La Finanziaria[1] smobilizza gli accantonamenti al TFR che, quando non destinati a previdenza complementare, andranno per il 50 per cento[2] su un conto corrente aperto in tesoreria, per essere gestiti dall’INPS per “finalità pubbliche”. Alla novità sulla destinazione degli accantonamenti è gia stato dedicato il precedente OpEd. Si desidera, adesso, proporre un commento alla novità riguardante le compensazioni alle imprese. Ponendosi nell’ottica di integrale smobilizzo verso i pilastri privati (quella positiva, che darebbe impulso al multipillar e miracolosamente preserverebbe dalla nascita del fondo INPS[3]), si sono fatti reali avanzamenti? .
E’ superata l’ipotesi di prestito bancario con fondo di garanzia pubblico. Per far fronte agli oneri di smobilizzo del TFR, le imprese sono esonerate dal versamento dei contributi sociali alla “Gestione Prestazioni Temporanee dei Lavoratori Dipendenti” (la “GPT”) per un totale di 455 milioni di Euro nel 2008, che diventano 530 dal 2009 in poi. L’esonero si applica prioritariamente ai contributi dovuti per assegni familiari, maternità e disoccupazione. Si preferisce considerare direttamente le stime di spesa riportate in Finanziaria (e non le percentuali della Tabella A dell’articolo 8 del Decreto Legge n. 203 del 30 Settembre 2005, pur confermata), in modo tale da discutere di grandezze effettivamente considerate tra le minori entrate.
Come descritto in dettaglio nella Nota CERM n. 2/2006[4], per lunghezze di carriera presso lo stesso datore e tasso di interesse nominale banca-impresa allineati ai valori medi correnti (6-7 anni e 4-6 per cento)[5], il costo (per singolo lavoratore dipendente) di integrale smobilizzo al netto della sola deducibilità ordinaria IRES è inferiore al mezzo punto percentuale di retribuzione annua lorda. Nello scenario più sfavorevole, con lunghezza della carriera pari a 10 anni e tasso di interesse del 10 per cento, lo stesso costo arriva a toccare l’1,7 per cento, ma si tratta di un limite massimo, un voluto upper bound[6].
Per fronteggiare questo costo, si ha adesso (post bozza di Finanziaria) a disposizione:
I) la deduzione aggiuntiva (IRES-IRAP) del 4-6[7] per cento dell’accantonamento TFR smobilizzato, pari allo 0,10 e allo 0,15 per cento della retribuzione annua lorda (è nel Testo Unico Previdenziale);
II) l’esonero del versamento del contributo al fondo di garanzia del TFR (al netto dell’IRES), pari allo 0,10 per cento della retribuzione annua lorda (è nel Testo Unico Previdenziale);
III) l’esonero dai contributi sociali nella misura precedentemente indicata: i 455 milioni di Euro nel 2008, circa lo 0,20 per cento della retribuzione annua lorda[8]; e i 530 dal 2009, che in termini di retribuzione annua lorda (tenuto conto della crescita della massa retributiva) rimarranno grossomodo allineati a quella percentuale nei primi anni, per poi diminuire gradualmente, a meno di integrazioni di bilancio.
Sommando le agevolazioni (ulteriori rispetto alla deduzione ordinaria IRES), si ottiene un valore, circa 0,45 per cento, congruo a compensare le imprese per la fuoriuscita integrale degli accantonamenti, ai livelli medi di lunghezza carriera e tasso di indebitamento bancario e se l’esonero dai contributi sociali si confermerà per sempre a livelli dello 0,20 per cento della retribuzione annua lorda.
Che cosa è cambiato rispetto alle scelte del vecchio Governo? :
lo si è già detto, l’articolo 8 del Decreto Legge n. 203/2005 del 20/09/2005 (convertito) stabiliva esoneri dalla contribuzione sociale crescenti dallo 0,09 per cento della retribuzione annua lorda del 2006 sino al valore di regime di 0,22 per cento dal 2014 in poi, come descritto dalla Tabella A allegata allo stesse decreto; lo strumento rimane lo stesso (la Tabella A è confermata), ma adesso si ridefinisce la grandezza assoluta (Euro) delle decontribuzioni per il 2008 e dal 2009 in poi;
come si è anche detto, è accantonato il prestito agevolato, meccanismo bizantino che, oltre a non dare basi strutturali alle compensazioni[9], prendeva a riferimento un tasso non molto discosto da quello medio espresso dal mercato.
Che valutazione si può dare della nuova impostazione? :
 sicuramente positivo l’abbandono del prestito agevolato garantito;
sull’esonero dai contributi sociali ci si trova costretti, però, a ripetere il commento critico già fatto illo tempore[10]: per la copertura di una riforma previdenziale strutturale si fa affidamento ai finanziamenti destinati a prestazioni assistenziali (quelle del GPT), senza procedere né a una esplicita rivisitazione delle stesse né all’individuazione di fonti di finanziamento alternative a carattere strutturale;
questa osservazione rimane vera anche di fronte agli avanzi di bilancio che la GPT sta facendo registrare in questi anni: le sue risorse, infatti, non possono essere considerate tout court liberamente disponibili, tenendo conto della natura strutturale che dovrebbe avere il loro spostamento e soprattutto la storica debolezza del welfare system italiano proprio su quella tipologia di prestazioni (sostegno alla famiglia, maternità, malattia, disoccupazione, etc.)[11];
c’è poi la “spada di Damocle” di aver giustamente riquantificato in Euro le decontribuzioni alla GPT nel 2008 e dal 2009 in poi; dopo il 2009, di fronte alla crescita della retribuzione annua lorda, sarà necessario integrare questi valori con stanziamenti di bilancio (o ulteriori sottrazioni alla GPT), per mantenere intatta la capacità compensativa; in caso contrario, si verificherà un cuneo crescente tra le percentuali di decontribuzione riportate nella Tabella A e le minori entrate effettivamente programmate;
anche per quanto riguarda la deduzione aggiuntiva (IRES-IRAP) del 4/6 per cento, ci si trova costretti a ripetere una osservazione già fatta: poiché la percentuale deducibile dipende dall’accantonamento smobilizzato, in un certo senso questa misura “eterna” nella forma l’istituto del TFR, poiché costringe a continuare a far riferimento ai suoi parametri; è utile/necessario trascinarceli dietro? .
Compiuta la scelta di partire dai valori medi correnti di lunghezza di carriera e tasso di interesse banca-impresa (è la effettiva posizione sia del Governo precedente che del nuovo), una riforma che volesse avere validità strutturale e dare basi solide alla trasformazione multipilastro dovrebbe considerare che l’ordine di grandezza dei costi di smobilizzo è tale da permettere una loro compensazione all’interno di un prudente opting-out dal sistema pubblico.
In particolare, la proposta è di ridurre l’aliquota di contribuzione all’INPS a carico del datore di un importo equivalente a quello del costo di smobilizzo al netto della deducibilità ordinaria IRES e del contributo al fondo di garanzia TFR (quest’ultimo scomparirebbe per sempre). La scelta sul livello di decontribuzione potrebbe collocarsi un po’ al di sopra del suo livello medio, in modo da venire incontro anche ai casi in cui l’accesso al canale bancario è più costoso della media; la scelta potrebbe cadere, per esempio, nell’intervallo [0,4%-0,7%] della retribuzione annua lorda.
In ossequio al criterio di calcolo contributivo, le pensioni pubbliche (le quote di pensione contributiva per coloro rientranti nella transizione) dovrebbero essere corrispondentemente più basse, ma troverebbero l’integrazione dei pilastri privati, finanziati anche attraverso il TFR.
Tanti i vantaggi che è possibile attribuire a questo tipo di scelta:
–  
risolverebbe definitivamente e su basi strutturali la vexata quaestio sullo smobilizzo;
sarebbe coerente con necessità/obiettivo di diversificare la spesa pensionistica nelle sue componenti di finanziamento (pubblica e privata);
sarebbe coerente con necessità/obiettivo di diversificare la spesa pubblica per il welfare system, riducendo l’incidenza della voce pensioni per creare spazio per altri istituti (tra cui quelli della GPT per la quale nella versione attuale della Finanziaria si vorrebbero ridurre i contributi);
responsabilizzerebbe le imprese, che dovrebbero accettare una conclusione definitiva della quaestio ai parametri correnti, rinunciando a qualsivoglia pretesa di fronte a future variazioni settoriali/congiunturali (altri più specifici e articolati strumenti devono essere dedicati alle esigenze finanziarie delle imprese);
responsabilizzerebbe i lavoratori rientranti nel criterio di calcolo contributivo e quelli di transizione per la parte contributiva della loro futura pensione, perché dovrebbero farsi protagonisti nell’avviare una trasformazione storica del welfare system italiano, accettando il prudente opting-out;
e i lavoratori rientranti nel completamente nel criterio di calcolo retributivo e quelli di transizione per la parte retributiva della loro futura pensione? in un certo senso responsabilizzerebbe anche loro: infatti, dal momento che l’avvio della previdenza complementare e lo smobilizzo del TFR o non li coinvolgono o li coinvolgono in misura decrescente a seconda della loro anzianità, a loro si potrebbe chiedere un altro gesto di responsabilità, quello di accettare correzioni attuariali dell’importo della pensione pubblica a seconda dell’età di ingresso in pensione, per superare lo “scalone” introdotto dalla riforma “Maroni-Tremonti” e completare gli interventi sul sistema pensionistico, come ci viene chiesto anche dall’Europa e dagli osservatori economici internazionali[12];
da ultimo, eviterebbe che, per “paura” di affrontare un opting-out previdenziale consapevole e progettato, si accettino opting-out sociali subdoli e striscianti, come quello cui si va incontro se non si diversifica la spesa del welfare system e, anzi, si sottraggono risorse agli istituti assistenziali.
Questi vantaggi meriterebbero un po’ più di coraggio.


[1] Non è ancora disponibile il testo definitivo; si discute degli elementi emersi nel dibattito al 2/10/2006 e riportati sui quotidiani economici e su sito web www.astri-online.it.
[2] La percentuale è stata ridotta rispetto al 65 per cento circolato negli scorsi giorni.
[3] Anzi, dei due fondi INPS, perché, permanendo il criterio del silenzio-assenso, tranne che nel caso di espressa volontà del lavoratore di destinare tutti gli accantonamenti ai pilastri privati da lui scelti, il 50 per cento degli stessi andrebbe al fondo INPS per “finalità pubbliche” (neo concepito), mentre l’altro 50 per cento al fondo INPS residuale (già presente nel Testo Unico Previdenziale). Un punto su cui si dovrà sicuramente cercare chiarezza.
[4] “Le imprese e il finanziamento del pilastro previdenziale privato – Una quantificazione dei costi di smobilizzo del TFR alla luce del Testo Unico Previdenziale e del Decreto Legge n. 203-2005 ”.
[5] Il tasso medio rilevato a Giungo 2006 è stato del 4,62 per cento sulle consistenze e del 3,98 per cento sulle nuove operazioni. Cfr.Supplemento al Bollettino ‘Indicatori Monetari e Finanziari’” della Banca d’Italia – Agosto 2006).
[6] L’upper bound permette di ricomprendere tutta la più svariata casistica di rapporto banca-impresa. Si sottolinea nuovamente che si tratta di un limite massimo, mentre i valori medi sono significativamente più bassi.
[7] A seconda della dimensione di impresa in termini di occupati.
[8] Con massa delle retribuzioni da lavoro dipendente regolare privato approssimata dividendo il flusso annuale degli accantonamenti al TFR per 6,91 per cento: 15.000 milioni di Euro / 0,0691 ≅ 217.000 milioni. Si interpretano i due valori (455 e 530) come già al netto della maggior IRES che le imprese dovrebbero corrispondere sui maggiori ricavi post esonero; di conseguenza, anche la percentuale in termini di retribuzione annua lorda va interpretata in questo senso.
[9] Il fondo di garanzia era a termine e con lui anche i contenuti del protocollo di intesa <Governo-banche-imprese>.
[10] Cfr. http://www.cermlab.it/wpnew/_documents/spuntoriflessione241105.pdf .
[11] Addirittura, ci si dovrebbe muovere in direzione opposta.
[12] Cfr. http://www.cermlab.it/wpnew/_documents/Pensioni%20e%20mercato%20del%20lavoro%20-%20uniti%20da%20una.pdf .
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