incoerente il fondo-infrastrutture ed eccessivo il fondo di garanzia

Utilizzando documenti di fonte ISTAT, Banca d’Italia, Capitalia e CERM, cerchiamo di raccogliere il maggior numero di riferimenti per inquadrare il problema dello smobilizzo del TFR.

Le imprese micro e piccole: numero, addetti e dipendenti
La classificazione delle imprese fa riferimento al numero di addetti che, oltre ai lavoratori dipendenti, per i quali vale il TFR, include anche i titolari dell’impresa e i collaboratori a vario titolo. La seguente tavola riporta uno spaccato delle imprese italiane:

Due le considerazioni rilevanti:
le micro e piccole imprese occupano la maggior parte dei lavoratori dipendenti del settore privato (54%);
il numero medio dei dipendenti non arriva all’unità per le microimprese, mentre è di 16 unità per le piccole; la media ponderata complessiva è di circa 1,3.

Il monte medio annuale degli accantonamenti per impresa
La seguente tavola riporta l’ammontare medio annuo degli accantonamenti-2004 della singola impresa per classe dimensionale e la sua incidenza sul fatturato medio della stessa classe:

Due le considerazioni:
per le imprese micro e piccole gli accantonamenti rappresentano rispettivamente lo 0,38% e lo 0,71% del fatturato medio di impresa, quindi un peso finanziario di modesta entità;
gli accantonamenti di tutte le imprese con 50 e più addetti sono pari a circa 8,5 miliardi di Euro; se il Governo prevede che più di 6 miliardi di Euro vadano al fondo-infrastrutture, questo significa che ci si attende che oltre il 70% dei lavoratori dipendenti di queste imprese non aderisca ai pilastri privati.

Il costo di smobilizzo e il razionamento debole e forte
Considerando un percorso di carriera medio presso lo stesso datore (6-7 anni) e tassi di interesse allineati ai valori medi correnti (4-6 per cento), il costo di integrale sostituzione degli accantonamenti a TFR con credito bancario è, al netto della sola deducibilità ordinaria IRES, inferiore al mezzo punto percentuale di retribuzione annua lorda (fonte CERM[1]). Nello scenario più sfavorevole, con carriera di 10 anni e tasso del 10 per cento, il costo arriva a toccare l’1,7 per cento. Anche questi sono ordini di grandezza contenuti, che permettono di ridimensionare i problemi di razionamento debole (tassi di indebitamento superiori alla media).
Inoltre, i dati Banca d’Italia (“Indagine sulle imprese industriali e dei servizi – 2005”) mostrano che solo il 2% delle imprese con 20-49 addetti ha problemi di razionamento forte (preclusione del credito); e i dati Capitalia (“Indagine sulle imprese italiane – 2005”) confermano che tra le imprese manifatturiere e dei servizi con 11-50 addetti il razionamento forte è un fenomeno limitato (2,5% circa dei casi)[2].
Sebbene sia ragionevole pensare, anche in assenza di dati specifici al riguardo, che siano le microimprese a risentire maggiormente di problemi di razionamento del credito, va sottolineato che proprio in questa categoria i parametri che incidono sui costi di smobilizzo (numero medio di dipendenti, monte medio accantonamenti annuali e sua incidenza sul fatturato) raggiungono i livelli minimi.

Conclusione e qualche proposta
[3] Sulla scorta di questi dati:
emerge chiara la contraddizione del Governo, che da un lato promuove la previdenza privata e, dall’altro, “spera” nel suo fallimento per dare operatività al fondo-infrastrutture;
la quaestio dello smobilizzo potrebbe risultare meno allarmistica per i bilanci delle micro e piccole imprese e, quindi, essere rivista in termini meno “paternalistici”.
Se davvero l’obiettivo è quello dell’avvio dei pilastri privati, servirebbero scelte più coraggiose:
rinunciare al fondo-infrastrutture;
– rinunciare al fondo di garanzia,
condurre una campagna di creazione di “cultura” previdenziale.
Il fondo-infrastrutture, infatti, inficia la coerenza dell’azione di Governo, oltre a sollevare problemi di varia natura (governance, confusione tra sfera economica e sfera politica, creazione di debito pubblico esplicito e implicito, allontanamento dalla logica multipillar)[4].
Il fondo di garanzia, d’altra parte, è strumento non strutturale che lascia aperto il dilemma di che cosa verrà dopo; esso potrebbe essere sostituito con una transizione di 5/7 anni durante i quali sarebbero smobilizzabili percentuali crescenti dell’accantonamento, in modo da lasciare il tempo alle  micro/piccole imprese di adeguarsi[5]. La progressione potrebbe esser applicata anche in combinazione con l’esclusione dallo smobilizzo dei lavoratori al di sopra di una data anzianità, non rientranti o rientranti per un minor numero di anni nel sistema contributivo di calcolo della pensione pubblica[6].
Inoltre, per le micro e piccole imprese, la campagna informativa dovrebbe mirare a tutelare al massimo la libertà di scelta dei lavoratori, visto che lì si concentra oltre la metà del lavoro dipendente e i più stretti rapporti con il datore potrebbero essere di ostacolo allo smobilizzo del TFR verso la previdenza privata.
Queste scelte focalizzate sull’obiettivo previdenziale potrebbero/dovrebbero essere accompagnate da tutte quelle riforme strutturali[7] in grado di migliorare le compatibilità di bilancio delle imprese incidendo sull’efficienza e sulla qualità dell’”ambiente” in cui esse vivono.


[1] Cfr. Pammolli-Salerno (2006), “La nuova fiscalità della previdenza complementare per il lavoratore, l’impresa, l’Erario”, working paper MEFOP n. 14-06, su www.mefop.it; cfr. anche Pammolli-Salerno (2006), “Le imprese e il finanziamento del pilastro previdenziale privato”, Nota CERM n. 2-06, su www.cermlab.it/wpnew . Alla deducibilità ordinaria IRES devono, poi, essere aggiunte le altre agevolazioni previste dal Testo Unico della Previdenza Complementare così come sarà modificato dopo l’accordo Governo-Confindustria-Sindacati del 23 u.s..
[2] Il razionamento (debole e forte) è un problema che va ben al di là dello smobilizzo del TFR; per l’importanza che ricopre nell’evoluzione del sistema produttivo, esso dovrebbe diventare un obiettivo generale di policy, ma non con strumenti parcellizzati a seconda delle ragioni alla base della domanda di credito ed estesi ex-lege a tutti gli operatori, come per la sostituzione del TFR. In questo caso, un problema che dovrebbe essere risolto a livello di sistema (attraverso la promozione della concorrenza nel settore bancario, ma anche la responsabilizzazione delle imprese nella scelte finanziarie) diviene, invece, motivo ostativo per la riforma previdenziale (con ricadute negative che coinvolgono anche lo sviluppo del mercato dei capitali).
[3] Per maggior un maggior approfondimento, cfr. Pammolli-Salerno (2006), “La previdenza complementare dopo l’accordo Governo-Confindustria-Sindacati”, su www.cermlab.it/wpnew.
[4] Cfr. Pammolli-Salerno (2006), “La previdenza complementare dopo l’accordo Governo-Confindustria-Sindacati”, su www.cermlab.it/wpnew. [5] Se questa soluzione fosse stata seguita dal 1993, anno del primo intervento normativo sui pilastri privati e sullo smobilizzo del TFR, … .
[6] Per questi lavoratori il problema della integrazione dell’assegno pubblico e del tasso di sostituzione tra redditi da pensione e ultimo reddito da lavoro si pone in misura minore. Cfr. Boeri-Brugiavini, “Un accordo senza i giovani”, su www.lavoce.info.
[7] Nei mercati dove le imprese acquistano input, nelle utilities, nello stesso sistema bancario, etc. .
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