La selezione della settimana: #1 ISTAT: in Italia nel quarto trimestre 2023 il PIL reale è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente. La crescita per il 2023 è stimata a +0,7%. #2 RGS: dal rapporto annuale emerge la natura redistribuiva della spesa statale regionalizzata a favore delle Regioni del Mezzogiorno e in quelle a statuto speciale. #3 Svimez: per colmare i divari di salute il Mezzogiorno necessita di un riequilibrio del finanziamento della sanità con la modifica dei criteri di riparto del FSN basato su indicatori socioeconomici. #4 Bruegel: per la transizione ecologica e digitale gli stati membri dell’Unione europea necessitano di ulteriori 481 miliardi di euro. La strategia della UE negli investimenti è stata, nel corso degli anni sporadica, e senza continuità. È necessario un approccio a lungo termine per il finanziamento degli obiettivi strategici.


Nel quarto trimestre 2023 il PIL reale, destagionalizzato e corretto per i giorni di calendario, è cresciuto dello 0,2% in termini congiunturali e dello 0,5% in termini tendenziali. La variazione congiunturale è derivata dalla contrazione del valore aggiunto in agricoltura e dall’incremento dell’attività sia nell’industria sia nei servizi. Dal lato della domanda si è registrata una contrazione della domanda interna al netto delle scorte e un apporto positivo della domanda estera. Nel 2023 la crescita del PIL reale si è attestata a +0,7%, confermando le stime della NADEF e dei principali organismi internazionali. Nell’area euro la variazione congiunturale è rimasta invariata. (Leggi)

Su 823,3 miliardi di pagamenti dello Stato per spese finali, ossia escluso il rimborso prestiti, sono regionalizzabili circa 283,7 miliardi. È quanto emerge dalla stima provvisoria dal rapporto sulla Spesa Statale Regionalizzata per l’anno 2022, curato dalla Ragioneria Generale dello Stato. Per quanto riguarda i restanti pagamenti 316,1 miliardi sono erogazioni e Fondi e a Enti. La spesa non regionalizzabile, di importo pari a 173,7 miliardi di euro, si riferisce in massima parte a poste correttive e compensative delle entrate. Il rapporto è redatto annualmente con l’obiettivo di misurare l’intervento statale in ciascun territorio regionale come presenza fisica e finanziaria. (Leggi)

L’autonomia differenziata rischia di ampliare le disuguaglianze nelle condizioni di accesso al diritto alla salute. È quanto sottolineato nel Report Svimez “Un Paese, due cure. I divari Nord – Sud nel diritto alla salute“. Nel mezzogiorno la spesa sanitaria corrente pro-capite del Mezzogiorno è più bassa rispetto al resto del paese mentre secondo gli indicatori di Benessere equo e solidale BES del 2022, è l’area del paese contraddistinta delle peggiori condizioni di salute. Per riequilibrare la spesa, il metodo di riparto del Fondo sanitario nazionale (FSN) dovrebbe essere corretto per gli indicatori di deprivazione che, al momento, incidono per una parte minimale del finanziamento. (Leggi)

L’Unione europea per fronteggiare il divario di 481 miliardi di euro fino al 2030 necessari per gli investimenti nella transizione ecologica e digitale dovrà fare affidamento all’uso efficiente delle risorse pubbliche e sulla mobilitazione degli investimenti privati. È quanto emerge da un Report Bruegel “Accelerating strategic investment in the European Union beyond 2026“, a firma di M. Demertzis, D. Pinkus e N. Ruer. Il raggiungimento della resilienza economica dipenderà dall’importo degli investimenti e dalla tipologia degli investimenti. Il Rapporto esamina un potenziale approccio UE a lungo termine per il finanziamento degli obiettivi strategici, formulando alcune raccomandazioni. (Leggi)

IL PIL CRESCE GRAZIE ALLA COMPONENTE ESTERA

Nel quarto trimestre del 2023 il PIL reale, destagionalizzato e corretto per i giorni di calendario, è cresciuto dello 0,2% in termini tendenziali e dello 0,5% in termini congiunturali. Si tratta di un risultato leggermente sopra le aspettative e superiore alla variazione congiunturale invariata della Francia 0,0% e della Germania -0,3%. Nel complesso nell’Area euro e nell’Unione europea la variazione congiunturale è rimasta invariata mentre quella tendenziale è stata rispettivamente dello 0,1 e 0,2%. Dopo la variazione congiunturale del terzo trimestre 2023 dello 0,1%, la crescita media del PIL reale per l’anno 2023 per l’Italia è stimata allo 0,7%.

Il risultato è da considerarsi provvisorio e sarà rivisto entro il prossimo 30 aprile. A fronte della contrazione del settore primario, dal lato dell’offerta hanno contribuito al risultato congiunturale la crescita positiva dell’industria e dei servizi. Dal lato della domanda la componente nazionale, calcolata al lordo delle scorte, è diminuita mentre quella estera è aumentata. Nell’Unione europea e nell’Area euro l’attività economica è rimasta invariata, risentendo della frenata -0,3% in termini congiunturali e -0,2 in termini tendenziali della Germania e della debole performance della Francia la cui attività economica è rimasta invariata in termini congiunturali, sebbene in crescita dello 0,7% in termini tendenziali.

La Germania ha risentito della debolezza del settore industriale ad alta intensità di energia (industria chimica e metallurgica), penalizzato dai prezzi elevati delle materie prime mentre i contributi positivi provengono dal settore degli autoveicoli e da quello dei trasporti. Secondo le stime preliminari, il PIL tedesco nel 2024 ha subito una contrazione dello 0,3%. In Francia la crescita media del PIL reale per il 2023 è stimata +0,9%, risultato di un forte incremento nel secondo trimestre del 2023 (+0,7) mentre l’attività è rimasta stabile nel resto dell’anno. La Spagna ha registrato una variazione congiunturale dello 0,6% e una tendenziale del 2,0% dovuta al contributo preponderarne di 2,1 p.p. della domanda interna. Dal lato dell’offerta sono cresciuti tutti i settori (primario, manifatturiero, e servizi). Grazie a questo risultato la stima provvisoria della crescita della Spagna per il 2023 è del 2,5%.

ISTAT – Stima preliminare del Pil – IV trimestre 2023

https://www.istat.it/it/archivio/293451

UNA MISURA DELLA REGIONALIZZAZIONE

Nel 2022 su 820,3 miliardi di pagamenti dello Stato è stato possibile regionalizzare 320,5 miliardi di euro, suddivisi in 301 miliardi di spesa corrente e 19,4 di spesa in conto capitale. Al netto degli interessi passivi la spesa regionalizzata è di 283,7 miliardi. La Regione maggiormente destinataria della spesa statale è il Lazio con 44,7 miliardi di euro pari al 15,75% sul totale, corrispondenti a 7.818 euro pro-capite, con un’incidenza del 22,62% sul PIL regionale. Va notato che in questa Regione sono situate quasi tutte le sedi delle principali istituzioni statali. Alcune poste dei consumi intermedi pari al 52,10% sul totale dei consumi intermedi, quali gli aggi per i concessionari dei giochi e le provvigioni per il collocamento dei titoli emessi dallo Stato sono attribuite totalmente a questa Regione.

La seconda Regione destinataria della spesa statale è la Lombardia con 35,0 miliardi di euro pari al 12,34% sul totale, corrispondenti a 3.514 euro pro-capite con un’incidenza sul PIL regionale dell’8,64%. Le regioni del Mezzogiorno sono destinatarie del 34,87% della spesa statale pari a 98,9 miliardi di euro. In dettaglio alla Sicilia, Regione a statuto speciale, sono attribuiti 25 miliardi di euro, corrispondenti a 5.190 euro pro-capite pari all’8,82% della spesa regionalizzata con un’incidenza sul PIL regionale del 28,40%. Alla Campania sono attribuiti 24,9 miliardi di euro, corrispondenti a 4.429 euro pro-capite pari all’8,77% della spesa totale con un’incidenza sul PIL regionale del 22,59%. In valore assoluto alle Regioni del Nord è attribuita la percentuale maggiore sella spesa il 40,5% corrispondente a 115, miliardi.

La natura redistribuiva della spesa regionalizzata emerge quando si osserva la sua incidenza sul PIL regionale: nelle Regioni del Nord, tranne quelle a statuto speciale, e del Centro, tranne il Lazio per i motivi suddetti, l’incidenza è inferiore al 20%, mentre per le Regioni Meridionali, escluse quelle a statuto speciale e l’Abruzzo, l’incidenza è superiore al 20% con alcune Regioni, ad esempio Calabria e Molise che raggiungono rispettivamente il 28,40% e il 26,88%. Tra le Regioni a Statuto speciale, la spesa attribuita alla Sardegna ha incidenza sul PIL regionale superiore al 30%, la Sicilia 28,33% e la Val d’Aosta il 25,14%.

RGS – La Spesa Statale Regionalizzata – Anno 2022 – Stima provvisoria

https://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/pubblicazioni/pubblicazioni_statistiche/la_spesa_statale_regionalizzata/

MEZZOGIORNO: RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE DI SALUTE

Gli indicatori BES 2022 delineano un quadro in cui nelle Regioni del Mezzogiorno le condizioni di salute sono peggiori rispetto al resto del Paese. La speranza di vita alla nascita del Mezzogiorno è inferiore di 1,2 anni rispetto al Nord-Ovest anni per le donne (rispettivamente 83,9 e 85,1 anni), per gli uomini è di 0,8 anni (79,5 contro 80,8 anni). Rispetto al 2010 la distanza è aumentata: per gli uomini il differenziale era di 0,6 anni mentre per le donne di 0,8 anni. Divari della stessa ampiezza si registrano nella mortalità evitabile, ossia i decessi prevenibili o trattabili, grazie a una tempestiva assistenza sanitaria e a interventi secondari di prevenzione.

Il tasso di mortalità evitabile nel 2020 nel Mezzogiorno è diminuito rispetto al 2010 da 21,8 a 18,2 per 10mila abitanti, valori ancora distanti da quelli del Nord-Ovest che sono passati da 17,9 a 15,9. Anche la mortalità per tumore nel 2020, nonostante vi sia stato un calo rispetto al 2010 quando era 9,7, è tra le più alte del Paese, 8,8 per 10mila abitanti contro 7,1 del Nord-Est. A fronte di esiti di salute insoddisfacenti, la spesa sanitaria pubblica corrente appare insufficiente: 1.818 euro pro-capite in Campania, 1.748 euro contro una media nazionale di 2.140 euro. I Livelli essenziali di assistenza (LEA) sono finanziati in modo parziale. I criteri di riparto prevedono la distribuzione del 60% del FSN sonoro criteri proporzionali rispetto alla popolazione residente mentre il restante 40% è finanziato tenendo conto dei consumi sanitari della popolazione per classi di età.

Le classi di età 0-1 e 65+ anni, registrano i consumi maggiori per cui il finanziamento sarà maggiore per quelle Regioni dove la popolazione è più elevata e vi è una maggiore incidenza di anziani e neonati. Per le Regioni del Mezzogiorno, dove è stato stimato un calo e contestualmente un rapido invecchiamento della popolazione, vi sarà una perdita di 7 punti percentuali nel 2080, corrispondenti a 9 miliardi di euro. Per riequilibrare l’equità orizzontale andrebbero inclusi nei criteri di riparto alcuni fattori socioeconomici. Al momento entrano nel calcolo solo due indicatori – mortalità sotto i 75 anni e un indicatore composto che tiene include le dimensioni di povertà relativa individuale, disoccupazione e bassa scolarizzazione- che rappresentano, tuttavia, solo l’1,5 del fabbisogno indistinto.

Svimez – Un Paese, due cure. I divari Nord – Sud nel diritto alla salute

UNA STRATEGIA DI LUNGO TERMINE PER GLI INVESTIMENTI

L’Unione europea ha perseguito gli investimenti con poca continuità, limitandosi a interventi sporadici e con obbiettivi sovrapposti. Nonostante l’impegno sulla transizione ecologica e digitale, gli Stati membri soffrono di un divario di 481 miliardi di euro per raggiungere una maggiore resilienza economica. La crisi finanziaria ha richiesto il rafforzamento del potere istituzionale UE per monitorare e salvaguardare il sistema bancario. La pandemia ha evidenziato l’importanza della protezione economica delle famiglie e delle imprese, con la priorità dello sviluppo di vaccini e nel ripensamento della lunghezza delle catene globali di approvvigionamento.

La crisi energetica ha costretto l’UE a rivedere il mix energetico e a ripensare le modalità di approvvigionamento delle materie prime. Gli autori hanno individuato tre punti chiave per migliorare la strategia degli investimenti e trasformarla in un approccio a lungo termine, intesa come la capacità di attivare investimenti che perseguono obiettivi di lungo termine. Per sopperire alla mancanza di continuità potrebbe essere creato un fondo strategico per gli investimenti europei (EIS) i cui fondi proverrebbero dal bilancio europeo – il quadro finanziario pluriennale – parzialmente riconvertito. Il gestore del fondo può essere individuato nella BEI. Il fondo dovrebbe utilizzare tutti gli strumenti finanziari a disposizione per finanziare i progetti.

Vanno finanziati quei progetti che contribuiscono al valore aggiunto della UE e che contribuiscono ai suoi obiettivi strategici. Vi è tuttavia una questione di fondo che va oltre gli strumenti finanziari attualmente utilizzati. Per ripagare il debito emesso nell’ambito del programma post pandemico NextGenerationEU, è necessario che la UE compia dei passi in avanti nella creazione di nuove risorse proprie o di nuove entrate. Il potere di spesa per il periodo 2021-2027 è di poco superiore ai 1.800 miliari di euro ossia circa 257 miliardi all’anno. Questo budget è insufficiente anche solo per la transizione verde. Dopo aver ripagato il debito, il flusso finanziario generato dalle nuove risorse o dalle nuove entrate potrà in modo stabile essere destinato al fondo EIS, garantendo continuità e stabilità al perseguimento degli obiettivi strategici.

Bruegel – Accelerating strategic investment in the European Union beyond 2026

https://www.bruegel.org/report/accelerating-strategic-investment-european-union-beyond-2026