La rassegna della settimana: #1 ISTAT: la revisione generale dei Conti nazionali ha portato alla rivalutazione del PIL e al ricalcolo dell’indebitamento netto delle AP. #1 OECD: nel 2024 l’economia globale è stata resiliente e numerosi segnali fanno ipotizzare che la crisi economia sia stata superata. #3 Federal Reserve: la politica monetaria USA è meno restrittiva dopo il taglio a sorpresa del tasso di riferimento di 0,50 p.p. sebbene non tutti gli osservatori siano d’accordo. #4 La Voce: l’industria europea è in crisi anche se si colgono segnali di rinnovamento dovuti a profonde ristrutturazioni in corso.
In seguito alla revisione generale dei Conti economici nazionali la stima del PIL nominale ai prezzi di mercato del 2023 è superiore di 42,6 miliardi di euro rispetto alle stime dello scorso agosto. È quanto emerge dal Comunicato ISTAT “Conti economici nazionali – Anno 2023”. Per il 2022 la revisione al rialzo è stata di 34,2 miliardi mentre per il 2021 di 20,6 miliardi. La revisione al rialzo delle stime ha auto un impatto limitato sulle variazioni percentuali. La variazione del PIL in volume del 2023 è stata dello 0,7% in diminuzione di 0,2 p.p. rispetto alle stime precedenti. Per effetto della revisione dei conti economici e degli aggregati di finanza pubblica l’indebitamento netto per il 2023 è leggermente migliorato. (Leggi)
Nel corso del 2024 la crescita economica globale è stata resiliente e l’inflazione ha continuato a diminuire. È la tendenza rilevata nell’OECD Economic Outlook, Interim Report di settembre. Gli indicatori più recenti dell’attività economica mostrano uno slancio continuo soprattutto nel settore dei servizi e lasciano ipotizzare il superamento della crisi. La crescita dei salari reali sta sostenendo i redditi e i consumi delle famiglie anche se molti paesi non hanno recuperato il potere d’acquisto precedente alla pandemia. Per il 2024 e il 2025 la crescita globale resta stabile al 3,2% ma in molti paesi la domanda può essere sostenuta da un’ulteriore disinflazione, il miglioramento dei salari reali e una politica monetaria meno restrittiva. (Leggi)
Il Consiglio dei governatori della FED ha deciso, quasi all’unanimità, di portare il tasso dei fondi federali a circa il 4,9% dal massimo raggiunto di 5,3%. Si tratta di un taglio di 0,50 p.p. superiore alle attese di gran parte degli analisti che avrebbe auspicato una riduzione dei tassi non prima del raggiungimento dell’obiettivo dell’inflazione del 2,0%. Il consiglio ha preso questa decisione valutando in modo positivo i fondamentali economici: l’attività continua ad espandersi a un ritmo elevato, il tasso di disoccupazione è aumentato, ma non troppo, e l’andamento dell’inflazione, sebbene sia ancora a un livello alto, procede verso l’obiettivo del Consiglio del 2,0%. (Leggi)
Negli ultimi due trimestri la crescita europea è stata modesta. L’andamento dell’attività economica è stato influenzato dalla recessione prolungata dell’industria, controbilanciata solo in parte dalla moderata crescita dei sevizi. L’aspetto più rilevante riguarda, tuttavia, i diversi andamenti tra produzione industriale e valore aggiunto dell’industria. È quanto emerge da un articolo di F. De Novellis e L. Di Matteo “Quanta fatica per l’industria europea nel 2024” pubblicato su La voce. Secondo gli autori sarebbe in corso una ristrutturazione dell’industria attraverso processi di integrazione verticale per cui la produzione di beni intermedi che prima avveniva all’esterno adesso avverrebbe all’interno delle industrie. (Leggi)
MIGLIORANO I SALDI DI FINANZA PUBBLICA
La revisione generale dei Conti economici nazionali per il periodo 1995-2023 ha modificato le stime delle componenti del PIL nominale e reale per il triennio 2021-2023 e degli aggregati di finanza pubblica. Il PIL nominale ai prezzi di mercato è superiore di 42,6 miliardi di euro rispetto alle stime dello scorso agosto, per il 2022 +34,2 miliardi e per il 2021 +20,6 miliardi. L’incremento in valore nominale, nonostante sia rilevante, ha avuto un impatto limitato sui tassi di variazione. Il PIL nominale del 2023 è cresciuto del 6,6% mentre il tasso di crescita del PIL reale è diminuito di 0,2 p.p. rispetto alle stime precedenti (0,7% contro 0,9%).
Nello stesso anno le importazioni di beni e servizi si sono contratte dello 0,4%, i consumi finali nazionali sono aumentati dell’1,2%, gli investimenti fissi lordi dell’8,5% e le esportazioni di beni servizi dello 0,8%. La spesa per consumi finali delle famiglie residenti è cresciuta dello 0,8%: la componente dei servizi è cresciuta del 3,3% mentre quella relativa ai beni è diminuita dell’1,3%. Gli aumenti più significativi sono stati registrati nelle spese per alberghi e ristoranti, (+6,4%), nei trasporti (+7,8%); scende la spesa per vestiario e calzature (-5,6%) e quella per mobili elettrodomestici e manutenzione della casa (-6,0%). Gli investimenti fissi lordi sono aumentati dell’8,5%: le componenti cresciuta maggiormente sono le costruzioni (+14,5%) e i mezzi di trasporto (+18,0%).
Dal lato dell’offerta, il valore aggiunto è cresciuto dello 0,7%. Hanno contribuito la crescita il settore delle costruzioni (+6,7%) dei servizi (+1,1%) mentre l’agricoltura e l’industria in senso stretto hanno registrato una contrazione, rispettivamente del 3,5% e dell’1,6%. In base alle informazioni aggiornate, l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è stato di -152,7 miliardi di euro, 8,8 miliardi in meno rispetto al 2022. L’incidenza sul PIL si attesta a -7,2% con un miglioramento di 0,9 p.p. rispetto all’8,1% del 2022. Il saldo primario è pari a -74,7 miliardi, in miglioramento rispetto i -79,7 miliardi del 2022. Il saldo delle partite correnti è positivo di 16,7 miliardi euro, in miglioramento rispetto a -17,9 miliardi del 2022.
VERSO IL SUPERAMENTO DELLA CRISI
L’economia globale dopo la pandemia, l’impennata dell’inflazione, la crisi energetica e l’interruzione delle catene di approvvigionamento si è dimostrata resiliente. La crescita globale sarà stabile nel 2024 e nel 2025 al 3,2% e grazie al rallentamento dell’inflazione potrà beneficiare del recupero del potere d’acquisto delle famiglie nei prossimi mesi. Dopo le recenti decisioni della Fed e della BCE di abbassare i tassi di interesse di riferimento la politica monetaria è meno restrittiva. Il recupero del potere d’acquisto delle famiglie potrà sostenere la domanda, sebbene non sia stato ancora recuperato il livello pre-pandemia.
La crescita negli USA rallenterà ma la riduzione dei tassi attenuerà la contrazione: nel 2024 la crescita stimata è del 2,6% (in un intervallo 1,8%-2,6%) e nel 2025 dell’1,6%. Nell’Area euro la crescita passerà dallo 0,7% del 2024 all’1,3% del 2025 grazie all’aumento del reddito disponibile e al miglioramento delle condizioni di credito. In Cina è previsto un rallentamento dal 4,9% del 2024 al 4,5% del 2025: la crescita sarà supportata da uno stimolo fiscale a supporto della debolezza della domanda e della profonda ristrutturazione del settore immobiliare. Nei Paesi del G20 l’inflazione dovrebbe convergere verso il target (2,0%) alla fine del 2025: l’inflazione complessiva scenderà dal 5,4 nel 2024 al 3,3% nel 2025. L’inflazione core delle economie del G20 scenderà dal 2,7% del 2024 al 2,1% nel 2025.
Lo scenario geopolitico e commerciale presenta alcune incertezze dovute al permanere delle tensioni: sono a rischio gli investimenti e i prezzi delle importazioni. La crescita (degli USA soprattutto) potrebbe rallentare più velocemente a causa della frenata del mercato del lavoro. Le deviazioni inattese dal percorso della disinflazione potrebbero provocare un’interruzione dei mercati finanziari. La ripresa dei redditi reali, al contrario, potrebbe sostenere meglio la crescita grazie a una domanda più robusta e a una fiducia più sostenuta; effetti positivi proverrebbero dall’ulteriore calo del prezzo del petrolio che velocizzerebbe la disinfezione. In caso di disinflazione e di raffreddamento del mercato del lavoro le banche centrali potrebbero proseguire la loro politica di tagli dei tassi con ulteriori benefici sull’attività economica.
OECD – Economic Outlook, Interim Report
https://www.oecd-ilibrary.org/economics/oecd-economic-outlook/volume-2024/issue-1_1517c196-en

UNA DECISIONE A SORPESA
Nella seduta del 18 settembre scorso il Consiglio dei Governatori della FED ha deciso di tagliare i tassi dei fondi federali (tasso di interesse overnigth applicato ai prestiti interbancari richiesti per colmare carenze nei fondi di riserva). La decisione era attesa per vari motivi: attività economica in raffreddamento, aumento della disoccupazione ed elezioni presidenziali. Il Consiglio ha ritenuto possibile un taglio del tasso di riferimento grazie ai fondamentali mediani dell’economia giudicati buoni: crescita economica del 2,0% (max 2,6%), in frenata ma non troppo dal 2,9% del 2023, tasso di disoccupazione al 4,4% – in aumento dal 3,6% del 2023 ma a livelli non troppo elevati, inflazione dei consumi personali al 2,3% (3,4% nel 2023) e inflazione core al 2,6% (3,9% nel 2023).
Tra le altre misure di politica monetaria di rilevo si segnalano la continuazione della politica di riduzioni delle partecipazioni della FED in titoli del Tesoro, titoli di debito delle agenzie e titoli garantiti da ipoteche delle agenzie. In anticipazione della politica monetaria i tassi di interesse sui mutui sono diminuiti a metà settembre al 6,2% dal 7,2% dell’ottobre dello scorso anno. Alcuni economisti hanno espresso critiche sulla decisione nella convinzione che il taglio sarebbe dovuto avvenire solo al raggiungimento dell’obiettivo del 2,0%. Questa convinzione è fuorviante in quanto gli effetti della politica monetaria non sono immediati e per ottenere gli obiettivi prefissati c’è bisogno di tempo.
Il taglio potrebbe evitare un ulteriore raffreddamento dell’economia e scongiurerebbe un nuovo aumento del tasso di disoccupazione sebbene secondo Adam Posner, presidente del PIIE, la FED ha focalizzato troppo i suoi messaggi nel breve termine mentre il taglio attuale dei tassi rischia di trasformarsi in un rimbalzo dell’inflazione nel prossimo anno. Secondo Posner il tasso dei fondi federali non è una statistica sufficiente per le condizioni finanziarie e monetarie per cui la valutazione delle condizioni monetarie dovrebbe concentrarsi di più sui risultati effettivi del mercato finanziario che sulle nozioni preconcette dell’effetto della politica monetaria.
Federal Reserve – Decisions Regarding Monetary Policy Implementation
https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/fomcprojtabl20240918.htm

I TEMPI DURI DELL’INDUSTRIA EUROPEA
Le performance negative dell’industria europea e la crescita moderata del settore dei servizi stanno influenzando negativamente l’attività economica dell’Area euro. La crescita degli ultimi trimestri è stata modesta, molto vicina alla stagnazione. I dati della produzione industriale dello scorso luglio e i dati sul clima di fiducia dello scorso agosto non mandano segnali di miglioramento nel prosieguo dell’anno in corso. A luglio 2024, la produzione industriale dell’area euro è diminuita del 2,2% rispetto al 2023. Gli autori evidenziano come vi sia una differenza significativa tra l’ampiezza delle variazioni della produzione industriale rispetto alle variazioni del valore aggiunto dell’industria.
Da un confronto della media del 2019 con quella del secondo trimestre del 2024 emerge una contrazione della produzione industriale del 2,5% a fronte di un incremento del valore aggiunto del 3,4%. I motivi di questa divergenza significativa potrebbero dipendere da un processo in atto di integrazione verticale nell’industria europea. L’integrazione verticale comporta la produzione all’interno delle industrie di beni che prima erano acquistati da altre imprese sia della stessa economia sia esterne. Questo potrebbe spiegare la bassa elasticità delle importazioni rispetto alla crescita. Le importazioni di merci sono diminuite negli ultimi trimestri tanto da determinare un contributo positivo delle esportazioni nette alla crescita nonostante vi sia stato solo un lieve aumento dell’export.
Numerose sono le cause del declino industriale, quali l’elevato costo dell’energia che rende meno competitivi alcuni prodotti, come l’automotive, penalizzata anche dalla concorrenza dei prodotti cinesi. La situazione dell’industria italiana non è migliore di quella europea in quanto gran parte del settore dell’automotive è parte della catena globale di approvvigionamento dell’automotive tedesca. Nel settore del tessile, dell’abbigliamento e della pelletteria la produzione è a livelli ancora inferiori di quelli dei 2019. Ha pesato il cambiamento delle abitudini e degli stili di vita, influenzati anche dal maggior ricorso al lavoro da remoto con la conseguente la riduzione delle spese per abbigliamento. Nonostante alcuni settori, come l’alimentare, abbiano registrato andamenti positivi, nel complesso, l’andamento è negativo a causa della gravità della crisi di alcuni settori.



