La rassegna della settimana: #1 Banca d’Italia: l’incremento del numero delle farmacie dopo il decreto Cresci Italia del 2012 ha ridotto il numero delle ospedalizzazioni mediche. #2 SVIMEZ: il Mezzogiorno dopo la ripresa del 2021 rischia di allontanarsi nuovamente dalle altre ripartizioni e la popolazione è più vulnerabile all’aumento dei prezzi. #3 ISTAT: nel 2021 in Italia è tornata a crescere sia la produttività del capitale sia la produttività totale dei fattori mentre la produttività del lavoro continua a languire. #4 Regioni: l’accordo sul riparto del FSN non è stato raggiunto per l’opposizione della Regione Calabria. I nodi principali vertono sui vecchi e nuovi criteri di riparto. #5 VoxEU: nei periodi di inflazione elevata vi è il timore che si inneschino dinamiche salari prezzi tali da incrementare ulteriormente il livello dei prezzi.


Il Decreto legge del 24 gennaio 2012 n. 1 “Cresci Italia”, un decreto contenete misure urgenti per la concorrenza e la competitività, aveva introdotto un quorum unico di una farmacia ogni 3000 abitanti, abbassandolo rispetto a quanto previsto in precedenza. Grazie al Decreto, tra il 2015 e il 2019 il numero delle farmacie è aumentato dell’8%. In un Working Paper della Banca d’Italia dal titolo “Aumento del numero di farmacie e ospedalizzazioni“, A. Cintolesi e A. Riganti hanno valutato l’impatto sulle ospedalizzazioni, rilevando una diminuzione di quelle mediche dell’1,1% corrispondenti a una minore spesa sanitaria dell’1,3%. (Leggi)

Anche nel 2022, anno del nuovo shock energetico, i divari territoriali non tendono ad attenuarsi in quanto il Mezzogiorno crescerà meno di oltre un punto percentuale rispetto al resto del Paese, 2,9% contro 4,0% del Centro-Nord. È quanto sostenuto nel Rapporto SVIMEZ 2022 in cui si prevede anche un incremento del numero delle famiglie in povertà assoluta di un punto percentuale (8,6%). L’inflazione colpirà di più il Mezzogiorno +9,9% rispetto al +8,3% del Centro Nord con il conseguente aumento della povertà assoluta di 2,8 p.p. mentre al Nord e al Centro salirà rispettivamente di 0,3 p.p. e di 0,4 p.p. (Leggi)

Nel corso della ripresa del 2021, la produttività del capitale è tornata a crescere (+7,7%) dopo la contrazione del 107,% del 2020 ed è aumentata anche la produttività totale dei fattori (+2,0%). È quanto è emerso dal Report ISTAT sulle misure di produttività Anni 1995-2021. Il valore aggiunto dei beni e servizi di mercato è aumentato dell’8,5% in volume ma il valore aggiunto per ora lavorata è diminuito dello 0,7% a causa di un incremento dell’input di lavoro di maggiore entità +9,2%. Resta debole la dinamica della produttività nel lungo periodo: dal 1995 al 2021 il tasso di crescita è stato del 0,4% annuo, dal 2014 al 2021 lo 0,6%. (Leggi)

L’accordo sul riparto del FSN 2022 è stato raggiunto dopo l’opposizione di alcune Regioni meridionali. I nodi principali vertono sui vecchi e nuovi criteri di riparto. La Conferenza delle Regioni del 2 dicembre è riuscita a raggiungere l’accordo sul riparto del FSN 2022 dopo l’opposizione della Regione Calabria nella penultima seduta. Il Fondo è di 125,9 miliardi di euro con quota indistinta di 117,9 miliardi. L’iter di approvazione del riparto 2022 è stato, piuttosto tormentato in quanto già prima dell’estate il Presidente del Consiglio regionale della Campania aveva bloccato l’intesa sollecitando il Governo a varare nuovi criteri (0,5% del FSN ripartito in base alla mortalità degli under 75 e 0,5% in base ad alcuni indicatori territoriali su povertà, disoccupazione e scolarizzazione). (Leggi)

In questa fase di forte aumento dell’inflazione l’attenzione degli economisti è focalizzata sulla dinamica prezzi salari che negli anni 80 ha causato l’amplificarsi della dinamica inflattiva. In un editoriale pubblicato su VoxEU “Wage-price spirals: The historical evidence” A. Sollaci et. al hanno analizzato i dati riguardanti episodi di dinamiche prezzi-salari a partire dagli anni ’60 per alcune economie avanzate. Poiché solo in pochi casi si è innescata una spirale inflativa, gli autori sono giunti alla conclusione che incrementi salariali a fronte di aumenti di prezzi non necessariamente sono il sintomo di una nuova spirale prezzi salari. (Leggi)

LE FARMACIE RIDUCONO LE OSPEDALIZZAZIONI

L’apertura delle farmacie in Italia è regolamentata per legge con un limite di una farmacia ogni 3000 abitanti. Il quorum unico è stato introdotto nel 2012 dal decreto “Cresci Italia” che ha ridotto e semplificato i limiti allora esistenti: una farmacia ogni 5000 per i Comuni fino a 12.500 abitanti e una ogni 4000 per i Comuni oltre 12.500 abitanti. La riforma è stata attuata a diverse velocità dalle Regioni: tra il 2012 e il 2015 il numero delle farmacie è rimasto sostanzialmente stabile intorno ai 17mila mentre tra il 2015 e il 2019 vi è stato un incremento nel numero dell’8% passando dalle 17,4 mila del 2015 alle 18,9 mila nel 2019. Prima della riforma vi erano 2,9 farmacie ogni 10mila abitanti salite a 3,15 nel periodo considerato.

La distanza media tra una farmacia e un’altra è diminuita da 1,57 km a 1,12 km, per cui le nuove farmacie non hanno aperto in aree dove erano già presenti altre, inoltre, dall’indagine multiscopo dell’ISTAT Aspetti della vita quotidiana è emerso che nei due anni successivi alla riforma si sono ridotte le difficoltà di accesso alle farmacie. Il lavoro di Cintolesi e Riganti ha esaminato il rapporto tra liberalizzazione del settore delle farmacie e ospedalizzazioni, suddivise in mediche se non necessitano di particolari procedure chirurgiche, con una probabilità di poter essere trattate anche in farmacia, e ospedalizzazioni chirurgiche che non possono essere trattate con farmaci.

Il ruolo delle farmacie è triplice: vi è un effetto informativo quando ai pazienti viene consigliato il ricovero quando non ne avevano intenzione oppure sconsigliato quando erano intenzionati; vi è un effetto sostituzione, quando i pazienti si recano in farmacia ed evitano l’ospedalizzazione e infine un effetto prevenzione quanto il paziente con sintomi moderati riceve delle cure che evitano l’aggravamento dello stato di salute. Dall’analisi dei dati con di tutte le ospedalizzazioni mensili dal 2010 al 2019 emerge che il maggior numero di farmacie ha ridotto le ospedalizzazioni mediche dell’1,1% corrispondenti a un risparmio di spesa del 1,3% e a 1,6 euro procapite ogni anno. L’apertura di una farmacia evita in media 17 ospedalizzazioni, un numero esigui preso singolarmente ma che diventa significativo in aggregato. Al contrario non è stato riscontrato nessun effetto sul campione di controllo delle ospedalizzazioni chirurgiche.

Banca d’Italia – Aumento del numero di farmacie e ospedalizzazioni

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/temi-discussione/2022/2022-1388/index.html

LA CRESCITA E L’INFLAZIONE NEL MEZZOGIORNO

Il Mezzogiorno nel 2021 è cresciuto del 5,9%, ad un tasso superiore alla media UE27 (+5,4%) e nel 2022 seguirà una crescita del 2,9%. Secondo quanto sostenuto nell’ultimo rapporto SVIMEZ questo è un segnale di un nuovo incremento dei divari territoriali. Il differenziale di crescita tra il Mezzogiorno e il resto del Paese dipenderebbe dalla scarsa capacità da parte delle imprese dell’area di intercettare la domanda internazionale e dai limitati investimenti in nuova capacità produttiva. La spinta è limitata al settore edilizio che è cresciuto grazie agli incentivi pubblici dell’Ecobonus. L’impatto dell’incremento dei prezzi è più pesante al Sud: nell’anno in corso l’inflazione è prevista al 9,9%, 1,6 p.p. in più rispetto al Centro-Nord.

Come evidenziato anche dalla Banca d’Italia, il differenziale è dovuto alla diversa composizione del paniere di beni tra le due macroaree: nel Mezzogiorno il consumatore acquista principalmente beni di consumo mentre al Nord vi è una quota maggiore di servizi, meno esposti all’incremento dei prezzi. Le famiglie con un reddito più basso affrontano una percentuale maggiore di spese incomprimibili: nel Mezzogiorno una famiglia su tre è nel primo quintile di spesa equivalente, ossia il livello di spesa è inferiore o uguale alla spesa media del 20% delle famiglie italiane più povere mentre nel Nord e nel Centro le percentuali sono sensibilmente più basse, rispettivamente del 13% e del 14%.

La spesa incomprimibile al Sud potrebbe arrivare al 69% e causare un incremento della povertà assoluta di 2,8 p.p. (278mila nuove famiglie e 764mila individui). A maggiore rischio povertà sono le famiglie numerose, con più di tre componenti, e con a carico minori. Le fragilità interessano anche il mondo delle imprese dove il rischio di fallimento è superiore al resto del Paese. L’esposizione ai prezzi dei beni energetici delle imprese meridionali è superiore al Centro-Nord in quanto l’intensità energetica è due volte superiore. Nel meridione sono concentrate una grande percentuale di industrie di base che sono più energivore e vi è una maggiore percentuale di piccole e medie imprese sul totale, che a un livello inferiore di prodotto hanno costi energetici di proporzioni maggiori. Le imprese affrontano anche costi di trasporto superiori e hanno una minore propensione all’investimento Green e sostenibile.

SVIMEZ – Rapporto 2022

PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO SPINA DEL FIANCO DELL’ITALIA

Secondo i risultati provvisori dell’ultimo report dell’ISTAT sulle misure di produttività, nel 2021 la produttività del capitale, misurata come rapporto tra valore aggiunto e input di capitale, è tornata a crescere +7,7% rispetto all’anno precedente, recuperando in parte la forte contrazione del 10,7% del 2020. La produttività del lavoro, calcolata come valore aggiunto per ora lavorata, è invece diminuita dello 0,7%. La Produttività Totale dei Fattori (TFP), che indica l’efficienza con cui lavoro e capitale sono impiegati, è aumentata del 2,0%. Nel nostro Paese la produttività segna il passo dalla seconda metà degli anni novanta. La produttività del capitale nel periodo 1995-2021 è diminuita dello 0,7% in quanto il capitale è aumentato dell’1,3% mentre il valore aggiunto dello 0,6%.

Nello stesso periodo la produttività del lavoro è cresciuta un tasso annuo dello 0,4% in quanto il valore aggiunto è aumentato ad un tasso medio dello 0,6% mentre le ore lavorate sono cresciute in media dello 0,1%. Il confronto con l’Europa vede l’Italia lontana dalle performance delle principali economie: nella UE 27 nel periodo 1995-2021 la produttività è aumentata in media dell’1,5% all’anno, in Francia 1,2% e in Germania 1,3%, mentre la Spagna con +0,4% ha valori vicini all’Italia. Nel periodo 2014-2021 la produttività del lavoro è aumentata in media dello 0,6% annuo contro una media dell’EU27 di +1,3% e della Germania +1,2%. Francia e Spagna hanno visto una dinamica inferiore a quella italiana rispettivamente con +0,4% e -0,2% medio annuo.

I risultati provvisori del 2021 vedono una leggera contrazione della produttività del lavoro in Italia dello 0,7% superiore a quella della Spagna -0,5% ma inferiore a quello della Francia -2,0%; la EU27 ha registrato invece un incremento dello 0,9% e la Germania del 1,6%. Se la crescita del valore aggiunto viene scomposta secondo le componenti, il contributo del lavoro alla crescita del valore aggiunto è stato di 6,6 p.p. quello del capitale di 0,3 p.p. mentre la produttività totale dei fattori ha contribuito per 2,0 p.p. Nel lungo periodo, tra il 1995 e il 2021 la produttività del lavoro ha contribuito al tasso medio dello 0,6% per 0,1 p.p, l’accumulazione del capitale per lo 0,5 p.p. e la produttività totale in misura nulla.

ISTAT – Misure di produttività Anni 1995-2021

https://www.istat.it/it/archivio/278143

LA DIFFICILE CONVERGENZA SUL RIPARTO

Dopo una lunga trattativa è stato approvato il riparto del FSN per il 2022. Le divergenze erano incentrate sui criteri di riparto previsti dall’articolo 27 del Decreto legislativo 68/2011 che penalizzerebbero economicamente le Regioni meridionali. Per fronteggiare l’emergenza sanitaria, nel periodo 2020-2022 il riparto è avvenuto in deroga al decreto legislativo 68/2011 con l’85% basato sulla popolazione pesata per età e 15% sulla popolazione residente. Nelle more della definizione dei costi standard, ai sensi dell’articolo 14 dello stesso decreto, una disposizione di cui si attende l’attuazione da ormai 10 anni, la ripartizione del FSN è avvenuta fino al 2019 secondo criteri di riparto basati su popolazione residente e frequenza dei consumi sanitari (ospedalieri e specialistici) per classi di età.

Questo meccanismo è sempre stato valutato sfavorevolmente dalle Regioni meridionali in quanto deriverebbe un’assegnazione di un finanziamento pro-capite inferiore rispetto a quelle del Centro-Nord. Nello scorso luglio la Regione Campania aveva bloccato l’accordo sollecitando l’intervento del precedente Ministro della Salute nella definizione di nuovi criteri che riequilibrassero il riparto. Il Ministro Speranza aveva emanato, senza accordo preventivo, una bozza di decreto in cui, a partire dal 2023, il 99% del FSN sarebbe stato distribuito secondo i criteri consueti ex articolo 27 d.lgs. 68/2011 mentre l’1% sarebbe ripartito per lo 0,5% secondo la mortalità della popolazione inferiore ai 75 anni e il restante 0,5% secondo indicatori relativi a particolari situazioni territoriali al fine di definire i bisogni sanitari delle regioni.

Per quest’ultimo punto erano stati individuati tre indicatori: incidenza della povertà relativa individuale, tasso di disoccupazione e livello di cassa scolarizzazione. Nell’accordo successivo sono stati aggiunti due ulteriori indicatori, uno relativo all’impatto ambientale sulle condizioni di salute – gli effetti della qualità dell’aria in pianura padana e l’esposizione alle polveri sottili e all’amianto. Nella Conferenza Stato-Regioni del 29 novembre scorso, la Regione Calabria ha espresso dubbi sulla congruità del finanziamento bloccando l’accordo e sollecitando un approfondimento.

Regioni – Riparto FSN 2022

https://www.regioni.it/newsletter/n-4413/del-28-11-2022/riparto-fsn-2022-conferenza-regioni-il-29-novembre-alle-ore-17-25004/

SALARI E INFLAZIONE IN UN’ANALISI RETROSPETTIVA

La ripresa del post pandemia, soprattutto negli USA, è stata caratterizzata d’un mismatching tra domanda e offerta di lavoro. Dopo l’allentamento delle misure restrittive la domanda è aumentata prontamente ma l’offerta di lavoro si è adeguata con lentezza a causa di varie difficoltà legate alla persistenza della pandemia e ad altri fattori di carattere personale. Il disallineamento del mercato del lavoro ha portato a un tensioni che hanno incrementato i salari nominali. Molti osservatori, memori di quanto già avvenuto tra gli anni ’70 e gli anni ’80, sono preoccupati per gli effetti di secondo livello degli aumenti salariali sull’inflazione. Inoltre il tasso di posti vacanti e il tasso di uscita, a livelli storicamente elevati, possono essere considerati un anticipatore del prossimo aumento dell’inflazione provocato dai salari.

Le analisi di Sollaci et. al si basano su un ampio database di episodi di spirali salari prezzi avvenuti nel passato nelle economie avanzate risalenti agli anni ’60. La definizione di spirale pressi salari non è univoca, quella più completa è dell’economista O. Blanchard che la considera come effetto di tre meccanismi: i lavoratori intendono conservare o incrementare i salari reali, le imprese intendono mantenere inalterati o aumentare i margini e il processo di adattamento tra salari e prezzi nominali richiede tempo. Sulla base di questo framework gli autori hanno definito la spirale salari-prezzi come un episodio in cui almeno tre trimestri su quattro consecutivi è stata un’accelerazione dei prezzi al consumo e dei salari nominali.

In base a questa definizione sono stati individuati nel database 79 episodi di questo tipo. Le spirali prezzi salari sono di solito di breve durata: tra i 79 episodi individuati solo pochi rispondono a questo criterio. In alcuni casi l’inflazione e la crescita dei salari sono proseguiti per qualche trimestre prima di tornare indietro e ad alcuni episodi sono seguiti dei casi estremi come quello dello shock petrolifero del 3 trimestre del 1970 in cui i pressi e i salari sono aumentati per 5 trimestri prima di iniziare a scendere. Gli autori hanno notato, inoltre, che nei tempi più recenti episodi simili non sono stati seguiti da una dinamica sostenuta prezzi/salari.

 

VoxEU – Wage-price spirals: The historical evidence

https://cepr.org/voxeu/columns/wage-price-spirals-historical-evidence