La selezione della settimana: #1 EFPIA: come recuperare il terreno perduto dalla farmaceutica in Europa grazie a una nuova strategia condivisa e coordinata. #2 RGS: il rapporto spesa pensionistica su PIL raggiungerà il 17% nel 2040. #3 IAB: il mercato del lavoro delle economie avanzate risentirà della contrazione della popolazione con effetti diversi nel medio e lungo periodo. #4 SSRN: nelle decisioni di investimento i manager possono commettere degli errori sopravvalutando il costo del capitale riducendo la produttività totale dei fattori.


L’industria farmaceutica europea sta perdendo terreno rispetto a Stati Uniti e Cina. Negli ultimi venti anni il 25% della quota europea degli investimenti globali in ricerca e sviluppo è stata redistribuita verso altri paesi. È quanto emerge dal rapporto EPFIA “A Competitiveness Strategy for European Life Sciences”. Negli ultimi dieci anni, la percentuale europea degli studi clinici a livello globale è diminuita dal 25,6% al 19,3%. Vi è anche una disparità nell’accesso alle risorse e al capitale umano: i finanziamenti a cui accedono le aziende biotecnologiche europee sono appena il 20% di quelle a ottenute dalle controparti USA mentre 3/4 dei laureati europei restano un USA dopo il dottorato. (Leggi)

La spesa pensionistica in rapporto al PIL raggiungerà un massimo relativo del 17% nel 2040 nello scenario nazionale di base. È quanto emerge dall’aggiornamento della pubblicazione RGS “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”. Dopo questa data la pressione della spesa pensionistica inizierà gradualmente a calare fino a raggiungere il 13,9% nel 2070. L’aggiornamento delle previsioni tiene conto del quadro normativo vigente a marzo del 2024 mentre i valori delle variabili macroeconomiche sono coerenti con i dati di contabilità nazionale comunicati dall’Istat a marzo 2024. Sono riportate anche le simulazioni EPC -WGA basate sulle ipotesi delle previsioni Europop2023. (Leggi)

Il calo della popolazione ha effetti rapidi sul mercato del lavoro, traducendosi in disinvestimenti e calo dell’occupazione. È quanto emerge da una pubblicazione ILAB di T. Hellwagner ed E. Weber “Labor Market Adjustments to Population Decline: A Historical Macroeconomic Perspective, 1875-2019”. Gli autori hanno condotto un’analisi empirica su 16 economie avanzate in un arco temporale dal 1875 al 2019. In conseguenza del calo demografico la forza lavoro aumenta in risposta alla diminuzione dell’offerta di lavoro. Il declino della popolazione tende a deprimere la produttività totale dei fattori sebbene questa sia compensata parzialmente dall’aumento della partecipazione e del rapporto capitale-lavoro. (Leggi)

I manager possono commettere degli errori nell’allocazione del capitale. In uno studio di NJ Gormsen e K. Hube intitolato “Firms’ Perceived Cost of Capital” è stato appurato che il costo percepito del capitale è solo in parte correlato al costo reale del capitale ed esistono ampie deviazioni tra il costo percepito e quello reale. Solo il 20% della variazione del costo percepito del capitale è giustificata dalla variazione del costo reale del capitale. Il restante 80% dipende dall’errata valutazione dei manager. Questi errori hanno delle conseguenze nel lungo termine: l’errata allocazione del capitale riduce la produttività aggregata del 5%. Un costo del capitale uguale a tutte le imprese migliorerebbe la produttività. (Leggi)

RIDARE SLANCIO ALLA FARMACEUTICA EUROPEA

Secondo le stime EPFIA nel 2023 il valore della produzione dell’industria farmaceutica europea si è attestato a 390 miliardi di euro con 900mila addetti. La spesa in ricerca è sviluppo ammonta a 50 miliardi di euro e il valore complessivo del mercato farmaceutico franco fabbrica è di 280 miliardi di euro. Nonostante i numeri, indicativi dell’industria farmaceutica tra le più importanti attività strategiche europee, è necessario secondo EPFIA promuovere una strategia di competitività per le scienze della vita europee, supervisionata da un ufficio dell’UE per le scienze della vita. La necessità di una strategia comune nasce dalla constatazione che, negli ultimi venti anni, il 25% della quota europea degli investimenti globali è confluita in altri Paesi.

È diminuito anche il peso dei trial clinici europei a livello globale che negli ultimi dieci anni è passato dal 25,6% al 19,3%. Ad esempio, nonostante in Europa si producano più pubblicazioni scientifiche sulle terapie avanzate rispetto ad altri Paesi nel mondo, l’attività di sperimentazione clinica è doppia negli Stati Uniti e quasi tre volte superiore in Cina. La scoperta di nuovi farmaci in Europa è sempre più difficile a causa dell’erosione dei diritti di proprietà intellettuale associato alla cronica carenza di investimenti in innovazione sanitaria, alla frammentazione dei mercati di capitale e alla crescente densità di nuove normative in diverse aree.

Per superare questo stato di cose e rilanciare il settore, l’EFPIA propone una strategia di competitività per le scienze della vita europee supervisionata da un Ufficio dell’UE, responsabile della sua realizzazione. Sono necessarie politiche a sostegno della traduzione delle idee in innovazione e dell’innovazione in prodotti e servizi, la costituzione di un ecosistema che renda l’Europa un luogo per sviluppare e produrre nuove tecnologie e l’incremento sistematico e duraturo degli investimenti nell’innovazione sanitaria. Le politiche devono essere coordinate su più livelli con un approccio basato sul partenariato e sulla collaborazione tra i responsabili politici della Commissione europea, quelli degli stati membri e i portatori di interesse del settore delle scienze della vita inteso nel senso più ampio.

EFPIA – A Competitiveness Strategy for European Life Sciences

http://www.efpia.eu/media/fzkbhzoe/a-competitiveness-strategy-for-european-life-sciences.pdf

LA CRESCENTE PRESSIONE DELLA SPESA DI WELFARE

L’aggiornamento delle previsioni della spesa pensionistica a legislazione vigente incorpora gli effetti del Decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4 che ha introdotto ulteriori modalità di pensionamento anticipato e le Leggi di bilancio del 2022 e del 2023. Quest’ultima prevede una parziale revisione del meccanismo di indicizzazione ai prezzi delle pensioni per il 2024, confermando il meccanismo introdotto con la Legge di bilancio del 2022. Il DL 4/2019 ha introdotto il canale di pensionamento anticipato denominato Quota 100 per coloro che avevano maturato requisiti al 31 dicembre 2021.

L’evoluzione nel tempo del rapporto tra spesa pensionistica e PIL è data dall’interazione tra le componenti demografiche e macroeconomiche con il quadro normativo al momento vigente. Le proiezioni della spesa secondo lo scenario nazionale di base sono formulare sulle stime della popolazione italiana elaborate dall’Istat. Questo scenario coincide con quello del DEF 2024 ma differisce da quello presentato nel precedente rapporto in quanto incorporano le novità normative della Legge di bilancio 2024 e degli aggiornamenti della popolazione al 1° gennaio 2024. Il rapporto spesa pensionistica PIL nel 2020 ha avuto un picco del 16,9% del dovuto alla profonda contrazione del PIL per quell’anno. In seguito alla ripresa del biennio 2021-2022 questo rapporto si è attestato 15,1% nel 2022.

Da questa data, a causa degli effetti di Quota 100 e del meccanismo di indicizzazione introdotto nel biennio 2023-2024 la spesa raggiungerà il 15,6% – questo livello sarà mantenuto fino al 2028. Da questa data incominceranno a pesare gli effetti della transizione demografica (invecchiamento e contrazione della popolazione) per cui il rapporto salirà rapidamente al 17% nel 2040. Dopo un decennio, la pressione scenderà al 16% per raggiungere in un ventennio il 13,9% nel 2070. Questa traiettoria è spiegata in parte dall’entrata in vigore del regime contributivo, in parte per l’uscita della generazione dei babyboomer in parte ancora grazie ai meccanismi automatici di stabilizzazione del sistema pensionistico che prevedono l’adeguamento automatico dei requisiti minimi di pensionamento e dei coefficienti di trasformazione in funzione della speranza di vita.

RGS – Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario – Anno 2024

https://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/attivita_istituzionali/monitoraggio/spesa_pensionistica/

CALO DEMOGRAFICO E MERCATO DEL LAVORO

Secondo le previsioni ONU le economie avanzate affronteranno il declino e, successivamente, la contrazione della popolazione. La contrazione interesserà in modo marcato la popolazione in età lavorativa. Il calo della popolazione in età lavorativa è un fenomeno piuttosto recente per un numero sempre crescente di economie avanzate. Il fenomeno è stato studiato approfonditamente dalla letteratura dal lato della crescita economica pro-capite oppure tramite l’analisi della quota del lavoro nel reddito nazionale mentre mancano approfondimenti sulle implicazioni degli effetti macroeconomici, in particolare per il mercato del lavoro.

Gli studi teorici o empirici non hanno ancora affrontato il comportamento dei salari, l’utilizzo del capitale delle imprese o l’elasticità dell’offerta di lavoro quando la popolazione è in declino. Gli autori si approcciano all’analisi degli effetti del declino della popolazione sul mercato del lavoro da una prospettiva macroeconomica e storica. È stato costruito, allo scopo, un nuovo database per 16 paesi tra le economie avanzate dal 1875 al 2019 con dati su popolazione, nascite, PIL reale, salari reali, investimenti reali, occupazione, disoccupazione, partecipazione alla forza lavoro e ore lavorate.

Gli effetti della variazione della popolazione hanno effetti non simmetrici: nel breve periodo i cambiamenti demografici si trasmettono al mercato del lavoro più rapidamente nei periodi di declino, traducendosi, tra l’altro, nella contrazione più veloce dell’occupazione e disinvestimento rispetto ai periodi di crescita. Nel medio e nel lungo periodo si verificano degli aggiustamenti delle tendenze. Le conclusioni meritano una certa evidenza: nei periodi di calo demografico la partecipazione alla forza lavoro aumenta in risposta alla rapida diminuzione dell’offerta di lavoro. Nel lungo periodo gli effetti si controbilanciano in quanto il declino della produttività totale dei fattori, sono mitigati dall’aumento della partecipazione alla forza lavoro e all’incremento del rapporto capitale lavoro che implica l’incremento del PIL pro-capite invece della stagnazione.

IAB – Labor Market Adjustments to Population Decline: A Historical Macroeconomic Perspective, 1875-2019

https://iab.de/en/publications/publication/?id=2045505

CON GLI ERRORI DEI MANAGER CALA LA PRODUTTIVITÀ

Secondo la teoria standard degli investimenti, le imprese dovrebbero investire in quelle attività che hanno un rendimento atteso superiore al costo del capitale. Ipoteticamente, i margini di errore negli investimenti dovrebbero essere minimi. Secondo lo studio di NJ Gormsen e K. Hube, al contrario, la maggior parte dei manager potrebbe cadere in errore per la difficoltà di calcolare il costo del capitale – inteso come il rendimento che gli investitori finanziari si aspettano dal detener debito e azioni e dal capitale proprio. L’errata percezione del costo del capitale porta i manager ad effettuare delle scelte di investimento sbagliate che nel lungo periodo riducono il prodotto aggregato.

Si stima che l’allocazione non corretta del capitale contrae la produttività aggregata totale dei fattori del 5%. Gli autori ritengono che la variazione nel costo del capitale percepito dipenda solo in minima parte dalla variazione reale del costo del capitale, il 20% mentre il restante 80% dipende da errori di valutazione. L’analisi è stata condotta sulle percezioni del costo del capitale espresse dai manager di 2500 grandi imprese tra il 2002 e il 2022 nelle teleconferenze tra i manager delle imprese, gli investitori finanziari e gli analisti. Gli autori hanno rilevato che nel lungo periodo le imprese con un costo del capitale percepito elevato hanno un ritorno degli investimenti elevato ma un basso tasso di investimento e un minore rapporto tra capitale e lavoro.

Se nel lungo periodo l’allocazione del capitale è in linea con i modelli standard, questo non accade nel breve periodo dove i cambiamenti del costo percepito del capitale hanno un impatto limitato sugli investimenti. Tra i fattori determinanti del costo percepito del capitale vi sono il beta di mercato dell’impresa, la sua capitalizzazione di mercato e il rapporto di valutazione, che sono i fattori di rischio della teoria classica. La distorsione della percezione del costo del capitale porta a degli eccessi: se è basso le imprese investono troppo, se è alto investono troppo poco. Queste dispersioni portano al rigetto del modello decisionale CAPM (capital asset pricing model) negli investimenti usato dall’80% di grandi imprese. Forzando le imprese ad utilizzare lo stesso costo del capitale, l’allocazione degli investimenti migliorerebbe.

SSRN – Firms’ Perceived Cost of Capital

https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3712699