I dazi già annunciati colpiscono settori strategici come trasporti, macchinari e alimentari, incidendo sulla fiducia, sugli ordini e sull’occupazione. In questo contesto, la politica monetaria della BCE ha giocato un ruolo centrale. I timori legati alla disinflazione si sono rivelati infondati: grazie alla credibilità dell’istituzione, le aspettative di inflazione sono rimaste ancorate all’obiettivo del 2%, evitando spirali prezzi-salari.
L’inflazione di fondo è calata in modo costante, nonostante una certa persistenza nel settore dei servizi. La BCE ha già ridotto i tassi di 1,75 punti percentuali nell’ultimo anno e questo allentamento si sta progressivamente trasmettendo all’economia reale, sostenendo la domanda. I tagli ai tassi della BCE si sono trasmessi all’economia e potranno favorire l’attività nei prossimi mesi ma lo spazio per ulteriori riduzioni si è ridotto. Lo spazio per ulteriori tagli è tuttavia limitato, e il Consiglio direttivo della BCE dovrà decidere di volta in volta, con un approccio pragmatico e basato sui dati
Banca d’Italia – Relazione annuale sul 2024. Considerazioni finali del Governatore

L’ORA DEGLI EUROBOND
Nel nuovo contesto geopolitico, l’Europa deve raggiungere una vera autonomia strategica che va oltre la sola dimensione militare prevedendo l’inclusione di quella finanziaria. Una condizione necessaria per l’autonomia finanziaria è la creazione di un mercato di Eurobond profondo e liquido, capace di offrire un’alternativa sicura agli investitori globali oggi in cerca di soluzioni alternative al dollaro, la cui stabilità è messa in discussione. Questa è un’opportunità storica per rafforzare l’euro, ridurre i costi di finanziamento del debito pubblico europeo e migliorare la competitività del sistema finanziario dell’UE.
Le proposte formulate in passato, come i “blue-red bonds” o gli “ESBies”, non sono mai state attuate per mancanza di supporto politico e per i timori legati alla condivisione del rischio. Ma la recente emissione di Eurobond per il programma NextGenerationEU dimostra che un approccio semplice e trasparente può funzionare. La sfida attuale non è tanto la ripartizione del rischio, quanto la scala del mercato: l’Europa deve costruire rapidamente un mercato obbligazionario paragonabile a quello statunitense, oggi di 30 trilioni di dollari, mentre il mercato UE aggregato è ancora limitato. La proposta prevede uno scambio tra una parte del debito nazionale e nuovi Eurobond “blu” senior, fino al 25% del PIL.
Questo livello sarebbe sufficiente a garantire liquidità senza generare eccessivi timori di rischio condiviso. I blue bonds sarebbero considerati sicuri in virtù del loro status senior e degli impegni legali dei governi a coprire gli interessi tramite, ad esempio, il gettito IVA. L’adozione di questi titoli dovrebbe attrarre gli investitori, abbassare i rendimenti e stimolare lo sviluppo di mercati secondari come quelli dei futures o delle operazioni di pronti contro termine. Il sistema a due livelli, con un tasso unico sicuro e venti tassi nazionali, permetterebbe all’intera area euro di beneficiare di un costo medio del debito più basso, rafforzando allo stesso tempo gli incentivi all’aggiustamento nei Paesi più vulnerabili.
Piie – Now is the time for Eurobonds: A specific proposal
https://www.piie.com/blogs/realtime-economics/2025/now-time-eurobonds-specific-proposal




