La rassegna della settimana: #1 ECB: le tensioni geopolitiche destano nei consumatori preoccupazioni non solo per il futuro finanziario ma anche per l’andamento dell’economia. #2 European Parliament: il piano ReArm Europe tra consensi sul nuovo ruolo dell’UE e dubbi sul controllo democratico e la sostenibilità. #3 Health Affairs: i dazi sul settore farmaceutico colpiscono un mercato delicato dove la rilocalizzazione delle attività produttive richiede tempo. #4 DIW: dopo l’annuncio di nuove tariffe commerciali generalizzate da parte degli USA le catene globali di approvvigionamento sono di nuovo a rischio.
Le tensioni geopolitiche mettono in difficoltà non solo i mercati finanziari ma fanno sì che i consumatori si preoccupino anche del loro futuro finanziario personale e dell’economia in generale. È quanto emerge dai dati “dell’Indagine sulle aspettative dei consumatori (CES) della BCE”. Nella seconda metà del 2024 emergono sia diffuse preoccupazioni per le tensioni geopolitiche sia segnali di deterioramento del sentiment dei consumatori. La percentuale di consumatori che prevede una recessione e il peggioramento della propria situazione finanziaria ha iniziato ad aumentare dopo l’estate 2024 e resta elevata. Quanto emerso è singolare in quanto i redditi reali si sono ripresi grazie alla crescita dei salari e al calo dell’inflazione. (Leggi)
La Commissione europea propone di mobilitare oltre 800 miliardi di euro di spesa per la difesa attraverso la flessibilità fiscale nazionale, un nuovo strumento di prestito da 150 miliardi di euro (SAFE) per gli appalti congiunti, un potenziale riorientamento dei fondi di coesione e un maggiore sostegno della Banca europea per gli investimenti. Sono gli obiettivi principali del piano “ReArm Europe/Readiness 2030“ della Commissione europea, presentato a marzo 2025. Su questa proposta si è sollevato un acceso dibattito tra chi accoglie favore l’ambizione e il crescente ruolo dell’UE nella difesa e chi segnala delle criticità sul controllo democratico, la frammentazione del mercato della difesa e la sostenibilità economica del piano. (Leggi)
Applicare i dazi in modo generalizzato sui prodotti farmaceutici o sui loro principi attivi non è l’opzione politica migliore per fungere da merce di scambio, promuovere l’industria nazionale, rimodellare le relazioni commerciali e affrontare i rischi geopolitici. È quanto emerge da un articolo di T. Roades, S. Colvill e M.B. McClellan intitolato “Pharmaceutical Tariffs: Potential Impacts And The Need For Vulnerability Assessments”, pubblicato su Health Affairs. Alcune questioni sono rilevanti: ad esempio, la concentrazione geografica della produzione in parti critiche della catena di approvvigionamento farmaceutica costituisce un rischio geopolitico che dovrebbe essere affrontato. (Leggi)
L’introduzione di muovi dazi da parte degli USA è una seria minaccia per le catene globali di approvvigionamento. È quanto emerge da un Focus DIW, autore S. Chowdhry, intitolato “Trump’s Tariffs: What Escalating Trade Tensions with the US Imply for EU Exporters and Supply Chains”. Gli USA sono il principale mercato di esportazione dell’UE basato su un numero limitato di aziende ad alto valore aggiunto. Questo contesto di misure protezionistiche mirate, rende molto vulnerabile l’economia UE. In Germania, ad esempio, le prime dieci relazioni commerciali rappresentano da sole un quinto delle esportazioni marittime verso gli Stati Uniti. Le simulazioni hanno previsto per la Germania una contrazione del PIL tedesco di circa lo 0,33% nel lungo termine. (Leggi)

CONSUMATORI PREOCCUPATI DAL RISCHIO GEOPOLITICO
Tra la fine del 2024 e gli inizi del 2025 i redditi reali si sono ripresi contestualmente alla maggiore crescita dei salari nominali e alla diminuzione dell’inflazione. Dai Dati sull’Indagine sulle aspettative dei consumatori (CES) della BCE, tuttavia, è emerso che dall’estate 2024 è in aumento la percentuale di consumatori che prevede una recessione e il peggioramento della propria situazione finanziaria. Questo sembra una contraddizione ma è plausibile ipotizzare che le preoccupazioni dei consumatori riguardo ai rischi geopolitici possano influenzare il sentiment economico. Nell’indagine CES di settembre 2024 è stato chiesto a ciascun partecipante di considerare uno dei tre scenari relativi alla durata di due conflitti militari in corso: la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente.
I tre scenari erano: 1) una fine immediata o relativamente rapida di questi conflitti (entro tre mesi), una proroga di un anno e un’estensione di tre o più anni. Nel sondaggio è stato chiesto agli intervistati di valutare in che modo lo scenario proposto avrebbe influenzato le loro aspettative economiche personali e quelle dell’intera economia nei dodici mesi successivi. I risultati hanno mostrato che le aspettative delle famiglie sono molto sensibili alle diverse durate delle guerre. I consumatori associano ai conflitti più lunghi prospettive economiche meno favorevoli sia per l’economia in generale sia per le loro famiglie. In particolare, si attendono un’inflazione più elevata e una crescita significativamente inferiore a causa di una durata più lunga del conflitto.
Questo suggerisce che i consumatori potrebbero associare guerre prolungate a shock dal lato dell’offerta. Ciò potrebbe riflettere, ad esempio, il ricordo dei consumatori di problemi di approvvigionamento energetico e dell’aumento dei prezzi dell’energia all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Le famiglie si aspettano anche un peggioramento del proprio benessere finanziario in caso di conflitti più duraturi. I dati del CES suggeriscono inoltre che il calo del sentiment dei consumatori in risposta alle tensioni geopolitiche potrebbe tradursi in una riduzione della spesa effettiva. Questo, a sua volta, porterebbe, in ultima analisi, a ridurre la crescita economica complessiva.
ECB – Worrying about war: geopolitical risks weigh on consumer sentiment
https://www.ecb.europa.eu/press/blog/date/2025/html/ecb.blog20250407~7023432957.en.html

QUALE DIFESA PER L’UE
L’invasione ingiustificata nel 2022 dell’Ucraina da parte della Russia ha accelerato e intensificato i dibattiti su come finanziare l’industria della difesa dell’UE. La sicurezza è una priorità per la Commissione 2024-2029 e il contestuale impegno di Ursula von der Leyen di procedere verso un’Unione europea della difesa hanno posto al centro dell’attenzione il dibattito sul finanziamento della difesa. L’obiettivo non è più se l’Europa debba assumersi la responsabilità della propria sicurezza ma quanto possa agire con decisione e rapidità. Per affrontare questo problema è stato introdotto il piano ReArm Europe, una proposta strategica per incrementare la spesa europea per la difesa attraverso diversi meccanismi finanziari.
L’obiettivo è di stanziare 800 miliardi di euro di investimenti per la difesa, articolati attorno a cinque pilastri fondamentali. Il Security Action for Europe (SAFE), se approvato, consentirà di raccogliere 150 miliardi sul mercato dei capitali per accelerare gli investimenti nella difesa. Rafforzare i finanziamenti nazionali per la difesa: gli Stati membri dell’UE sono incoraggiati ad attivare la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità e crescita. Rendere più flessibili gli strumenti dell’UE per consentire maggiori investimenti nella difesa: nel breve termine, l’UE può utilizzare meglio il proprio bilancio per aumentare urgentemente la spesa per la difesa. Viene richiesto un martore sostegno alla Banca europea per gli investimenti (BEI) e la mobilitazione del capitale privato.
Durante un dibattito tra gli eurodeputati, la Commissione europea e il Consiglio d’Europa i leader di maggioranza hanno accolto con favore l’impegno della Commissione volto a rafforzare l’industria della difesa europea, i confini dell’UE e a sostenere gli aiuti all’Ucraina in risposta all’aggressione russa. Alcuni hanno espresso preoccupazione per l’utilizzo dell’articolo 122 del TFUE per approvare ReArm Europe, poiché avrebbe escluso il Parlamento dal processo decisionale e hanno messo in guardia la Commissione dall’eccessivo affidamento su tali disposizioni di emergenza. Alcuni hanno espresso preoccupazione per l’utilizzo dell’articolo 122 del TFUE per approvare ReArm Europe, poiché avrebbe escluso il Parlamento dal processo decisionale, e hanno messo in guardia la Commissione dall’eccessivo affidamento su tali disposizioni di emergenza.
European Parliament – ReArm Europe Plan/Readiness 2030
https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/EPRS_BRI(2025)769566

DAZI SU UN MERCATO DELICATO
Il mercato farmaceutico globale sta attraversando una crisi da carenza di farmaci. Negli ultimi decenni, in particolare, gli USA hanno sofferto di una carenza cronica di farmaci generici. Da 2001 l’American Society of Health-System Pharmacists ha elencato oltre tremila carenze di farmaci. Queste carenze sono dovute alle pressioni economiche che hanno ridotto nel tempo la capacità dei produttori di costruire e mantenere catene globali di approvvigionamento che garantiscono forniture durature. Dazi doganali generalizzati eserciteranno pressioni economiche significative su questi segmenti del settore, compresi i produttori statunitensi.
I produttori di farmaci generici operano in mercati competitivi e complessi che limitano gli aumenti di prezzo anche quando i costi di produzione aumentano. Anche i produttori di farmaci di marca saranno colpiti dai dazi. I maggiori costi di costruzione, delle attrezzature e di altri fattori di produzione porteranno a un aumento dei costi di produzione. Uno degli obiettivi politici dei dazi è incoraggiare i produttori a rispondere a questi aumenti dei costi trasferendo una maggiore produzione in Paesi non interessati dai dazi, in particolare negli Stati Uniti. Si tratta di un rischio concreto minacciato dalle aziende farmaceutiche dell’Unione europea in quanto all’incertezza creata dalla minaccia dei dazi, vi sono scarsi incentivi a investire nell’UE e forti spinte a delocalizzare negli Stati Uniti.
Qualche giorno fa, gli amministratori delle aziende farmaceutiche innovative hanno lanciato un avvertimento alla Commissione europea: se l’Europa non attuerà un rapido e radicale cambiamento politico sarà più probabile che la ricerca, lo sviluppo e la produzione farmaceutica si orientino verso gli Stati Uniti. L’abilitazione di un nuovo sito produttivo, tuttavia, non è un processo semplice e potrebbe richiedere la presentazione di domande di autorizzazione alla FDA, ispezioni in loco e la presentazione di domande e ispezioni ad altri enti regolatori nazionali. In definitiva, la costruzione e l’abilitazione di un nuovo sito produttivo richiede in media dai cinque ai dieci anni. Si rischia quindi un incremento generalizzato dei prezzi die farmaci e il rischio di un ulteriore carenza senza che il problema della concentrazione sia stato risolto.

NUBI SULLE CATENE GLOBALI DI APPROVVIGIONAMENTO
Dopo un faticoso recupero post-pandemia, le catene globali di approvvigionamento sono di nuovo in pericolo a causa della politica commerciale restrittiva dell’amministrazione USA che si sta allontanando dal commercio globale multilaterale, basato su regole. A gennaio 2025, gli Stati Uniti hanno proposto dazi fino al 25% su partner chiave come Canada e Messico, aumentando al 25% i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio da tutti i paesi. Dal 2 aprile, è stato applicato con riserva un nuovo dazio del 25% alle importazioni di veicoli a motore e componenti per auto, indipendentemente dalla loro origine, prendendo di mira un settore integrato a livello globale con catene di approvvigionamento complesse.
Con una mossa ancora più estrema, l’amministrazione ha imposto un sistema di dazi “reciproci”, che potenzialmente aumenterebbe i dazi sulle importazioni statunitensi su una gamma più ampia di prodotti e partner commerciali per contrastare le cosiddette “tariffe” estere considerate come barriere normative ingiuste. Il lavoro di S. Chowdhry, stima l’impatto potenziale dell’imposizione delle tariffe sul commercio UE utilizzando dati S&P Global, che monitora le merci spedite via mare dall’UE agli Stati Uniti. L’analisi dei dati più recenti del 2024 rivela che la maggior parte delle relazioni commerciali tra esportatori dell’UE e importatori statunitensi è concentrata in quattro Stati membri: Italia, Germania, Francia e Spagna.
Questi Paesi rappresentano il 60% delle esportazioni marittime dell’UE verso gli Stati Uniti e il 70% di tali relazioni commerciali. Il risultato è coerente con le statistiche dell’UE, che mostrano come una quota significativa di esportatori in questi Paesi serva direttamente il mercato statunitense (Italia: 3,6%, Germania: 2,2%, Francia: 4,8% e Spagna: 5,6%). Attraverso un modello quantitativo complesso, che tiene conto delle catene globali di approvvigionamento globali, si stima che un dazio generalizzato del 25% imposto dagli Stati Uniti sui prodotti dell’UE, insieme alle misure reciproche dell’UE, dimezzerebbe le esportazioni dell’UE verso gli Stati Uniti nel lungo termine e colpirebbe significativamente la produzione dell’UE in settori chiave, tra cui prodotti farmaceutici (-9,3%), mezzi di trasporto (-7,7%), veicoli a motore (-4,1%) ed elettronica (-2,3%). In questo scenario, il PIL reale dell’UE diminuirebbe dello 0,25% (in media tra i membri), con la Germania che subirebbe una marcata riduzione del PIL di circa lo 0,33%.

