La selezione della settimana: #1 ECB: nonostante il forte calo inatteso dell’inflazione, il Consiglio direttivo ha deciso di lascare inalterati i tassi di riferimento dell’area euro. #2 ISTAT: secondo una simulazione, le modifiche introdotte al sistema di tasse e benefici in Italia ha ridotto lievemente le disuguaglianze. #3 VoxEU: famiglie e pensionati hanno subito perdite di benessere a causa dell’inflazione elevata dell’ultimo biennio. #4 OECD: dal 2008 ad oggi il volume del debito obbligazionario sovrano e delle società è aumentato da 41 a 100 trilioni di dollari.


La politica monetaria della Banca Centrale Europea al momento non cambia rotta. Nonostante il rallentamento più marcato del previsto del tasso d’inflazione nell’area euro, il Consiglio direttivo nella riunione del 7 marzo scorso ha deciso di non modificare i tre tassi di interesse di riferimento. Rispetto alla riunione dello scorso gennaio, l’inflazione è calata ulteriormente e secondo le previsioni dello Staff, nel 2024 l’inflazione media sarà del 2,3% grazie alla minore pressione dei prezzi dell’energia, nel 2025 del 2,0% e nel 2026 dell’1,9%. Anche le previsioni dell’inflazione “core” sono state riviste al ribasso: nel 2024 sarà in media del 2,6%, nel 2025 del 2,1% e nel 2026 del 2,0%. (Leggi)

Le modifiche introdotte in Italia nel corso del 2023 al sistema di tasse e benefici allora in vigore, aumenterebbe l’equità della distribuzione dei redditi disponibili, sebbene in misura lieve. L’indice del Gini, misura della disuguaglianza, passa da 31,9% al 31,7% mentre l’effetto sul rischio povertà, che diminuisce dal 20% al 18,8%, è più significativo. È quanto emerge da un esercizio di micro-simulazione dell’ISTAT riportato nella pubblicazione “La redistribuzione del reddito in Italia – Anno 2023“. Il sistema di tasse e benefici ha molteplici obiettivi: garantire maggiore equità, tramite la redistribuzione del reddito, e proteggere gli individui dalla povertà e dall’esclusione sociale. (Leggi)

Tra il 2021 e il 2022 i prezzi sono aumentati in gran parte delle economie avanzate. I prezzi più elevati hanno ridotto il valore dei redditi reali e la ricchezza netta delle famiglie in quanto i salari nominali, le pensioni e i prezzi nominali delle case e il valore nominale delle obbligazioni non sono aumentati immediatamente. È quanto evidenziato dall’articolo di F. Pallotti, G. Paz-Pardo, J. Slacalek, O. Tristani e G. Violante pubblicato su VoxEU “The unequal impact of the 2021-2022 inflation surge on euro area households“. Le famiglie più povere hanno sofferto la riduzione del potere di acquisto del loro reddito ma i pensionati hanno subito una perdita di benessere particolarmente elevata. (Leggi)

Alla fine del 2023 il volume del debito obbligazionario sovrano e delle società ammontava a quasi 100mila miliardi di dollari, un valore pari quasi al PIL globale. È il quadro che emerge dal rapporto “OCSE Global Debt Report 2024“. Alla fine del 2024 il debito obbligazionario dei titoli di stato dei Paesi OCSE raggiungerà 56mila miliardi di dollari, in aumento di 30mila miliardi rispetto al 2008. Alla fine del 2023 il debito societario obbligazionario globale ha raggiunto i 34mila miliardi di dollari. Oltre il 60% dell’incremento dal 2008 proviene da società non finanziarie. Il 40% delle obbligazioni societarie e il 37% di quelle sovrane scadranno nel 2026 in un quadro contrassegnato da tassi di interesse più elevati. (Leggi)

BCE PRUDENTE SULL’INFLAZIONE

Lo scorso gennaio l’inflazione complessiva nell’area euro (calcolata sull’indice armonizzato dei prezzi al consumo) si è attestata al 2,8%, l’inflazione degli alimentari al 5,6%, mentre i prezzi dell’energia hanno continuato a diminuire rispetto allo scorso dicembre ma a un ritmo più contenuto. I prezzi dei beni sono aumentati del 2,0% mentre quello dei servizi è rimasto stabile al 4,0% per tre mesi consecutivi. Le stime flash della BCE prevedono per il mese di febbraio un ulteriore diminuzione dell’inflazione complessiva al 2,6%, un calo marcato di quella degli alimentari al 4,0%, una diminuzione dell’inflazione dei beni all’1,6% e quella dei servizi al 3,9%.

L’attività economica è ancora debole in quanto i consumatori stanno frenando le spese, gli investimenti hanno rallentato e le imprese stanno esportando meno, segno della diminuzione della domanda estera e della perdita di competitività. Nel 2024 l’attività è prevista in miglioramento, in quanto, grazie alla diminuzione dell’inflazione e all’incremento dei salari nominali, il reddito reale aumenterà e spingerà la ripresa. Anche gli echi dei passati incrementi dei tassi di riferimento verranno meno, favorendo la ripresa della domanda di esportazioni dell’area euro. In prospettiva i rischi per la crescita economica dell’area euro restano al ribasso in quanto la politica monetaria potrebbe avere effetti deprimenti sulla crescita economica mentre l’invasione dell’Ucraina e la guerra in Medio Oriente rappresentano un ulteriore rischio geopolitico.

Sulla base di questo scenario il Consiglio direttivo BCE nella riunione del 7 marzo scorso ha deciso di lasciare inalterati i tassi di riferimento dell’area euro, confermando l’approccio prudenziale. Il tasso di interesse sulle principali operazioni di rifinanziamento e i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sulle operazioni di deposito resteranno invariati rispettivamente al 4,50%, al 4,75% e al 4,00%. Il portafoglio dell’Asset purchase programme (APP) sta diminuendo ad un passo programmato, in quanto il capitale dei titoli in scadenza non è più reinvestito. Per quanto riguarda il pandemic emergency purchase programme (PEPP), il reinvestimento è previsto in pieno fino alla prima metà del 2024 mentre dalla seconda metà, vi sarà una graduale riduzione del portafoglio di 7,5 miliardi di euro al mese in media per poi dismettere completamente il reinvestimento a fine 2024.

ECB – Monetary policy decisions

https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2024/html/ecb.mp240307~a5fa52b82b.en.html

REDISTRIBUZIONE DEI REDDITI E POVERTÀ

Il sistema di tasse e benefici in vigore nel 2023 era costituito da misure già esistenti nel 2022. Stiamo parlando dell’assegno unico universale per i figli a carico (AUU), del reddito di cittadinanza (incluso il supporto alla formazione e al lavoro) e l’esonero parziale dei contributi per i lavoratori dipendenti. Nella legge di bilancio 2023 (L. 197/2022) l’erogazione dell’AUU è stata modificata con l’aumento del 50% dell’assegno per ciascun figlio di età inferire a 1 anno e del 50% per famiglie numerose, con tre o più figli a carico. È stata maggiorata del 50% l’integrazione per le famiglie con un nucleo familiare con almeno quattro figli a carico.

Sempre la stessa L. 197/2022 ha modificato il Reddito di cittadinanza (RdC): nel 2023 in vista della disattivazione nel 2024 per la platea occupabile, la durata è stata ridotta a 7 mesi mentre per le famiglie con componenti non occupabili o in carico ai servizi sociali prima della scadenza dei 7 mesi, la misura è stata prolungata fino alla fine dell’anno. L’esonero parziale dei contributi sociali per i lavoratori dipendenti è stato confermato con la riduzione dell’aliquota contributiva dei lavoratori dipendenti di 2 p.p. sempre dalla L. 197/2022 con reddito annuo lordo inferiore a 35mila euro, incrementando di 1 punto per i lavoratori dipendenti con RAL inferiore a 25mila euro. Il DL 48/2023 ha aumentato lo sgravio di 4 p.p. portandolo, per le stesse fasce di reddito rispettivamente a 6 e 7 p.p.

Stando alle micro-simulazioni dell’impatto sulla distribuzione del reddito e sul rischio di povertà delle novità introdotte riguardo alle tre misure, la disuguaglianza dei redditi migliora lievemente (Gini da 31,9% al 31,7) mentre il rischio povertà diminuisce in maniera più marcata passando dal 20% al 18,8%. In particolare, l’effetto delle modifiche all’assegno unico avrebbe migliorato di 0,2 p.p. l’indice del Gini e ridotto di 0,7 p.p. il rischio povertà. Le modifiche al RdC con l’introduzione del Supporto per la formazione e il lavoro hanno incrementato di 0,2 p.p. le disuguaglianze mentre hanno avuto un impatto nullo sul rischio povertà. Le modifiche alla decontribuzione hanno, infine, diminuito le disuguaglianze di 0.1 p.p. e ridotto il rischio di povertà di 0,5 p.p. con un risultato complessivo di -0,2 p.p. sulle disuguaglianze e di -1,2 p.p. sul rischio povertà.

ISTAT – La redistribuzione del reddito in Italia – Anno 2023

https://www.istat.it/it/archivio/294541

L’INFLAZIONE HA DANNEGGIATO I PENSIONATI

L’incremento dei prezzi tra il 2021 e il 2022 è stato rapido e inatteso e ha raggiunto il picco del 10,6% nel mese di ottobre 2022. Questo episodio inflativo è stato caratterizzato da un incremento del livello dei prezzi ma anche dal cambiamento dei prezzi relativi. Ciò ha comportato un effetto differente sulle famiglie a seconda della composizione del loro paniere. Partendo da questa evidenza, lo studio ha analizzato l’impatto di breve e di lungo periodo dell’inflazione sul benessere delle famiglie indagando se i costi sono stati ripartiti sulle famiglie in modo eguale oppure no. È stato quantificato sia il ruolo di quattro fattori quali attività e passività nominali, salari e pensioni, plusvalenze e panieri di consumo sia l’impatto delle politiche fiscali ad hoc.

L’ipotesi sottostante a tutta l’analisi è che l’inflazione è transitoria in quanto dopo il picco del 2022 i salari reali e le attività reali ritornano ai livelli precedenti. È transitoria anche la perdita di benessere dovuta al lento adeguamento dei salari nominali e dei prezzi nominali delle abitazioni. Per queste ultime anche la perdita dei venditori di abitazioni o il guadagno dei compratori, dovuto al lento adeguato dei prezzi del mercato immobiliare, è transitorio. La perdita associata al valore dichiarato o nominale di strumenti finanziari quali valuta, obbligazioni e altri investimenti a reddito fisso è permanente. L’effetto dell’inflazione sui salari reali è stato significativo in quanto nel biennio 2021-2022 la perdita di benessere subito dalla famiglia mediana dell’area euro è stata del 4%, un valore superiore di quello di una recessione.

Tra le famiglie le perdite maggiori sono state subite dai pensionati in quanto essi tendono a detenere un ammontare più elevato di asset nominali come denaro e depositi. Le famiglie con debiti a lungo termine, come i mutui, al contrario, hanno beneficiato dell’aumento dei prezzi. Questo canale caratterizzato da una “posizione netta nominale” ha danneggiato maggiormente i pensionanti con reddito medio che nel biennio 2021-2022 hanno subito una perdita di benessere pari all’11%. I pensionati con redditi più bassi che detengono meno ricchezza e quello con redditi più elevati, che detengono più attività reali, come le abitazioni, hanno subito una minore perdita di benessere.

VoxEU – The unequal impact of the 2021-2022 inflation surge on euro area households

https://cepr.org/voxeu/columns/unequal-impact-2021-2022-inflation-surge-euro-area-households

RIFINANZIARE IL DEBITO GOBALE

Nel primo rapporto OCSE sul debito obbligazionario, pubblicato in un quadro di elevato indebitamento, mostra come i bassi tassi di interesse praticati dal 2008 hanno aperto i mercati obbligazionari a paesi e società con un rating più basso, espandendo il segmento dei mercati più rischiosi. Allo stesso tempo hanno contribuito alla crescita del mercato obbligazionario sostenibile, un segmento dedicato ad obbligazioni che finanziano o rifinanziano progetti versi e sociali. Alla fine del 2023 il rapporto debito pubblico PIL ha raggiunto l’83%, con un incremento di 30 p.p. dal 2008. L’inflazione elevata dell’ultimo biennio, contribuendo all’aumento del PIL nominale, ha consentito la diminuzione di questo rapporto di 10 p.p.

Alla fine del 2024 il debito totale dei Paesi OCSE aumenterà ancora fino a raggiungere i 56mila miliardi di dollari con un incremento di 2mila miliardi rispetto al 2023 e di 30mila miliardi rispetto al 2008. Nello stesso periodo, il debito societario obbligazionario in circolazione è aumentato da 21mila a 34mila miliardi di dollari di cui oltre il 60% proveniente da società non finanziarie. Le favorevoli condizioni finanziarie hanno permesso a molte aziende e a molti governi di potersi indebitare, anche se va evidenziato che entro la fine del 2026, il 40% delle obbligazioni sovrane e il 37% di quelle societarie a livello globale arriveranno a scadenza in un contesto mutato, in cui i tassi di interesse sono aumentati. Sebbene il quadro attuale sia caratterizzato da aspettative sui tassi in diminuzione, i rendimenti resteranno probabilmente più elevati rispetto a quando il debito è stato emesso.

Questa situazione porterà tensioni finanziarie soprattutto nei paesi emergenti dove l’ammontare delle obbligazioni società in scadenza è piuttosto elevato, il 51% del totale del 2023 (circa 4mila miliardi di dollari). Le banche centrali hanno assorbito negli ultimi dieci anni una gran parte dell’indebitamento, tuttavia, in seguito alla stretta monetaria quantitativa si sta assistendo un ritiro dai mercati obbligazionari causando un incremento record dell’offerta netta di obbligazioni che andrà assorbita dal mercato. Gli effetti dei bassi tassi di interesse stanno svanendo. Il costo medio dei prestiti sovrani nell’area OCSE è aumentato dall’1% nel 2021 al 4% nel 2023 e in un contesto di tassi più elevati alcuni paesi dell’OCSE molto indebitati potrebbero trovarsi ad affrontare un circolo vizioso di tassi di interesse in aumento, crescita lenta e deficit crescenti, a meno che non vengano adottate misure coraggiose per rafforzare la resilienza fiscale.

OECD – Global Debt Report 2024

https://www.oecd.org/finance/global-debt-report/